L’ex presidente di Coldiretti Calabria ed ex consigliere regionale avverte: i costi di produzione sono aumentati di oltre il 35%, mentre i prezzi di vendita sono scesi del 16%. I 5 milioni stanziati dalla Regione non bastano: «Serve intervenire subito sul reddito agricolo»
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Pietro Molinaro è uno dei volti più noti dell'agricoltura calabrese. Imprenditore agricolo, ha guidato per molti anni Coldiretti Calabria e ha fatto parte della Giunta esecutiva nazionale dell'organizzazione. Ha presieduto il Consorzio di tutela dei Salumi di Calabria Dop, l'Associazione regionale allevatori e l'INIPA, ed è stato per un breve periodo consigliere regionale. Nel suo percorso ha difeso soprattutto le piccole e medie imprese agricole, e oggi è di nuovo accanto a loro.
In ogni angolo della Calabria per giorni gli incroci stradali sono stati presidiati per protestare contro il caro gasolio e i costi di produzione, mentre in tutto il Sud è forte la mobilitazione con gli autotrasportatori.
La Regione ha stanziato 5 milioni di euro, 30 centesimi per ogni litro di gasolio agricolo usato tra marzo e settembre, per 10.200 aziende. Per i produttori non basta: un settore che deve raccogliere e vendere subito rischia il collasso. Ne abbiamo parlato con Molinaro.
Lei ha visto molte crisi nell'agricoltura calabrese. Questa è diversa? Quanto rischiano davvero le piccole aziende?
«È una crisi sottovalutata che ha radici profonde. Il caro gasolio è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il detonatore oserei dire, ma il problema vero è il reddito agricolo. In passato abbiamo affrontato crisi di mercato, siccità, calamità, fitopatie, aumenti dei costi. Oggi queste fragilità tendono a sommarsi. Il punto non è soltanto quanto costa produrre, ma quanto rimane all'agricoltore dopo aver prodotto. E una piccola azienda, soprattutto nelle aree interne, non ha grandi margini finanziari per aspettare.
La crisi è dovuta anche a fattori esterni, in particolare alle forti tensioni geopolitiche, che hanno fatto crescere i costi di oltre il 35%, mentre i prezzi di vendita sono scesi in media di circa il 16%, soprattutto per cereali e olio d'oliva. Con perdite di oltre il 50% negli ultimi due anni, agricoltori e pescatori si sono indebitati e hanno prosciugato la liquidità aziendale, mettendo a rischio la continuità produttiva. È sbagliato ragionare sui prossimi mesi: servono risorse subito da parte della Regione, i 5 milioni sul gasolio agricolo non bastano. A me dispiace molto, perché quando chiude una piccola azienda non perdiamo solo fatturato, ma presenza umana».
Con il blocco dei tir e i costi di trasporto alle stelle, quali prodotti rischiano di restare nei campi o nei magazzini?
«Si è creato un corto circuito, non direi una contrapposizione di interessi. Il problema colpisce innanzitutto il fresco e tutto ciò che non può aspettare: ortaggi, frutta, produzioni stagionali, latte e derivati freschi. Ma soffrono anche olio, vino e trasformati: magari non deperiscono in pochi giorni, ma l'azienda non fattura e il magazzino si riempie. Senza dimenticare gli allevatori, che rischiano di restare senza mangimi per il bestiame e di non poter consegnare il latte ai caseifici e gli animali al macello. Tutto questo ci richiama alla nostra perifericità geografica, che amplifica il problema. In Calabria il trasporto è quasi tutto su gomma, e non è un elemento accessorio della filiera: è una componente decisiva della competitività».
La Regione ha stanziato 5 milioni, 30 centesimi al litro. È un aiuto vero o una goccia nel mare?
«Non voglio sminuire il provvedimento, ma razionalmente 5 milioni sono troppo pochi rispetto ai consumi del 2026. Ottobre, novembre e dicembre sono mesi in cui si consumano quantità importanti di gasolio agricolo, quindi servono altre risorse. C'è poi un 25-30% di agricoltori attivi che non ha la posizione UMA. Il credito d'imposta del 20% ha incluso le aziende attive, la Regione invece le ha escluse, creando una penalizzazione economica molto forte. Voglio essere chiaro: questa è una risposta all'emergenza, non può diventare la politica agricola dei prossimi anni».
L'assessore Gallo propone un prezzo minimo garantito e un tavolo con la grande distribuzione. È una strada percorribile?
