L’allarme

Lista nera della Banca d’Italia: incubo per 146mila piccole imprese condannate a fallire

La Cgia di Mestre avverte sul rischio usura che incombe su imprenditori e commercianti che spesso vengono segnalati come insolventi solo perché non riescono a incassare le fatture emesse

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di Redazione
16 luglio 2022
08:25

Finire schedati nella Centrale rischi della Banca d’Italia è il terrore di tutte le imprese, che così si vedono tagliare ogni linea di credito e diventano facili prede degli usurai.  Una paura che attanaglia 146mila imprese italiane - artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che danno lavoro a circa mezzo milione di persone - che sono “scivolate” nell’area dell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari1 alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. A dirlo è l’Ufficio studi Cgia di Mestre, che ha diffuso un nuovo report aggiornato sulla situazione.

Per gli imprenditori schedati è la “morte civile”

«Per i destinatari di questa misura – si legge in una nota - è come se fossero stati condannati alla “morte civile”; un istituto giuridico diffuso in Europa fino al XIX secolo che al condannato comportava la perdita di tutti i diritti civili e il conseguente allontanamento dalla società. Ricordiamo, infatti, che chi è schedato presso la Centrale dei Rischi difficilmente può beneficiare di alcun aiuto economico dal sistema bancario, rischiando, molto più degli altri, di chiudere o, peggio ancora, di scivolare tra le braccia degli usurai. Per evitare che questa criticità si diffonda, la Cgia continua a chiedere con forza il potenziamento delle risorse a disposizione del Fondo di prevenzione dell’usura. È bene ricordare che gli imprenditori che “finiscono” in questa black list della Banca d’Italia non sempre lo devono a una cattiva gestione finanziaria della propria azienda. Nella maggioranza dei casi, infatti, questa situazione si verifica a seguito dell’impossibilità da parte di molti piccoli imprenditori di riscuotere i pagamenti dei committenti o per essere “caduti” in un fallimento che ha coinvolto proprio questi ultimi».


Insomma, un cane che si morde la coda, una situazione che vede incolpevoli imprese finire loro malgrado nella lista nera della Banca d’Italia. Anche se, fa notare la Cgia di Mestre, potrebbe andare pure peggio: «È comunque doveroso segnalare che nell’ultimo anno il numero complessivo delle attività segnalate alla Centrale dei Rischi è sceso di oltre 30mila unità. Questo lo si deve, in particolar modo, all’attività di “prevenzione” innescata dalle significative misure pubbliche di garanzia e dalla moratoria dei debiti per le Pmi introdotte in Italia dal 2020 per contrastare la crisi pandemica che ha aumentato notevolmente lo stock complessivo dei prestiti erogati alle attività produttive. Queste iniziative sono state più volte prorogate. Da ultimo, fino al prossimo 31 dicembre, data oltre la quale, il differimento potrebbe terminare definitivamente».

Dove sono le imprese segnalate

A livello provinciale il numero più elevato di imprese segnalate come insolventi si concentra nelle grandi aree metropolitane. Al 31 marzo scorso, Roma era al primo posto con 12.118 aziende: subito dopo scorgiamo Milano con 8.179, Napoli con 7.199, Torino con 5.320, Firenze con 3.252 e Salerno con 2.987. Le province meno interessate da questo fenomeno, invece, sono quelle che, in linea di massima, sono le meno popolate: come Belluno (con 253 aziende segnalate alla Centrale Rischi), Sondrio (246) e Aosta (197). Se analizziamo i dati per ripartizione territoriale ci accorgiamo che l’area più a “rischio” è il Sud: qui si contano 50.751 aziende in sofferenza (pari al 34,8 per cento del totale), seguono il Centro con 36.026 imprese (24,7 per cento del totale), il Nordovest con 35.457 (24,3 per cento del totale) e infine il Nordest con 23.798 (16,3 per cento del totale).

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