La denuncia

«Clementine svendute o lasciate marcire, vino e olio ignorati. La Calabria si vergogna dei suoi prodotti»

La denuncia dell'associazione Otto Torri sullo Jonio: «Una regione che rifiuta se stessa non può avanzare alcuna pretesa»

di Redazione
13 novembre 2021
11:54

«Una regione che si conferma seconda per produzione olivicola in Italia ma nella cui ristorazione locale, a tutti i livelli e nella stragrande maggioranza dei casi, non vengono privilegiati i numerosi extravergine di qualità prodotti nei territori, imbottigliati ed esportati altrove, non ha alcun diritto di lamentarsi di nulla; tanto più nel mese principe dello straordinario olio novello che esce dai frantoi di tutte e cinque le province».

È quanto dichiara Lenin Montesanto, direttore di Otto Torri sullo Jonio, associazione europea che da 25 anni fa della necessità di riappropriazione del patrimonio identitario e della sovranità alimentare regionale una delle sfide economiche principali per il riequilibrio di tutti gli altri gap, che ritorna «sull’assurda e paradossale fotografia di una Calabria pubblica e commerciale che ignora e si vergogna dei propri vini, dei propri extravergine e delle proprie clementine (idem per, arance, castagne, etc)».


«Una terra che in autunno diventa una distesa gialla e profumata per la quantità e qualità di clementine nelle sue campagne, miseramente svendute per altri mercati più capaci o lasciate marcire a terra ma del tutto latitanti nella ristorazione, nelle pizzerie, negli eventi, nei bar o addirittura nelle mense scolastiche, non ha alcun diritto di protestare per ciò che non ha (o non avrebbe).

Un popolo che da millenni produce vino e che da meno di mezzo secolo lo esporta pure nel resto del mondo ma che, sempre in questa bella stagione produttiva e sempre nella stragrande maggior parte dei casi, non è capace né di aprire e promuovere le porte delle proprie cantine agli enormi flussi economici dell’enoturismo internazionale; ed un popolo che non sa o non vuole raccontare e far rivivere la magia ancestrale della vinificazione nei propri asili ed ai giovani ai quali domani però si teorizzerà che bisogna emigrare a prescindere, non ha alcuna credibilità nel suo ritornello stantio di rivendicazioni di sviluppo mancato e retorico riscatto. Che del resto non commuove nessuno».

«Una Calabria così, che sistematicamente rifiuta se stessa di cui si vergogna quotidianamente a tavola, nei frigo di casa, nei supermercati, nella ristorazione e nei luoghi di formazione, non può avanzare alcuna pretesa, manco di continuare a piangersi addosso, così come comunque fa ad ogni stagione.

Altro che pianti e rimpianti sul cosiddetto Piano Nazionale di Resilienza e Ripartenza (PNRR) e sul presunto taglio di risorse comunitarie destinate al Sud! Che tuttavia non rattristano nessuno.

Il vero taglio auto-lesionista che i calabresi fanno a se stessi, mentre i frantoi sono a pieno regime come in questo periodo, è quello che si realizza negli scaffali della piccola e grande distribuzione nei quali latitano solo le bottiglie del nostro extravergine a vantaggio degli oli-truffa; e sulle tavole delle nostre trattorie e dei nostri ristoranti nei quali ancora dominano oli di dubbia o incerta qualità, presentati in bustine di plastica o sostituiti da dosatori illegali, privi del prescritto tappo anti-rabbocco.

La vera decurtazione di risorse potenziali, economiche ed umane che i calabresi praticano a se stessi è quella che si materializza sia nella totale assenza di clementine, in questo periodo di grande raccolta e svendita, non tanto o non soltanto nei menù ma anche soltanto liberamente esposte e proposte in tutta la rete commerciale regionale; sia quando alla richiesta di una spremuta naturale di questo frutto abbondante, nutriente e prezioso che dovrebbe essere tra le icone distintive di questa terra, nei bar si risponde e presenta serenamente una bibita gasata in lattina, senza frutto, senza succo, piena di conservanti e buona solo per le multinazionali del cibo spazzatura e del Nutriscore europeo.

Il vero danno culturale ed economico che questa regione e anzi tutto la sua rete di impresa agricola, commerciale e distributiva continua a fare a se stessa, più di ogni eventuale disattenzione dei governi nazionale ed europeo, è quello di non trasformare vigneti e uliveti in sicuri attrattori turistici e ricettivi eco-sostenibili (così come accade altrove, anche ai nostri confini) e nel non spiegare alle proprie figlie ed ai propri figli come, che significa e quanto vale avere ancora terra fertile per vinificare, molire e spremere».

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