Non si è presentato per fare il comprimario e non ha provato a nascondersi dietro il linguaggio dei comunicati. Leonardo Maria Del Vecchio, ospite di Lilli Gruber a “Otto e mezzo” su La7, ha scelto la linea della risposta diretta: successione ancora irrisolta, rapporto con gli altri eredi, l’incidente con la Ferrari, la sua idea di impresa, gli investimenti, la politica. Un’intervista che, al di là delle simpatie, fotografa un fatto: tre anni dopo la morte del fondatore, la grande macchina Delfin non ha ancora chiuso la successione e il tema resta un nervo scoperto.

Nel cuore della puntata, Del Vecchio junior torna sul punto che da tempo agita i retroscena: perché gli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, proprietari ciascuno del 12,5% della cassaforte Delfin, non abbiano ancora trovato una sintesi. Lui mette la questione sul tavolo in modo netto, distinguendo il proprio atteggiamento da quello di chi ha chiesto il beneficio d’inventario: «Io ho accettato in maniera nuda e cruda l’eredità di mio padre - ha sottolineato Leonardo Maria Del Vecchio - bisogna chiederlo agli altri che hanno chiesto il beneficio d’inventario perché non ci siamo messi d’accordo». E cita i nomi che, nel suo racconto, rappresentano quella distanza: Nicoletta Zampillo, Rocco Basilico e gli altri azionisti di Delfin.

Poi sposta lo sguardo su un paragone ingombrante, ma comprensibile per chiunque abbia seguito le grandi successioni italiane: «Quella di Berlusconi - ha sottolineato a Otto e mezzo su La7 - è un esempio di successione ben riuscita». E aggiunge la spiegazione che, nelle sue parole, rende “più complesso” il loro caso: «La differenza di età e la lontananza dei nuclei familiari, sono tre, e il più grande aveva 70 anni e il più giovane nemmeno 20 quando tutto è iniziato, rendono le cose più complesse per noi». È un modo per dire che, oltre ai numeri e alle quote, c’è un elemento umano e familiare che pesa, e che oggi impedisce la chiusura di un capitolo che per l’azienda dovrebbe essere già archiviato.

Nel mirino, a inevitabile distanza ravvicinata, finisce anche l’incidente sulla tangenziale di Milano con la Ferrari di novembre scorso, per cui Del Vecchio è indagato per sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso. Anche qui, nessuna reticenza: la sua versione è tutta concentrata sulla scelta di allontanarsi dopo essersi accertato dei soccorsi. «Dopo essermi accertato dell’arrivo dei soccorsi, per non fare omissione di soccorso, ho chiamato l’autista perché aspettasse la polizia che dopo un’ora e mezza non era ancora arrivata e io avevo un impegno di lavoro, non per mettersi alla guida». La frase ha due obiettivi: rivendicare di non essersi sottratto e, insieme, giustificare l’uscita di scena con un impegno già fissato, mentre l’attesa della polizia si allungava.

Non solo difesa, però. Del Vecchio prova anche a riposizionarsi come imprenditore, quasi a sottrarre la sua immagine alla sola cronaca – giudiziaria e mondana – che spesso lo incornicia. «Sono un imprenditore che si concentra sul fare più che pubblicizzare quello in cui investe. Risultati ce ne sono stati molti, ma posso capire che siano più leggibili dai molti, il gossip e le cronache rosa». Qui il bersaglio è evidente: la percezione pubblica, che finisce per ridurre tutto a titoli e rumor, mentre lui rivendica un percorso “di lavoro” e non di immagine.

Ed è proprio sul percorso che insiste, dando coordinate e date: «Il mio percorso come imprenditore è iniziato poco più di tre anni fa: ho 31 anni, ma lavoro da quando ne avevo 21: iniziando in un negozio di occhiali ho avuto possibilità di vedere tutti gli aspetti della grandissima azienda che mio padre ha creato. Penso che sarebbe contento di me e non solo di questi ultimi 4 anni, se no non sarei stato scelto come manager di riferimento allinterno della sua azienda». In mezzo, il richiamo alla lezione paterna, che Del Vecchio identifica non in una formula di potere ma in un principio: il valore umano. La lezione più grande ricevuta dal genitore, dice, è stata «il valore umano e che il cuore delle aziende sono le persone».