«I tavoli sono sempre aleatori, soprattutto nelle crisi di mercato. Pensare di condizionare il mercato e la GDO richiamandola al buon senso mi sembra difficile. Con le risorse del CSR 2023-2027 la Regione non ha emanato i bandi per i contratti di filiera, che sono l'unico strumento per garantire il costo di produzione.
Servono più controlli contro l'agropirateria, le agromafie, il falso Made in Calabria e le pratiche sleali, con protocolli operativi che coinvolgano ICQRF, Agenzia delle Dogane, Guardia di Finanza, Carabinieri per la tutela agroalimentare e NAS, sul modello della cabina di regia del MASAF. L'Italian sounding, per la Calabria, vale oltre un miliardo di euro l'anno. Si potrebbe creare un settore specifico dentro l'ARSAC a supporto del Dipartimento Agricoltura.
Insomma, bisogna rendere trasparente la formazione del prezzo, prodotto per prodotto: quanto resta al produttore, quanto assorbono trasformazione, logistica e distribuzione. Il prezzo non è solo un numero, è il riconoscimento del valore del lavoro. Lo insegna anche la Dottrina sociale della Chiesa, con il principio della dignità del lavoro e della giusta remunerazione».
Questi presidi sono nati in modo spontaneo, spesso fuori dalle grandi organizzazioni. Lei che ha guidato Coldiretti per tanti anni, come legge questa distanza?
«L'esperienza di presidente di Coldiretti Calabria, che ho vissuto come un servizio, mi ha insegnato ad ascoltare costantemente i soci e a portare proposte a chi governa, senza mai rinunciare alla protesta e alla rivendicazione nell'interesse generale dell'agricoltura e dei cittadini. Credo che questa impostazione sia ancora nel DNA di Coldiretti, e anche altre organizzazioni regionali hanno sottoposto le loro richieste all'assessore Gallo.
I sit-in nati in Calabria possono segnalare ritardi nelle risposte della Regione e la difficoltà ad aspettare ancora. Non leggo quei trattori contro qualcuno: li leggo come una richiesta fortissima di ascolto. Quando un agricoltore lascia l'azienda e porta il trattore in strada, vuol dire che sente di non avere altri strumenti per farsi sentire. Mi piace ricordare che, dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010, lanciammo la battaglia "Non lasciamo sola Rosarno" contro le multinazionali delle bibite, chiedendo di aumentare la percentuale di succo e modificare una norma del 1962. Da lì nacque anche la legge contro il caporalato, tenuta a battesimo proprio a Rosarno. Ebbe un'enorme eco internazionale».
Lei è stato per alcuni anni consigliere regionale. Con il senno di poi, cosa non è stato fatto per rendere le aziende meno esposte?
«È stata un'esperienza importante. Le cose da fare sono tante. Prima di tutto investire forte sul ricambio generazionale: in Calabria siamo sotto la media nazionale, solo il 9% delle circa 95mila aziende agricole è condotto da giovani sotto i 40 anni. Abbiamo 43mila aziende guidate da over 65, di cui 25mila da ultraottantenni.
Poi bisogna potenziare l'accesso al credito con Confidi e fondi di garanzia. E riformare l'ARSAC, perché guidi la divulgazione e l'assistenza tecnica sull'agricoltura di precisione, faccia da raccordo con la ricerca per trasferire innovazione alle aziende, anche sull'intelligenza artificiale, e diventi cabina di regia dei controlli a tutela del Made in Calabria. E serve riequilibrare la spesa: meno catering e più marketing. Bisogna lavorare sui problemi strutturali, non inseguire le emergenze».
Se domani incontrasse il ministro dell'Agricoltura, quali tre richieste porterebbe dalla Calabria?
«La prima: completare il grande lavoro fatto per agricoltura, pesca, agroalimentare e cibo 100% Made in Italy, raccolto in quello che chiamiamo Coltivaitalia. La seconda: ricordare costantemente agli assessori regionali che, con la riforma del Titolo V della Costituzione, l'agricoltura è stata trasferita alle Regioni, con autonomia legislativa e sulle risorse. La terza: servono nuove risorse straordinarie dall'Europa, da destinare prima di tutto alle aree interne e al Sud, per affrontare le criticità e soprattutto sviluppare il potenziale produttivo».
Il messaggio di Molinaro è netto. Il gasolio è solo la miccia: la vera emergenza è un reddito agricolo che non regge più. I ristori regionali vanno bene come primo passo, ma non bastano né per i mesi più duri né per il futuro.
La richiesta ovunque resta la stessa: risposte rapide oggi e scelte strutturali domani. Altrimenti a chiudere non saranno solo aziende, ma pezzi interi di Calabria.

