Ogni mercoledì il format porta in tv un dialogo vivo tra musica, poesia e pensiero. Con Francesco Perri, la trasmissione diventa un luogo di incontro tra arti, emozioni e storie che parlano direttamente all’anima
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Quattro quarti. Nel "teatro televisivo contemporaneo", dove spesso l’effimero soffoca l’essenziale, emerge con sorprendente e nobile singolarità "Quattro quarti", il programma che ogni mercoledì, in prima serata su LaC TV, eleva il linguaggio della musica a materia di riflessione universale.
Al timone di questa creazione si pone con autorevole consapevolezza il maestro Francesco Perri, figura di rilievo nella cultura musicale italiana contemporanea: compositore, direttore d’orchestra e docente, la cui opera non si limita alla pratica esecutiva, ma investe la formazione e la diffusione del pensiero musicale. Attualmente direttore del Conservatorio musicale Stanislao Giacomantonio di Cosenza, Perri incarna il paradosso fertile di un musicista classico che, lungi dall’isolarsi nei sacri recinti delle istituzioni accademiche, si immerge nell’universo televisivo con l’irrequieta curiosità dell’intellettuale e l’eloquenza di chi sa che la bellezza, per essere compresa, deve essere narrata con grazia e profondità.
Non è consueta, nel nostro tempo, la presenza di un docente di conservatorio quale protagonista di un palco televisivo. Eppure, la scelta di Perri di condurre Quattro quarti, rivela una lungimiranza intellettuale che rompe lo snobismo che ha a lungo relegato la televisione a spazio di soltanto superficiale intrattenimento. Egli, invece, rinviene nella televisione una palestra di pensiero, un luogo di incontro tra saperi, arti e animi. Così, egli parla di Libertà, Amore, Viaggio, Bellezza e Luna, non come astratti concetti accademici, ma come archetipi che vivono e convivono nella vita di ciascuno, attraverso parole, musica e memoria collettiva.
Il merito di questa riuscita, oltre alla visionarietà del conduttore, va riconosciuto alla regia di Andrea Laratta, coadiuvato da Maria Lucia Ferrarelli. La loro regia non è semplice organizzazione tecnica di immagini e suoni, ma arte cinematografica allo stato puro. Ogni inquadratura è pensata come segno, ogni cambio di prospettiva è gesto narrativo. L’audio è cesellato con cura filologica, capace di rendere tangibile la vibrazione degli strumenti e il respiro degli interpreti, come se lo spettatore fosse seduto sulla pedana di un teatro. Non davanti allo schermo, ma dentro di esso. In un’epoca in cui la televisione sembra spesso cristallizzarsi in moduli stereotipati, la regia di "Quattro quarti" si propone come paradigma, sul modello dei migliori programmi di divulgazione nazionale, dove la precisione formale non mortifica l’intensità emotiva, ma la amplifica.
A fianco del conduttore, due presenze che definiscono l’ossatura affettiva e performativa del programma: il violinista Pasquale Allegretti Gravina - maestro la cui arte, radicata nella tradizione e aperta all’improvvisazione, sussurra all’anima dell’ascoltatore, rendendo visibile l’invisibile - e il performer e poeta Daniel Cundari, interprete d’eccezione.
Nel dialogo vivente tra parole e suoni, il programma non si limita a presentare ospiti di spessore - figure provenienti dal mondo accademico, artistico, scientifico, istituzionale e sociale - ma li fa convergere in una trama di pensiero che trasforma la conversazione in meditazione collettiva. Questa scelta tematica e umana distingue Quattro quarti come un rito televisivo dove la musica non accompagna, bensì genera senso.
In questo contesto, la musica non è mera colonna sonora ma suono del pensiero: un narrante che guida lo spettatore verso frammenti di umanità inesplorata. Le conversazioni con ospiti di altissimo profilo culturale sono tessute con un equilibrio che rende ogni puntata un mosaico di esperienze, visioni e riflessioni; momenti d’incontro tra linguaggi e storie di vita.
Quattro quarti è una testimonianza di quanto il mezzo televisivo possa elevarsi di rango, per divenire strumento divulgativo di valore, capace di parlare all’intelligenza, al cuore e allo spirito. In un tempo che pretende semplificazione, la trasmissione del maestro Francesco Perri reclama la complessità come dimensione di bellezza, mostrando come la cultura — alla fine — non si oppone alla televisione, ma la trasforma.



