«Caro sindaco, da Crotone si scappa»

La lettera del coordinatore regionale Art 1 Mdp indirizzata al primo cittadino evidenzia le criticità di un territorio in ginocchio: «Il Lavoro in regola non può essere considerato un regalo ma un diritto. Basta con la conta dei morti»

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15 novembre 2018
15:42
Crotone città
Crotone città

«Caro sindaco, mi corre l’obbligo di replicare alle tue dichiarazioni riprese dalla stampa nazionale, in cui descrivi Crotone  come una terra in cui regna l’illegalità e dove la gente utilizza tutti gli espedienti per non lavorare correttamente e quindi non pagare le tasse. Voglio ricordarti che la nostra gente ha sempre avuto la cultura del lavoro e ha reso questo lembo di terra calabrese un luogo produttivo che, con le sue fabbriche, ha scritto pagine importanti nella storia economica calabrese e del Mezzogiorno. Un luogo dove la solidarietà diventava fatto concreto e dove la sacralità del lavoro e la dignità dello stipendio rendeva le persone  libere e non suddite. Ma oggi, caro Sindaco da Crotone si scappa oppure si muore, per cui  la tua nota stampa sul fatto che qui a Crotone lavorano tutti in nero ci dona l'occasione per aprire un confronto sulle condizioni della città, su come è cambiata negli ultimi anni, sui suoi bisogni, sulle sue emergenze, sul suo futuro». Inizia così la lettera indirizzata al sindaco di Crotone, scritta da Pino Greco, coordinatore regionale Art1MDP (ex operaio Pertusola Crotone).

 

Una situazione drammatica quella vissuta dalla città: «Da Crotone  si scappa. Sono migliaia le ragazze e i ragazzi, i giovani genitori, gli adulti senza lavoro che negli ultimi anni hanno lasciato Crotone  per cercare un futuro dignitoso all'estero o in altre parti d'Italia.  Alle valigie di cartone abbiamo sostituito i trolley compatti per i quali non si paga il costo del bagaglio in aereo ma il disastro sociale che vive la città e il meridione nel suo complesso non è diverso da quello di 70 anni fa, con la differenza che giusto in quel lontano periodo, Crotone si avviava a diventare l’anomalia positiva della Calabria. Nell’immediato dopoguerra quegli amministratori, che magari non avevano una laurea, riuscivano ad operare uuna saldatura tra il bracciantato agricolo dell’allora Marchesato e gli operai e le maestranze della fabbriche crotonesi, assicurando un benessere e un progresso all’intero comprensorio».


Oggi «manca la prospettiva, il progetto da proporre ai cittadini e a giustificare l'emigrazione non c'è solo la condizione economica ma anche una progressiva invivibilità della città, l'assenza di servizi. Crotone  senza lavoro, il polo industriale per l’intera regione è ormai una narrazione d'altri tempi e mentre le crisi si susseguono, le condizioni lavorative diventano inaccettabili. Sono migliaia le cittadine e i cittadini crotonesi  che, regolarmente assunti, lavorano senza prendere lo stipendio. Il lavoro nero o tramite voucher è poi la norma per intere generazioni. Bar, ristoranti, asili, discoteche, centri per anziani, magazzini, negozi pagano alla giornata. In un sistema di moderno caporalato, alla piazza dove farsi trovare alle 5 del mattino si è sostituito lo smartphone e un messaggio su whatsapp: “stasera lavori, domani sera no! Vieni tra due ore!”  Per i cantieri il meccanismo è lo stesso. Le condizioni sono ai limiti della schiavitù e diventa paradossale che nel deserto lavorativo, nel giro di pochi mesi, sono ben 7 le persone che hanno perso  hanno perso la vita in quei pochi nei cantieri.

 Le morti sul lavoro sono segno di sottosviluppo e inciviltà e, spesso, sono la conseguenza della mancanza di tutele e scarsi controlli. Ecco perché c’è bisogno di un Piano per Il lavoro, caratterizzato da investimenti produttivi in grado di rilanciare l’economia e ridare dignità e non mortificazione  ad un popolo che ha già dato tanto e pagato un prezzo altissimo. Altroché reddito di cittadinanza

Il Lavoro in regola non può essere considerato un regalo ma un diritto. Basta con  la conta dei morti  e con le farneticanti allusioni che condannano in maniera a dir poco superficiale un popolo».

 

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