Nel suo libro sul “Divo”, l’autore calabrese rilegge rapporti con Cosa Nostra, caso Moro, servizi e poteri paralleli, partendo da sentenze e documenti per interrogarsi sulle zone d’ombra. E dice: «Politicamente e storicamente è colpevole senza appello»
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Raffaele Florio è uno scrittore e autore calabrese. Da anni racconta il proprio territorio attraverso articoli, inchieste, approfondimenti e opere letterarie, affrontando temi legati alla politica, alla giustizia, alla legalità e alle dinamiche sociali del Mezzogiorno.
Nel corso della sua attività ha scelto spesso di percorrere strade indipendenti, mantenendo uno sguardo critico e libero nei confronti del potere e delle sue contraddizioni.
La sua produzione editoriale spazia dal saggio politico al racconto, con particolare attenzione alle figure e ai protagonisti della storia italiana contemporanea.
Commentatore e osservatore attento della realtà calabrese, ha contribuito al dibattito pubblico con analisi, riflessioni e interventi che hanno suscitato confronto e discussione.
La sua attività professionale è caratterizzata dalla volontà di approfondire i fatti senza conformismi e di dare voce a questioni spesso trascurate.
Raffaele Florio, l’ennesimo libro su Giulio Andreotti (Florio con “Il Divo Andreotti” sarà a Campania Libri Festival fino a domani, ndr). Che cosa rappresenta oggi Andreotti per comprendere la politica italiana e il potere nel nostro Paese?
Non è l’ennesimo libro, è una bussola. Andreotti non è stato semplicemente un politico: è stato il sistema operativo della Prima Repubblica, l'incarnazione plastica del potere per il potere, esercitato senza l'ingombro di un'ideologia o di una morale. Comprendere Andreotti oggi significa capire da dove nasce il trasformismo, come si costruisce la continuità delle classi dirigenti italiane al di là dei cambi di casacca e come il potere in Italia si sia storicamente legittimato non attraverso le riforme o le visioni di futuro, ma attraverso la gestione delle emergenze, la trattativa perenne e il controllo capillare delle istituzioni. Andreotti è il monumento a un’Italia che preferisce galleggiare anziché decidere.
Andreotti statista raffinato, abilissimo mediatore, ma anche l’uomo dei silenzi e delle ambiguità. Il suo Andreotti chi è?
Il mio Andreotti è un grande maestro dell'architettura del potere che ha scambiato il cinismo per statismo. Si è sempre dipinto come l'uomo d'ordine, l'atlantista di ferro, il devoto cattolico, il servitore dello Stato. In realtà è stato il più abile equilibrista tra legalità e illegalità che la storia repubblicana abbia mai conosciuto. Un uomo che ha fatto della rimozione della verità e della gestione del non-detto la sua vera forza politica. Non c’è bisogno di inventare demoni: basta guardare la sua parabola per capire che la sua vera dote non era la visione, ma la sopravvivenza. Ad ogni costo e a spese di chiunque.
Nel libro affronta i rapporti tra Andreotti, la mafia e alcuni protagonisti di Cosa Nostra. Cosa emerge di nuovo rispetto ai processi celebrati, dai quali Andreotti non è uscito condannato?
Ripetiamo una verità storica e giudiziaria che in Italia troppi fanno finta di dimenticare, complice una narrazione assolutoria: Andreotti non è stato affatto assolto con formula piena per tutta la sua storia. La Sentenza della Corte di Cassazione del 2004 ha stabilito in modo definitivo che fino al 1980 Giulio Andreotti ha commesso il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra — reato "commesso" ed "estinto per prescrizione". Significa che l'accordo politico-mafioso con i vertici di Cosa Nostra (da Salvo Lima fino ai fratelli Salvo e a Stefano Bontade) c'è stato ed è stato provato. Il libro ricompone questo quadro senza sconti, dimostrando come la presunta "assoluzione" sia stato uno dei più grandi equivoci comunicativi della storia italiana, utile solo a chi voleva mettere una pietra sopra ai rapporti tra politica e criminalità organizzata.
