È il cambiamento politico più profondo dalla caduta di Milošević, e ancora una volta a guidarlo sono i ragazzi. Ora la prova più difficile: governare
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IPA90198696 - SERBIA, BELGRADE - OCTOBER 26, 2026: A man shows a hand heart as activists supporting the opposition ''Student List'' electoral list celebrate their victory in the 2026 Serbian parliamentary election. Alexander Ryumin/TASS
Belgrado ha festeggiato tutta la notte, con caroselli di auto, clacson e cori. L'inno della vittoria è una vecchia canzone popolare, "Tri poljupca hoću ja", "voglio tre baci". Il tre era il numero della lista sulla scheda. Secondo le proiezioni Ipsos-CeSid, gli studenti hanno ottenuto il 52% contro il 39,3% della coalizione "Serbia unita" di Vučić. Lo stesso Vučić ha riconosciuto la sconfitta prima dei dati ufficiali e ha stimato tra i 135 e i 140 seggi per gli avversari, su 250. La maggioranza è a 126.
A far capire come sarebbe finita è stata l'affluenza. Code ai seggi, file di serbi della diaspora davanti alle ambasciate dal Canada all'Australia, attese ai confini con Croazia e Kosovo. Una partecipazione così non si vedeva dal 2000, l'anno in cui il Paese mandò a casa Milošević.
Da una pensilina al governo
Tutto comincia il 1° novembre 2024, quando a Novi Sad crolla la pensilina della stazione appena ristrutturata e muoiono 16 persone. Seguono denunce di corruzione, insabbiamenti e media imbavagliati. Gli studenti scendono in piazza con il simbolo di una mano insanguinata e per due anni protestano senza violenza. Poi bussano porta a porta, villaggio per villaggio, e si trasformano in forza elettorale. I 250 candidati sono stati scelti in assemblee e non c'è un leader. Il capolista è il cardiologo Ilija Srdanović: «Abbiamo voltato la faccia a un tiranno», ha detto ieri sera. Non è però scontato che sarà lui il premier.
Proprio qui sta l'incognita. Il programma si riassume in più onestà, media liberi e più fondi alla scuola. Restano vaghe le posizioni su Ue, Russia, Cina e Kosovo.
La parabola di Vučić
Classe 1970, Vučić inizia la carriera negli anni Novanta tra gli ultranazionalisti del Partito radicale e diventa ministro dell'Informazione di Milošević. Nel 2008 fonda il Partito progressista, che dal 2012 guida il Paese. È premier dal 2014 e presidente dal 2017, e governa in modo sempre più autoritario. Ha costruito la modernizzazione del Paese con capitali cinesi e gas russo, restando in equilibrio con Bruxelles. A settembre si è dimesso da capo dello Stato per correre da premier. Nelle ultime settimane ha promesso aumenti di pensioni e stipendi pubblici e ha accusato gli studenti di essere pagati dall'estero. Non è bastato.
La memoria lunga dei Balcani
La Serbia era il cuore della Jugoslavia di Tito. Negli anni Novanta la federazione si è sgretolata tra guerre in Croazia, Bosnia e Kosovo, pulizie etniche, sanzioni e bombe Nato nel 1999. Nel 2000 Milošević cadde sotto la spinta della piazza, con il movimento studentesco Otpor in prima fila, e finì poi davanti al Tribunale dell'Aia. Vennero poi l'assassinio del premier riformista Đinđić nel 2003, l'addio del Montenegro nel 2006 e l'indipendenza del Kosovo nel 2008, mai riconosciuta da Belgrado. Dal 2012 la Serbia è candidata all'Ue, sempre in bilico tra Occidente, Mosca e Pechino.
La generazione nata dopo le guerre ha fatto ciò che i partiti di opposizione non erano riusciti a fare in quattordici anni. Il movimento senza capi ora dovrà formare un governo, smontare un sistema di potere radicato e affrontare le presidenziali entro dicembre. La piazza e le urne sono state conquistate. La prova più difficile comincia adesso.

