Le indagini ricostruiscono l’attività digitale del trentenne e le ore precedenti al fermo, mentre emergono post radicali, collaborazioni professionali e rapporti da verificare. Per ora non è dimostrata una regia straniera né il coinvolgimento di una struttura organizzata
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Ha cercato di assumere la guida di una rivolta già esplosa, oppure aveva contribuito a prepararla prima delle devastazioni? È uno degli interrogativi ancora aperti nell’inchiesta su Youssef Siher, il trentenne italo-marocchino indicato dagli inquirenti milanesi come il presunto regista del Movimento 17 ottobre, la sigla comparsa attorno alla mobilitazione che ha accompagnato gli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano.
Secondo fonti di intelligence citate da Repubblica, il tentativo di proporsi come leader sarebbe arrivato dopo gli episodi di guerriglia urbana, e non prima. Una distinzione importante per ricostruire la portata effettiva del suo ruolo: resta infatti da stabilire se Siher abbia organizzato la protesta, se si sia inserito in una mobilitazione già in corso o se abbia avuto contatti con una rete più ampia.
La pm Francesca Crupi ipotizza il reato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso di strumenti informatici. A questa contestazione si aggiunge l’ipotesi prevista dall’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, relativa alla violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Anche la moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Si tratta di accuse che dovranno essere verificate nel corso del procedimento.
La ricostruzione online e il ruolo dell’intelligence
L’inchiesta sarebbe partita dalla ricostruzione delle attività online del trentenne, fino a quel momento poco conosciuto alle forze dell’ordine. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’Aisi, il servizio di intelligence interno, lo avrebbe individuato attraverso il monitoraggio dei profili social e sarebbe arrivato a identificarlo già 48 ore prima del blitz.
Gli investigatori della Polizia postale e della Digos sarebbero risaliti all’amministratore della pagina Instagram grazie anche alla collaborazione di Meta. La localizzazione del telefono avrebbe poi condotto gli agenti al quartiere Corvetto, dove Siher si trovava ospite di un’amica attivista pro-Palestina. Secondo quanto riferito, il trentenne sarebbe apparso sorpreso dal fatto che la polizia fosse sulle sue tracce.
Le perquisizioni hanno interessato anche le abitazioni dei genitori, a Mazzano e Gavardo, nel Bresciano, dove sarebbero stati sequestrati computer e dispositivi elettronici. Secondo il Corriere della Sera, tra il materiale acquisito ci sarebbe stato un file con tre luoghi di ritrovo per un appuntamento successivo: piazza Cordusio, piazza Virgilio e largo Greppi.
Gli investigatori avrebbero inoltre trovato manuali con indicazioni sulle modalità di attacco agli agenti. L’intervento sarebbe scattato dopo che la pagina social aveva annullato i punti di raccolta inizialmente indicati, scegliendo di comunicare le piazze all’ultimo momento. Una modalità che, secondo la ricostruzione, avrebbe potuto rendere più difficile il lavoro delle forze dell’ordine.
Gli studi, le collaborazioni giornalistiche e il lavoro nell’intelligenza artificiale
Il profilo di Siher è quello di un giovane con un percorso di studi e diverse esperienze professionali. Diplomato al liceo Fermi di Salò, si è laureato in Comunicazione e ha poi conseguito una laurea magistrale in Scienze politiche all’Università Statale di Milano. Durante gli anni universitari avrebbe fatto parte del Senato accademico e contribuito alla nascita di un’associazione di studenti musulmani. Ha lavorato come assistente di biblioteca e, per alcuni mesi, come rider per Glovo.
Da gennaio, secondo le ricostruzioni disponibili, lavorava per Mercor, una startup statunitense attiva nell’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale.
Siher è stato descritto anche come giornalista freelance, senza risultare iscritto all’Albo professionale. Nel 2022 avrebbe pubblicato un articolo sul Foglio e avrebbe collaborato con il Fatto Quotidiano dopo uno stage, firmando una sessantina di contributi secondo quanto riferito dal Corriere. Nel 2024 ha inoltre svolto attività di ricerca con una borsa di studio per l’Ispi, che avrebbe successivamente interrotto. Repubblica e altri quotidiani hanno ricostruito anche una sua collaborazione con un’emittente satellitare descritta come vicina a Hezbollah, identificata da Libero in Al Mayadeen English.
Alba nascente e 2Generazione: i contatti da verificare
Uno dei filoni da chiarire riguarda Alba nascente, organizzazione di cui Siher risulterebbe presidente e rappresentante legale. Secondo quanto riportato da Libero, già nel 2024 gli apparati di sicurezza italiani avrebbero segnalato la nascita del gruppo, sospettato di diffondere nelle comunità musulmane europee propaganda riconducibile ad Hamas, al Fronte popolare per la liberazione della Palestina e alla Fratellanza musulmana. Questi riferimenti fanno parte delle ricostruzioni giornalistiche e non dimostrano, da soli, responsabilità penali di Siher.
