Il catasto della memoria: “Tumulti” nella recensione di Bruno Gemelli

Storie di fame, di ribellione, soffocate dai governanti di turno raccolte nel saggio a firma di Claudio Cavaliere e analizzate nella recensione di Bruno Gemelli

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13 febbraio 2020
21:46

*di Bruno Gemelli

Claudio Cavaliere è un intellettuale dei numeri che non solo impreziosisce le statistiche, non per niente è sociologo, ma anche le anima. Altrimenti non si spiegherebbe come riesca a costruire il catasto della memoria. Che in Calabria è volatile. Nel suo inquieto girovagare domenicale tra contrade e montagne, borghi e sentieri,egli s’è imbattuto in una targa che è l’incipit del saggio, “Tumulti” (Rubbettino, 2020, pag. 131, 14 euro).

«E c’è sempre un luogo dove tutto ha inizio, e quasi sempre comincia con un brivido. Di quelli che attraversano la schiena e danno leggere vertigini. Meno di cento anni dopo, una domenica di marzo del 2019 a San Giovanni in Fiore per le giornate del Fai l’attenzione è catturata da una lapide commemorativa posta sul muro a fianco dell’Abbazia di Gioacchino. Sulla pietra i nomi di cinque persone, quattro sono donne. Sono i caduti dell’eccidio di un’altra domenica, quella del 2 agosto 1925». Tante storie di fame, di ribellione, soffocate dai governanti di turno, legate dal filo patrigno di un unico destino, cornuti e bastonati.

«S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche», disse Maria Antonietta ai francesi. Ma qui ci sono solo corone di rovo.Il teatro delle stragi è racchiuso nei microcosmi post-unitari calabresi. Benestare (24 maggio 1906), Firmo (13 febbraio 1907), Olivadi (21 giugno 1908), Vallelonga (5 aprile 1909), Sinopoli (23 maggio 1909), Plataci (9 novembre 1909), Aiello Calabro (20 febbraio 1921), San Calogero (2 aprile 1922), Casignana (21 settembre 1922), San Giovanni in Fiore (2 agosto 1925).

In quest’elenco manca solo l’odierna provincia di Crotone, ma la strage di Melissa le riassume tutte. Una storia amara, come la definisce Isabella Bossi Fedigrotti, nella sua introduzione. Che aggiunge: «Un percorso doloroso, che si sarebbe dovuto compiere tantotempo fa e che oggi è davvero vietato rimandare. È un cammino che conduce alle terribili, tristissime e scandalose storie delle ripetute stragi contadine in Calabria, scivolatenel dimenticatoio della storia, che nell’accomodante fatalismo di molti avrebbero dovuto rimanere seppellite nell’oblio per non risvegliare il ricordo di insopportabili ingiustizie inflitte e subite.

Ingiustizie – e cioè stragi – niente affatto perdute in secoli lontani bensì vecchie di appena cento anni, avvenute tra il 1906 e il 1925, eccidi, dunque, dell’Italia da un pezzo unita e, perciò, non ascrivibili ad antichi regimi codini e arrugginiti. Massacri chehanno avuto tutti lo stesso motivo, lo stesso detonatore. Niente di complesso, niente di malavitoso, nessuna battaglia politica, nessuna particolare rivendicazione tranne quella di poter dar da mangiare alla propria famiglia. Sì, stragi per fame, per il più primitivo dei bisogni, il bisogno assoluto che non può tollerare di non essere colmato».

Perché tumulti? Cavaliere esordisce: «Segretario, prenda nota». «”Le SS.VV. avranno avuto indubbiamente occasione di rilevare come, per effetto della natura impressionabile e del carattere vivace di questa regione, si verificano talvolta improvvise manifestazioni popolari che sconfinano in deplorevoli eccessi e persino in fatti luttuosi […]”. Un popolo di mattacchioni per il prefetto di Catanzaro che così scriveva in una riservatissima il 26 settembre del 1911. Quell’avverbio è fantastico. Indubbiamente! Non vuole essere smentito! Donne e uomini talmente vivaci che, così, le mattine si alzavano e decidevano: «Andiamo a farci sparare addosso!». Per vedere l’effetto che fa! Ma era questa la visione che lo Stato aveva delle condizioni disumane di vita, delle angherie, dei balzelli, dei tuguri, del vassallaggio in cui vivevano le popolazioni. Perché meravigliarsi! Siamo in pieno delirio positivista e nel 1910 i sociologi di scuola lombrosiana e i meridionalisti governativi insistono ancora sulla evidenza di due differenti tipi di italiani».

Tra queste dieci stragi la più nota è “I fatti di Casignana” (Einaudi) di Mario La Cava della quale l’Autore dà questa pennellata: «in questo romanzo una potenza di comunicazione e disvelamento che è rimasta immutata ed è tuttora feconda.Perché, grazie a Dio, La Cava ha impedito che accadesse quelloche fa dire nelle ultime due righe del romanzo a GiuseppeNaim sopravvissuto all’eccidio. “Chi invece si sarebbe ricordatodi lui e avrebbe rivissuto nel suo cuore l’episodio di Casignana?”.

Da buon calabrese, lo scrittore bovalinese sapeva bene cheaccumulare ’palati supra a ’palati lascia solo il ricordo di questema non il perché, né il dove e il quando. Una sorta di riflessopavloviano.Figuriamoci poi le élite, che guardano a questi fatti e ai loroprotagonisti con lo snobismo supponente di chi addirittura arrivaa considerarli nemici del progresso! Ancora oggi troverete storici che affrontano questi accadimenti con due parole che sololoro sanno cosa significano: spontaneismo ribellistico! Per nonammettere invece una cosa banale. Che in ritardo erano loro.Come sempre del resto!E se qualcuno dovesse avere».

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