Paradossi

In Calabria l’impresa non è donna: solo 137 le domande di adesione al bando nazionale

Ultima regione del Sud su un totale di 5mila istanze inoltrate a Invitalia per gli incentivi a favore di nuove iniziative imprenditoriali. Anche l'occupazione femminile nel suo complesso fa registrare numeri lontani dalle medie europee

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di Francesco Rende
23 maggio 2022
16:32

Come è possibile che in una terra arida di capitali, in cui è difficile ottenere finanziamenti dalle banche, con una ricchezza pro capite tra le più basse della nazione e con gli indicatori sull’occupazione tra i più bassi d’Europa, che un bando dedicato all’imprenditoria femminile veda arrivare pochissime richieste dalla Calabria? Se lo staranno chiedendo probabilmente anche negli uffici di Invitalia, l’ente che nelle scorse settimane ha pubblicato il Fondo Impresa Femminile, l’incentivo del ministero dello Sviluppo economico e gestito da Invitalia che sostiene la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle imprese guidate da donne.

Quasi 5mila le domande arrivate in poche ore, tanto che Invitalia è stata costretta a chiudere dopo poche ore lo sportello online per la presentazione delle richieste: eppure, a fronte di tantissime pratiche arrivate dalle altre regioni, dalla Calabria ne sono arrivate solo 137. Poche, pochissime per le necessità del territorio, che risulta essere l’ultima Regione del Sud Italia per numero di domande presentate.


Donne e lavoro, in Calabria meno della metà rispetto al resto della Ue

Il divario con le altre regioni d’Italia e d’Europa, però, è vivo e netto non solo nei numeri della partecipazione ai bandi, ma dalle percentuali estremamente negative rispetto al resto d’Italia e d’Europa.

Basti pensare, infatti, che il tasso di donne occupate in Calabria nel 2020 era del 30,3%: un valore decisamente inferiore ad altri territori. Nel resto del mezzogiorno, l’occupazione femminile è al 36%, mentre la media nazionale vede il 52,7% delle donne occupato in attività lavorative. Un massacro, poi, se sommiamo questi dati alle percentuali Ue: nel resto d’Europa, le donne occupate sono addirittura il 62,4% in media, numeri che raddoppiano quindi le percentuali minime registrate dal Pollino allo Stretto di Messina.

A poco sono servite in questi anni le misure a sostegno dell’occupazione femminile: mancano ad esempio ancora le graduatorie e i dati definitivi, ma dalle prime indiscrezioni anche il bando POR Calabria pubblicato nel febbraio del 2022 a sostegno dell’impresa femminile non ha avuto i risultati sperati.

Ecco perché le donne in Calabria non lavorano

Resta il fatto, innegabile, che se già fare impresa in Calabria è più difficile, per una donna lo è ulteriormente. Mancano alcuni servizi essenziali che nel resto delle regioni italiane supportano le donne e le loro famiglie, mentre mancano totalmente nelle cinque province calabresi. Una di queste, ad esempio, è la rete degli asili nido: un servizio essenziale che nel Mezzogiorno in particolare è distante dalle medie Ue.

Nel 2019, anno dell’ultima rilevazione utilizzabile, il valore medio italiano è di 26,9 posti per 100 bimbi da zero a tre anni. Eppure, le medie nascondono un’amara verità: il differenziale tra nord e sud è abissale, nei numeri e nella forma. L’Istat infatti sottolinea che dividendo l’Italia in tre aree, il nord è abbastanza vicino agli obiettivi europei del 33%, mentre il Sud e la Calabria in particolare sono in una situazione disastrosa. In Calabria infatti vi sono solo 10,9 posti ogni 100 bambini, circa un terzo di quello che viene considerato come l’obiettivo minimo.

A questo si aggiunge un’importante differenza di retribuzione tra uomini e donne nel mezzogiorno: le donne nel Mezzogiorno d’Italia vengono pagate circa il 30% in meno: la media delle retribuzioni degli uomini infatti è di circa 16 mila euro mentre quella femminile è leggermente superiore agli 11 mila.

È dunque un’emergenza quella legata alla situazione delle donne ed al loro ingresso nel mondo del lavoro in Calabria? Assolutamente si, e tutti i dati ne danno conferma. Resta da capire però come si potrà affrontare un problema tanto complesso senza strutture e senza interventi specifici. Servono infatti misure strutturali per evitare una vera e propria distorsione della questione, ovvero il rischio che tra mancanze di asili, scarse retribuzioni e difficoltà organizzative, per le donne diventi più conveniente stare a casa che lavorare. Una sconfitta per tutta la società. 

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