Il caso

Rigassificatore di Gioia Tauro, il decreto c’è ma non basta: ecco perché lo Stato potrebbe commissariare se stesso

VIDEO | Tre ministeri hanno già dato il via libera all'opera ma i privati non andarono avanti: ora il governo annuncia che si farà come a Piombino  

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di Agostino Pantano
28 ottobre 2022
21:22

Ha una data molto remota, il decreto che autorizza la costruzione del rigassificatore di Gioia Tauro, che ora la premier Meloni ritiene possa essere realizzato grazie ad un proprio atto. Il 14 febbraio del 2012 ben tre ministeri dell’allora governo Monti, i dicasteri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e delle Infrastrutture, licenziarono una norma che completava un iter cominciato con la conferenza dei servizi del 2005, che formalmente si chiama “autorizzazione unica sostitutiva”. Il decreto interministeriale, inoltre, dava alla società Lng Medgas Terminal Srl 18 mesi di tempo per cominciare i lavori e completarli nei successivi 42 mesi, termini che misteriosamente sono saltati anche perché l’anno successivo all’autorizzazione il proponente – quindi i gruppi Iride e Sorgenia – ottenevano la sospensione tecnica dei termini.

«È dal 2019 che la legge riconosce al governo, tramite un Dpcm, di poter far fare un’opera strategica», spiega l’economista della Mediterranea Domenico Marino, visto che il presidente Occhiuto prima e la premier Meloni dopo, hanno legato proprio a questo nuovo, e possibile, strumento normativo il destino dell’impianto. «La norma – prosegue il docente – autorizza il governo a nominare un commissario per accelerare l’iter». Gioia Tauro come Piombino? Non proprio, perché in Calabria siamo molto distanti da quel clima di protesta che si respira in Toscana. Perché il governo dovrebbe commissariare un iter che già sarebbe concluso, anche le amministrazioni comunali diedero parere favorevole – attraverso le Terne commissariali straordinarie che all’epoca guidavano i municipi di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando – è uno dei quesiti che rimangono in piedi.


«Se manca il progetto definitivo – prosegue Marino – il governo può dare il suo impulso». Che qualcosa delle vecchie intenzioni si sia arenato, lo dimostra il fatto che l’Autorità portuale pur avendo ricevuto l’istanza, si trovò a non poter completare la procedura per la concessione demaniale marittima, per disinteresse del proponente, oppure – e questo è il secondo grosso mistero – perché i privati potrebbero aver considerato insormontabile l’ostacolo frapposto dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, che diede delle prescrizioni molto ferree. Fatto sta che non sono stati mai eseguiti gli espropri e che, come dice Marino, «quest’opera era strategica già 20 anni, ma verrebbe complicato immaginare oggi un Dpcm che crei una partenership pubblico-privato per realizzare il rigassificatore, essendo la materia quella dell’autonomia energetica, più probabile ipotizzare l’intervento di qualche concessionario dello Stato».

Dibattito aperto, quindi, intanto per capire se il Dpcm ci sarà o meno e, in secondo luogo, per sapere cosa frenò il proponente (forse i buoni rapporti che la politica italiana all’epoca aveva con Putin) e, infine, per sapere chi farà cosa e con quali tempi.

Giornalista
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