L'aeroporto di Lamezia riparte a pieno ritmo ma il personale resta a casa o in cassa integrazione

Gli stagionali non sono stati chiamati e potrebbero essere messi da parte a favore di un’altra società. Il resto dei dipendenti interni fa affidamento su ammortizzatori sociali e lavora a ranghi ridotti (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Tiziana Bagnato
23 giugno 2021
11:00

Il cielo sopra l’aeroporto di Lamezia Terme ha ripreso a riempirsi di aerei. Gli spostamenti, complici il venir meno delle restrizioni e la contrazione dei contagi, hanno adesso un buon ritmo. La Calabria è considerata tra le dieci mete turistiche più gettonate per questa estate secondo Demoskopica e, si sa, la porta d’accesso principale rimane lo scalo internazionale di Lamezia Terme. Nel 2019 si sfiorarono i tre milioni di viaggiatori, un record e ora le stime vogliono che nel solo mese di luglio ci sia almeno il 70 per cento di passeggeri dello stesso periodo di tre anni fa. Bisognerebbe avere un aeroporto operativo al mille per mille, vedere gli impiegati nelle varie mansioni carichi di adrenalina lavorare dopo un anno e mezzo di fermo quasi totale, ma non è così.

Tutti in cassa integrazione o a casa

Attualmente tutta la forza lavoro dell’aeroporto è in cassa integrazione. Sono 154 in tutto gli occupati sui tre scali gestiti dalla Sacal spa, 112 quelli assunti con Sacal Gh solo su Lamezia. Tutta la forza lavoro di entrambe le società si trova in cassa integrazione a zero ore a rotazione. Assenti gli stagionali, prima esclusi dagli ammortizzatori sociali come da previsioni di legge, poi lasciati a casa anche quando si sarebbero aspettati di tornare operativi.


Ma la storia è più complessa di quanto potrebbe sembrare. Gli stagionali sono operativi nello scalo da tempo, alcuni anche da più di dieci anni. Si occupano di diverse mansioni, da quelle di tipo più operativo a quelle di stampo amministrativo. I sit-in e le proteste hanno affiancato le loro “annate” alla ricerca continua di una stabilizzazione o della strada per evitare che ci fossero nuovi avvisi che li andassero ad escludere.

Il nodo stavolta è che la pandemia, quell’anno e mezzo di voli ridotti al lumicino, di scalo che ha chiuso tutte le attività interne e commerciali, diventando quasi una ghost town, ha raccolto una serie di elementi di crisi che ora stanno emergendo in tutta prepotenza disegnando un quadro con colori nuovi e foschi.

Le crepe nella Sacal

Se Arturo De Felice, lasciando la presidenza aveva affermato di avere portato la società per la prima volta dopo anni a chiudere in positivo il bilancio, ora c’è stato bisogno di un’iniezione di capitale. E non si tratta di roba da poco. Sono quattro i milioni di euro con i quali è intervenuta la giunta regionale. Ma non solo. Le dinamiche interne aall'assemblea sarebbero degenerate fino ad arrivare ai ferri corti.

L’ultima seduta di cda è stata interrotta e vedeva i privati decisi ad avere la maggioranza. La discussione riprenderà il 30 giugno e potrebbe essere decisiva.Ma se gli stagionali non vengono chiamati a lavorare, nonostante il via vai di aerei e di pulmann, è perché tra i nodi posti sul tavolo c’è anche il passaggio dei servizi di terra ad una società esterna. Società che non sarebbe tenuta ad assumere chi fino ad ora ha faticato nello scalo.

Gli stagionali a rischio

Ieri, durante, una riunione dei sindacati con i vertici Sacal, silenziosamente un delegazione di stagionali ha stazionato nei pressi degli uffici direzionali quasi come un monito: “Noi ci siamo”. Temono una manovra maldestra che possa distruggere la serenità di decine di famiglie dopo anni e anni trascorsi nello scalo. Temono anche il silenzio, quello strano riserbo arrivato sulla società con la nuova gestione De Metrio.

Giornalista
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