La P2, i servizi segreti, il Vaticano, la finanza e i poteri occulti: quanto hanno inciso queste reti di relazioni nella storia della Prima Repubblica?
Non hanno inciso a margine: sono state l'ossatura della Prima Repubblica. Andreotti è stato l'incrocio di tutti questi mondi. Non serviva che fosse iscritto alla P2 per trarne vantaggio o per muoversi nelle stesse dinamiche di potere parallelo. Dai rapporti opachi con Michele Sindona e lo IOR fino alla gestione dei servizi segreti deviati e del SID, Andreotti ha sempre flirtato con le zone d'ombra dello Stato. Queste reti non erano "deviazioni", ma strumenti di governo utilizzati per mantenere gli equilibri geopolitici e congelare la democrazia italiana in funzione anti-comunista.
Il caso Moro rappresenta una delle pagine più drammatiche e controverse della storia italiana. Quale il ruolo di Andreotti durante il sequestro, e quale il ruolo delle istituzioni?
Nel caso Moro, Andreotti è stato l'esecutore supremo della linea della fermezza. Ma quale fermezza? Quella che ha preferito sacrificare il Presidente della Democrazia Cristiana pur di non intaccare gli equilibri di governo e di non aprire alcuna trattativa che potesse svelare i segreti dello Stato. Il ruolo delle istituzioni è stato segnato da un'inefficienza talmente sistematica da risultare dolosa: comitati di crisi imbottiti di appartenenti alla P2, perquisizioni mai fatte, notizie filtrate. Andreotti è stato il regista dell'immobilità. Ha preferito un Moro martire al quale dedicare funerali di Stato piuttosto che un Moro vivo, consapevole di cosa il leader della DC avrebbe potuto raccontare sul potere democristiano e sulle sue ipocrisie.
Nella sua prefazione Marco Travaglio scrive che il libro non pretende di assolvere o condannare, ma di raccontare. Cosa c’era di nuovo da raccontare?
C'era da raccontare i fatti depurati dalla propaganda. Per decenni ci hanno somministrato due narrazioni opposte: da un lato il demonio responsabile di ogni strage e mistero d'Italia, dall'altro il santino del grande statista ironico e pio. Raccontare oggi significa rimettere in fila i documenti, le sentenze, gli atti parlamentari, le testimonianze, eliminando il rumore di fondo. La novità sta nel metodo: guardare al "sistema Andreotti" non con gli occhiali del tifo politico o del giustizialismo/garantismo di maniera, ma con la rigida crudeltà della cronaca e delle prove.
Dopo il suo libro, la domanda più importante che resta ancora senza risposta sulla figura di Andreotti?
Fino a che punto Andreotti sia stato un attore consapevole delle trame e dei misteri d'Italia o semplicemente il più cinico degli spettatori che ha scelto di sfruttare i misteri altrui per consolidare il proprio potere. Restano troppe zone d'ombra: il contenuto reale del suo archivio personale, la scomparsa dei documenti sul caso Moro e sul delitto Pecorelli, e la misura esatta delle garanzie che l'Italia ha dovuto offrire agli alleati internazionali per mantenere la stabilità politica durante la Guerra Fredda.
Giulio Andreotti politico, colpevole o innocente?
Politicamente e storicamente: colpevole senza appello. Colpevole di aver stretto patti con la mafia fino al 1980, colpevole di aver avallato la logica dei poteri deviati, colpevole di aver trasformato la gestione della cosa pubblica in una permanente compravendita di consensi. Giudiziariamente: prescritto per i fatti di mafia antecedenti al 1980, assolto per i fatti successivi. Ma la storia e il giornalismo non si fermano al dispositivo di una sentenza penale: le responsabilità politiche e morali di Andreotti sono scritte a chiare lettere nella storia di questo Paese e nessuna prescrizione potrà mai cancellarle.