Repubblica riferisce che il trentenne avrebbe frequentato ambienti dei centri sociali, dai quali sarebbe stato successivamente allontanato per le sue posizioni anticomuniste e antifemministe. Le stesse ricostruzioni gli attribuiscono vicinanza alle posizioni iraniane e contatti con ambienti dell’intelligence algerina. Le fonti citate dal quotidiano, tuttavia, escluderebbero un collegamento dimostrato tra questi rapporti e la nascita del Movimento 17 ottobre.
Il suo profilo viene descritto come quello di un esponente dell’Islam politico, ma il passaggio dalle posizioni ideologiche al coinvolgimento concreto negli scontri resta uno dei nodi dell’inchiesta.
Un altro elemento riguarda 2Generazione, sigla rivolta ai giovani delle comunità immigrate che avrebbe diffuso sui social un manifesto di nove pagine. La pubblicazione sarebbe coincisa con la chiusura dell’account Instagram personale di Siher. Secondo Libero, alcuni passaggi del documento richiamerebbero le sue precedenti elaborazioni politiche, tra cui la frase «Non vogliamo essere semplicemente rappresentati. Vogliamo rappresentarci da soli».
Il collegamento viene accostato anche a un suo articolo sul caso Fakir e a un saggio del 26 gennaio 2026, nel quale sarebbe stato delineato un percorso dal disagio sociale alla formazione politica, fino alla mobilitazione organizzata. Sono elementi che gli investigatori dovranno valutare per capire se esista una continuità effettiva tra le diverse iniziative o soltanto una convergenza di temi e linguaggi.
I post sulla Palestina e i messaggi pubblicati sui social
Una parte consistente delle ricostruzioni giornalistiche si concentra sui contenuti pubblicati da Siher nel corso degli anni. Alcuni quotidiani di centrodestra lo hanno definito un «distinto propagandista dell’intifada globale», richiamando post e interventi sui social relativi al conflitto israelo-palestinese.
Tra i contenuti citati figurano un messaggio dell’8 ottobre 2023 su Facebook, «Io sono palestinese», e un riferimento su X alla risoluzione dell’Onu sulla «legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza», «con tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata». Nel 2024, commentando l’uccisione di un riservista italo-israeliano, avrebbe scritto «Alhamdulillah». Altri post avrebbero contenuto gli slogan «Intifada fino alla vittoria» e «Non ci arrendiamo, vinceremo o moriremo», oltre a un «AllahAkbar» in risposta a un messaggio di Matteo Salvini e Antonio Tajani sull’attacco del 7 ottobre.
Su Miccia Mag, un suo articolo avrebbe definito l’Operazione Diluvio al-Aqsa «un atto rivoluzionario di decolonizzazione». A luglio avrebbe inoltre collegato le morti di Abderrahim Fakir, Abderrahim Mansour e Ramy Elgaml a quella che descriveva come «la parabola di un razzismo che da linguaggio politico è diventato legge, prassi securitaria e impunità istituzionale».
In un intervento pubblicato dopo gli scontri avvenuti alla Stazione Centrale di Milano tra polizia e manifestanti pro-Palestina, circa un anno fa, Siher avrebbe scritto: «Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete».
Il materiale restituisce un quadro di posizioni politiche radicali e di messaggi fortemente conflittuali. Ma la valutazione del loro significato ai fini dell’inchiesta deve restare distinta dall’accertamento di eventuali responsabilità per le violenze di ottobre.
La pista della guerra ibrida e l’ipotesi di una rete organizzata
Il punto centrale resta capire se Siher abbia agito da solo. Le prime risultanze investigative citate dalla stampa non indicherebbero, al momento, la presenza di complici accanto a lui nella gestione dell’attività online. Una fonte a conoscenza degli accertamenti avrebbe osservato: «Aveva sicuramente le competenze per farlo», aggiungendo che avrebbe però trascurato la sicurezza informatica e lasciato tracce che, secondo la stessa ricostruzione, difficilmente sarebbero state consentite da un servizio straniero che lo avesse assistito.
Su Repubblica, Tiziana De Giorgio e Massimo Pisa descrivono un profilo compatibile con la dinamica della guerra ibrida: un soggetto in grado di inserirsi in una mobilitazione già esplosa e di tentare di orientarla, senza che ciò costituisca una prova di una regia straniera. Gli stessi approfondimenti tenderebbero a escludere un collegamento dimostrato con Italia in piazza, che aveva a sua volta invocato la mobilitazione nei fine settimana precedenti.
Gli inquirenti stanno verificando se dietro il Movimento 17 ottobre esistesse una struttura organizzata e quale fosse, eventualmente, il ruolo di Siher. Per ora, la distinzione decisiva è tra l’attività online documentata, le relazioni personali e politiche ricostruite dai giornali e le responsabilità penali ancora da accertare.
La domanda che attraversa l’inchiesta è dunque se Siher abbia diretto la rivolta, se abbia tentato di appropriarsene dopo gli scontri o se facesse parte di un progetto più ampio. Le risposte dipenderanno dall’analisi dei dispositivi sequestrati, dei contatti digitali e degli eventuali riscontri su una rete di persone coinvolte.

