Il Covid trasforma l’Unical in città fantasma, appello al rettore: «Riaprire tutto»

VIDEO | Sit-in al Centro Residenziale degli studenti del fronte della Gioventù Comunista. «La didattica a distanza è discriminante». All'iniziativa ha partecipato una delegazione degli operatori del servizio mensa: «Abbiamo paura di perdere il lavoro»

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di Salvatore Bruno
9 giugno 2020
19:30

Il lockdown ha ridotto l'Università della Calabria alla stregua di una città fantasma. Tra personale, studenti e docenti, nel campus gravitano normalmente circa 10 mila persone. Adesso ne sono rimaste una manciata, poche centinaia appena. In prevalenza si tratta di giovani provenienti dall'estero.

Fermi alla fase 1

Ma mentre il resto del Paese ha ripreso la vita di tutti i giorni, sia pure con tutte le precauzioni necessarie ad evitare nuovi focolai di coronavirus, ad Arcavacata si è ancora fermi alla fase 1, con la didattica a distanza, gli esami via computer ed i servizi praticamente sospesi. Si andrà avanti così almeno fino al 14 giugno.

Il rettore batta un colpo

Da un giorno all'altro si attendono le determinazioni del rettore Nicola Leone. Da più parti arriva l'appello a programmare la ripresa delle attività. Soprattutto di ripristinare subito gli esami in presenza.

Giovani in sit-in

L'ultima sollecitazione in ordine di tempo, è quello del Fronte per la Gioventù Comunista. Si sono ritrovati in sit-in davanti agli uffici del Centro Residenziale. tante le questioni sollvate: e«La didattica a distanza non è inclusiva - denuncia Giuseppe Albanese rappresentante di FGC - Gli studenti meno abbienti hanno difficoltà a dotarsi dei device richiesti per sostenere gli esami, ovvero un computer e contemporaneamente un tablet o uno smartphone. E poi molti hanno problemi di qualità della linea internet».

Servizi da rimborsare

C'è poi la questione relativa alla richiesta di rimborso in favore dei vincitori di borsa di studio, delle somme decurtate dall'Unical per i servizi di alloggio e mensa, servizi di cui gli studenti in questi ultimi tre mesi, non hanno usufruito: «Parliamo di circa 1.200 euro che in questa situazione farebbero comodo alle famiglie».

Problema occupazionale

Insieme agli studenti, al sit in hanno partecipato anche i rappresentanti dei dipendenti della Cascina, società appaltatrice del servizio mensa. Nel complesso sono in 106, e sono a casa da marzo. Non hanno i requisiti per la cassa integrazione e percepiscono un sostegno di poche centinaia di euro, attraverso il Fondo di Integrazione Salariale.

Rischio licenziamento

Adesso temono anche il licenziamento. «In questo momento l'unico servizio offerto dalla mensa è quello di fornire i pasti agli studenti internazionali attraverso la distribuzione di cestini - dice Gianfranco Tricanico, impiegato della Cascina - Bastano poche unità di personale. Per questo siamo impiegati a turno per poche ore settimanali. Ma se da settembre le cose non cambieranno, la ditta non avrà più motivo di mantenerci in servizio».

Giornalista
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