Le ripercussioni

Guerra in Ucraina, la difficile partita dell’Italia e la dipendenza dal gas russo

Quali saranno le ripercussioni del conflitto per la nazione per l’Europa? L’analisi di Alessia Melcangi, docente di Relazioni internazionali alla Sapienza e Roberto Virzo professore di Diritto alla Luiss

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di Sofia Antonelli
25 febbraio 2022
06:30
Da sinistra: Vladimir Putin e Mario Draghi
Da sinistra: Vladimir Putin e Mario Draghi

La comunità internazionale è sotto shock dopo che il presidente russo Vladimir Putin ha dato il via libera per l’invasione della vicina Ucraina. Ma quali saranno le ripercussioni di questa escalation politica e militare per l’Italia e per l’Europa? Che cosa dobbiamo aspettarci nel medio e lungo periodo? Una situazione che potrebbe sfuggire di mano e la cui complessità risulta evidente nelle analisi di Alessia Melcangi, docente del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma e ricercatrice dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), e con il professor Roberto Virzo, docente di Diritto Internazionale ed europeo alla Luiss Guido Carli di Roma e all’Università degli studi del Sannio. 

Secondo i due esperti, l’impatto maggiore della crisi si noterà sul settore dell’energia. Come ricorda la professoressa Melcangi, «L’Italia importa dalla Russia circa il 40% del proprio gas naturale, quello che serve per cucinare, per riscaldare le case e per le necessità basilari». Una dipendenza che l’Italia soffre in modo particolare perché, a differenza degli altri paesi europei, il nostro è quello che punta di più sull’importazione di gas naturale e «in questo panorama, l’Italia è quella che ci rimetterebbe di più».


«C’è grossa preoccupazione per il gas» continua la docente, «soprattutto in concomitanza con il periodo invernale che ne fa accrescere i consumi». E l’escalation militare «provoca una grave preoccupazione in aggiunta al caro bollette i cui effetti sono già evidenti».

Le riserve di gas sono quindi uno strumento potentissimo in mano al Cremlino, ma la situazione va letta anche al contrario: «È vero che Il 67% del gas russo viene esportato in Europa, ma questo vuol dire che Bruxelles dipende da Mosca quanto Mosca dipende da Bruxelles. Noi rappresentiamo il miglior cliente che la Russia possa avere sul mercato», aggiunge Alessia Melcangi.

Ed è in questa ottica che vanno valutate le sanzioni economiche che l’Unione Europea ha imposto alla Russia negli ultimi giorni. Gli effetti della crisi sono proporzionati alle sanzioni imposte dall’Europa, che Melcangi definisce «un’arma a doppio taglio». È della stessa opinione Virzo, secondo cui queste decisioni «determinano una limitazione agli scambi commerciali ed economici e quindi finiscono per essere bidirezionali».

Non è da escludere quindi che ci siano ripercussioni economiche di lunga durata anche nell’Unione Europea. E come sottolinea Virzo, in queste circostanze «il conflitto è tra fare scelte di questo tipo e rimanere spettatori indifferenti davanti ad un atto di aggressione verso un altro paese». 

Ma preoccupa anche il profilo economico-finanziario: incertezza sui mercati finanziari e perdita economica sul commercio. Mosca, infatti, rappresenta la quattordicesima destinazione al mondo per le merci italiane, parliamo di un introito di 20 miliardi di euro.

Per Virzo la preoccupazione più forte è sicuramente quella sul piano economico, ma «non dovrebbe essere neanche quella preponderante». A creare apprensione, le motivazioni più o meno celate nel discorso pronunciato da Putin martedì 22 febbraio: «Questo discorso preoccupa per le implicazioni politiche dell’ordine internazionale. L’episodio dell’Ucraina crea maggiore precarietà in una nuova stagione già caratterizzata da incertezze ed instabilità. Non è un evento da sottovalutare per quello che può far scattare. È una scintilla che bisogna evitare che diveti incendio. E se proprio non si riesce a spegnere la scintilla, che almeno si faccia il possibile per far sì che non si propaghi ulteriormente. Questo deve preoccupare, oltre agli aspetti economici».

In una situazione internazionale di estrema precarietà, in cui non si possono individuare chiari scenari di sviluppo, ipotesi verosimile secondo la professoressa Melcangi è che «dal punto di vista strettamente energetico, l’Italia e l’Europa immaginino delle strategie energetiche comuni».

Per fare questo, sarà necessario «guardare a Sud, verso Algeria e Libia» per «diversificare le rotte di approvvigionamento, identificarne di nuove per ridurre la dipendenza dei paesi europei da un unico fornitore di gas, soprattutto guardando verso il meridione». Ed ecco che si aprirebbe lo spazio del Mediterraneo Orientale, «che potrebbe aprire alla possibilità di connettere direttamente le fonti di gas dell’Est Med con l’Italia». Un progetto su cui l’Ue ha già fatto passi avanti, che per adesso sembra essere stato accantonato, ma che forse oggi torna ad essere di enorme urgenza e attualità. 

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