Le Alpi si sono imbiancate con le ultime perturbazioni, regalando alle montagne un primo assaggio d’inverno. Ma la neve caduta in questi giorni potrebbe non essere il preludio a una stagione sciistica particolarmente favorevole. Le proiezioni meteorologiche per l’inverno 2026-2027 indicano infatti temperature potenzialmente superiori alla media e un quadro che potrebbe rendere più difficile l’accumulo di neve, soprattutto alle quote più basse.

Le recenti precipitazioni hanno portato fino a 18 centimetri di neve a Livigno, in Lombardia, e circa 20 centimetri a Breuil-Cervinia. Fiocchi sono caduti anche sui rilievi di Piemonte e Valle d’Aosta, nelle aree di Plan Maison, Plateau Rosa e del Monte Bianco, oltre che sulle Dolomiti, sopra Cortina, a partire da circa 1.450 metri di quota.

Lo zero termico crolla, ma il freddo potrebbe durare poco

La prima imbiancata è stata favorita dal repentino abbassamento delle temperature legato all’arrivo di correnti fredde dal Nord Europa. Una variazione particolarmente evidente se confrontata con i valori registrati nei giorni precedenti.

«Sabato lo zero termico è sceso a 1.500 metri, ma fino alla scorsa settimana era a 4.000, come in piena estate», spiega Mattia Gussoni, tecnico meteorologo de IlMeteo.it e glaciologo del Servizio glaciologico lombardo. Nei prossimi giorni, aggiunge, le temperature sono destinate a risalire, con lo zero termico previsto nuovamente intorno ai 3.200 metri, prima di una possibile nuova discesa dopo il 31 ottobre.

La tendenza di fondo, secondo il meteorologo, è però quella di nevicate che si concentreranno sempre più spesso alle quote elevate. Un elemento decisivo per le montagne, soprattutto dopo un’estate particolarmente lunga e calda, che ha accelerato la fusione di molti ghiacciai alpini.

La neve è fondamentale per il bilancio dei ghiacciai

«Questo evento riveste un ruolo chiave per il regime nivologico, dopo una stagione estiva particolarmente prolungata e calda, la più calda di sempre in Italia con valori anomali specie sulle Alpi, che ha causato una fusione massiva di molti ghiacciai alpini», osserva Gussoni.

Con i primi episodi freddi si apre la fase di accumulo della neve alle quote più alte, importante anche per il bilancio di massa dei ghiacciai. La durata e l’intensità di questa fase saranno determinanti per capire quanto il manto nevoso riuscirà a compensare, almeno in parte, le perdite provocate dai mesi più caldi.

Inverno 2026-2027, temperature sopra la media e l’incognita El Niño

Le prospettive per la stagione invernale restano condizionate da una tendenza verso temperature miti. Le proiezioni del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, l’Ecmwf, indicano per l’Italia anomalie termiche positive comprese tra uno e due gradi rispetto alla media per dicembre e gennaio.

A pesare sul quadro potrebbe essere anche El Niño, il cui picco è atteso secondo le indicazioni citate verso la fine del 2026. Questo fenomeno può influenzare le grandi circolazioni atmosferiche e contribuire a modificare l’andamento delle stagioni su scala globale. Gli effetti sull’Europa, tuttavia, non sono automatici e vanno valutati insieme agli altri fattori meteorologici.

«Le previsioni indicano che fino a gennaio non farà molto freddo», afferma Gussoni. Con temperature più alte, una parte delle precipitazioni che in condizioni più fredde cadrebbe sotto forma di neve potrebbe trasformarsi in pioggia, soprattutto alle quote inferiori. È uno degli elementi che alimentano i dubbi sulla quantità di neve che si accumulerà durante la stagione.

Le proiezioni sulla neve e il rischio per le piste

Le indicazioni stagionali elaborate da Ecmwf e UK Met Office prospettano precipitazioni nevose inferiori alla norma su vaste aree del continente, con alcune eccezioni nell’area russa e in parte della penisola scandinava. Per le Alpi e l’Europa centrale, le stime richiamate indicano un accumulo complessivo tra dicembre e febbraio inferiore rispetto ai valori abituali.

Si tratta di proiezioni a lungo termine, utili per individuare tendenze generali ma non per stabilire con certezza quanta neve cadrà in una località o in una specifica settimana. Anche in una stagione mediamente mite possono verificarsi episodi di precipitazioni abbondanti, quando una perturbazione incontra condizioni favorevoli.

«Una stagione con un bilancio medio poco nevoso e temperature miti può includere nevicate abbondanti, se le perturbazioni arrivano nella fase giusta e incontrano aria fredda», ricorda Gussoni, citando come esempio quanto accaduto a dicembre dell’anno scorso a Prato Nevoso, in provincia di Cuneo, dove si è accumulato oltre un metro di neve in pochi giorni. La prospettiva, aggiunge, non è quella di frequenti ondate di gelo: potrebbero verificarsene soltanto una o due nell’arco dell’intera stagione.

Impianti sciistici sempre più legati alla neve programmata

In vista dell’apertura delle piste, le società impiantistiche puntano sempre più sulle tecnologie per produrre neve artificiale e sfruttare le finestre di freddo disponibili. L’innevamento programmato rappresenta ormai una voce importante nei bilanci delle aziende, chiamate a pianificare la stagione in condizioni meteorologiche meno prevedibili.

«L’innevamento, sui capitoli di spesa di tutte le società, è ormai una voce importante, ma non siamo preoccupati», afferma Elisa Maccagni, presidente degli impianti Val di Fassa/Carezza. «Cerchiamo di sfruttare al meglio le brevi finestre di freddo, ma con le ultime tecnologie possiamo produrre neve programmata a temperature più alte».

Restano importanti anche le differenze locali: altitudine, esposizione e microclimi possono determinare condizioni molto diverse persino tra comprensori relativamente vicini. La data di apertura degli impianti della Val di Fassa/Carezza, spiega Maccagni, è fissata per il 4 dicembre, in coincidenza con il ponte di Sant’Ambrogio.

Le mappe stagionali non escludono, peraltro, accumuli sulle Alpi anche superiori alla norma in alcune aree. La prima neve è quindi soltanto un segnale iniziale: per capire come andrà davvero l’inverno serviranno le prossime settimane e, soprattutto, l’evoluzione concreta delle perturbazioni e delle temperature.