Reddito di cittadinanza e migranti, ecco come i Caf spiegano l'inghippo dei controlli preventivi

VIDEO | Centri di assistenza fiscale nella bufera dopo l'ennesima operazione contro i "furbetti". Parlano gli operatori di due strutture della piana di Gioia Tauro: «Non siamo tutti uguali, c'è chi pretende che le tutte le carte siano in regola»

di Agostino Pantano
17 giugno 2021
20:45

Migranti denunciati per il reddito di cittadinanza: parlano gli operatori dei Caf. Non tutti i Centri di assistenza fiscale che operano nel territorio intorno alla tendopoli di San Ferdinando si consegnano al silenzio, all’indomani dell’operazione Tentazione che ha portato alla denuncia di 177 africani percettori del sussidio. Valerio Managò e Maria Carmela Digiacco, responsabili rispettivamente dei servizi erogati dalla Cgil nella Piana e della Fisconsult di San Ferdinando, hanno accettato di rispondere alle nostre domande.

«Il reddito di cittadinanza – premette Managò – rimane una misura che veramente è in grado di dare un sollievo a chi vive in condizioni di povertà, e però dobbiamo dire anche il sistema dei controlli ha dimostrato parecchie pecche». Proprio l’argomento delle verifiche è quello diventato più sensibile. «I Caf seri – è il monito di Digiacco – se vogliono possono fare i controlli preventivi e incrociati, ovvero prima che la pratica arrivi all’Inps che si fida della sola autocertificazione del modello Isee. Nel mio studio facciamo in modo che il cittadino extracomunitario non si limiti ad esibire il certificato di residenza semplice, perchè solo quello storico è in grado di dimostrare se ha maturato i 10 anni di permanenza in Italia di cui gli ultimi 2 continuativi».


Nel caso degli stranieri, il sospetto che hanno gli investigatori è che ci siano dei Caf compiacenti. «Ci è capitato diverse volte – aggiunge Managò – di sentirci dire dai richiedenti stranieri che i nostri uffici chiedono documenti in più rispetto ad altri, quasi lamentandosi della nostra assoluta rigore».

Riflettori accesi quindi sull’uso perverso di una tutela sociale che a Roma vogliono riformare e che nell’illecito non guarda al colore della pelle, anche se appare francamente impossibile che persone che parlano a stento in italiano siano in grado di districarsi nel dedalo della burocrazia – in gran parte da attivare on line - che sta intorno alla richiesta. «Servono gli stessi documenti – conclude Digiacco – ma ciò che cambia è la disponibilità».

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