Quando parla degli investimenti, li presenta come un rientro nel Paese, quasi una dichiarazione d’amore e di dovere insieme: «Credo in questo Paese, sono innamorato dell'Italia, ho ricevuto tanto ed è giusto, lo vedo come un dovere, cercare di restituire qualcosa, come i 1.500 posti di lavoro che ho creato con l’Hospitality Group». È un passaggio che sposta la narrazione dal “figlio di” al “costruttore di”, con il numero dei posti di lavoro come prova concreta.

La puntata diventa politica quando Del Vecchio ammette i suoi voti: «ho votato sia Renzi che Meloni in passato». E poi aggiunge una valutazione positiva sull’esecutivo: «Mi piace l’Italia di questi tre anni e mezzo di governo. Posso dire che se non mi fossi sentito stabile nell’investire in Italia non lo avrei fatto. Questa stabilità è anche parte del governo». La formula è calibrata: non è una tessera, è un giudizio legato alla stabilità, cioè alla condizione che, per un investitore, vale più di cento slogan.

Sulla politica estera, invece, Del Vecchio marca un profilo diverso, europeista: «se l’Europa giocasse un ruolo più forte e importante renderebbe molto più difficile le azioni di Trump. Sono super pro-Europa, per un’Europa unita». Un modo per collocarsi su una linea di sistema, più che su una linea di partito: stabilità interna e forza europea come cornice.

Il tema dell’editoria è quello che, in queste settimane, fa drizzare le antenne al mondo dei giornali. E Del Vecchio lo affronta con una premessa che suona quasi come una motivazione “civile”: «Credo molto nell’informazione vera. Ho notato che i giovani traggono informazioni e risposte da mezzi non autorevoli, cosa che reputo essere un potenziale pericolo per il futuro. Lo faccio perché mia figlia possa avere un giorno informazione da firme autorevoli». Poi aggiunge un freno, come a dire che non vuole accelerare oltre: «Mi è sempre stato detto che corro troppo, ma prima di fare un ulteriore passo come comprare una televisione è meglio aspettare, dato che non sono ancora entrato formalmente all’interno dell’editoria».

Quando spiega la scelta dei quotidiani e i passaggi del risiko, difende l’idea che nel mercato sia legittimo scegliere l’acquirente e cita, senza giri, la decisione di Elkann: «Nel libero mercato un venditore ha libertà di scegliere il suo acquirente. Elkann ha preso la sua decisione (su Repubblica, ndr)». E sul “Giornale” richiama la storia e il dna: «Se si pensa al Giornale, è l’ex Giornale di Montanelli. Pochi sanno che tutto è iniziato proprio con la trattativa per il Giornale. L’offerta a Gedi è stata successiva, in un percorso prestabilito un anno prima. Sono sempre dalla parte dell’informazione libera. Ho sempre rispettato il dna delle aziende, altrimenti significherebbe snaturarla. Giornali ed editoria non sono paragonabili a occhiali e frigoriferi, ma gruppi editoriali importanti lo sono diventati grazie al loro dna, alle firme e ai loro giornalisti». È, in sostanza, una promessa: non comprare per cambiare linea, ma per preservare e far funzionare.

Chiude il cerchio con il tema bancario e con la grande partita Mps-Mediobanca, rivendicandone la radice nella visione del padre: «L’operazione Mps e Mediobanca è nata dalla visione di mio padre, vedendo lo strapotere delle banche straniere, di creare un campione italiano che potesse competere con le più grandi banche europee e americane». E sulle polemiche del “concerto” respinge la lettura maliziosa: «assolutamente non c’è stato concerto… C’è un’indagine in corso, ma quello che posso dire è che sia mio padre, quindi Delfin, sia l’ingegner Cattagirone sono investitori di lungo periodo, che hanno sempre voluto fare bene alle aziende italiane». Poi la chiosa, che è quasi un rovesciamento dell’accusa: «mi sembra un ossimoro che si critichi la politica quando nazionalizza le imprese e quando le si privatizza. Io credo che quando uno Stato salva un’azienda e poi riesce tramite la privatizzazione a rimetterla in piedi facendo fruttare i soldi dei contribuenti, abbia fatto esattamente quello che uno Stato deve fare».

Resta, sullo sfondo, la frase iniziale: «chiedete agli altri perché non c’è l’accordo». Perché finché la successione resta aperta, ogni investimento e ogni scelta pubblica continueranno a essere letti anche con quella lente. E non è una lente neutra: è quella che, in Italia, decide se un erede è solo un erede o se è già diventato qualcos’altro.