Cosenza, l'opposizione: «I cittadini ne hanno viste troppe, ora devono cambiare»

Dopo l'ultima inchiesta giudiziaria, i gruppi di minoranza stroncano la gestione Occhiuto: «Tra poco si aprirà un nuovo capitolo per la città»

26 aprile 2020
12:01
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«Non avevamo voglia né di compiacerci e neanche di rivendicare ragioni. Ma quel che è troppo – cioè il il Pd ed il suo ditino alzato di oggi a fronte degli occhi bassi di ieri – è troppo. Ci ricorda tanto il Manzoni del 5 maggio, con il servo encomio ed il codardo oltraggio, e ci impone di dire. La notizia che la brutta vicenda del rifacimento – orrendo – di Piazza Bilotti si stia evolvendo proprio come noi, mentre il Pd era distratto, avevamo previsto, visto e denunciato, cioè con l’emersione di un groviglio di interessi e malaffare, non ci sorprende né ci gratifica».
Lo affermano i gruppi consiliari di opposizione del Comune di Cosenza “Uniti per Enzo Paolini sindaco”, Pse, Sel, Cosenza domani, Costruiamo il futuro, Pli, Idv, Autonomia e diritti, Buongiorno Cosenza e Giovine Cosenza.

L'iceberg politico e l'allarme

«Noi – continuano – avevamo intravisto l’iceberg sul piano politico ed avevamo dato l’allarme. Avevamo avvertito, per tempo ,già in campagna elettorale,del pericolo di affidare la città simbolo della virtuosa gestione amministrativa socialista a quello che veniva definito, nel 2011, “il modello Scopelliti”. Cioè un Titanic sul quale per l’occasione suonava l’orchestrina di Adamo and friends, mutanti politici usciti dal bar di guerre stellari e sul quale, grazie a loro, è stata imbarcata anche Cosenza».

«Negli anni quel modello si è aggiornato, superando l’originale, ornandosi di avvisi di garanzia, inchieste per corruzioni e bancarotte fraudolente, debiti privati pagati con soldi pubblici, dissesto comunale dichiarato e confermato, condanna della Corte dei conti per uso spregiudicato ed illegale di risorse pubbliche, fino all’apertura di quest’ultimo filone per la clamorosa irregolarità della procedura di appalto, di esecuzione e di collaudo dell’opera simbolo del modello, cioè piazza Bilotti. Un faro – aggiungono – che avrebbe dovuto essere puntato subito tanto palese e sprezzante era l’illegittimità diffusa in ogni parte del procedimento. Ne avevamo fatto oggetto di una denuncia pubblica – prima politica e poi inevitabilmente penale – basata sulla contestazione del più spudorato degli artifici: l’inesistenza, accertata, della perizia geologica, cioè dell’atto preventivo ed indispensabile per eseguire, in sicurezza e regolarità, un’opera del genere. Quella depositata l’ultimo giorno era copiata sin nelle virgole e negli errori di ortografia da un altra perizia redatta 11 anni prima».

Il silenzio complice dei partiti

«Il silenzio complice della politica dei partiti, del consiglio comunale intorno a noi, ci fece capire che che la Cosenza da bere, la smart city in grado di correre verso il futuro con idee moderne e lontano da vecchie pratiche, non era mai esistita e non era mai stata nemmeno pensata. Era più prosaicamente intesa come una serie di drink e di apericene. C’era – insistono i gruppi di minoranza – solo la Cosenza da sfruttare da parte di una classe dirigente scaltra, priva di scrupoli, ricca di legami con i cosiddetti poteri forti, cinica, indifferente e predatrice di ogni speranza di affermazione di stato sociale, di possibile attenzione per i subalterni, gli ultimi».

Contro il pensiero debole

«Non abbiamo niente, ovviamente, contro la movida i divertimenti, i mohito e le opere pubbliche superflue, ma tutto contro il pensiero debole ed infettivo che solo questo conti. In questo modello, a nostro avviso, Cosenza ed i cosentini hanno resistito nonostante il disinteresse completo verso un centro storico in cui ogni singola pietra potrebbe raccontare una storia straordinaria e tuttavia abbandonato e pericolante ma incredibilmente dotato di un ascensore a sfregiare il magnifico Castello Svevo; hanno resistito nonostante il teatro di tradizione, il gioiello Rendano sia stato privato della stagione lirica ma in compenso utilizzato come passerella per tronisti; hanno resistito nonostante il compulsivo – quanto convenientemente approssimativo – rifacimento di marciapiedi e piazze abbia evidenziato non solo l’immediata necessità di reiterati e costosi interventi, quanto l’attitudine predatoria ad affidamenti di incarichi non urgenti ma definiti urgenti, spesso palesemente inutili, con procedure a dir poco disinvolte e con sempre i soliti beneficiari amici o amici di amici; hanno resistito nonostante l’ostentazione di potere, di scorte, di luminarie, di corti e di cortigiani, di ascari politici, quelli dichiarati e quelli infingardi nascosti dietro l’insegna di partiti sedicenti democratici».

Cosenza ha resistito senza crescere

«Cosenza ed i cosentini hanno resistito, non hanno beneficiato di alcuna crescita, non hanno avuto lavoro, non hanno – evidenziano ancora – potuto neanche sognare di vedere un giorno, germogliare una piantina da un seme politico sul quale contare negli anni a venire. In compenso hanno visto la devastazione dell’unica opera pubblica che ha avuto un senso sociale oltre che urbanistico dal dopoguerra in poi: il Viale parco che aveva consentito la ricucitura tra i territori e le parti sociali della comunità ,quella borghese e terziaria di corso Mazzini e quella popolare e proletaria di via Popilia. E poi l’annuncio incessante di fasti oppiacei ed inutili per tutti tranne che per i pochi interessati. Per intenderci, di cosa ha bisogno, ora come ora, una città come Cosenza? Di un ponte costosissimo, griffato ed inutile: eccolo. Di una metropolitana per migliaia di passeggeri al giorno da far viaggiare vuota? Di una funicolare da far andare su e giù? Di uno stadio che possa contenere tutta la città, anziani e bambini compresi? Arriveranno. Non servono ma arriveranno perché ciò che conta in questo modello, quello contro il quale ci siamo battuti, non sono i servizi, gli investimenti strutturali generatori di crescita, di senso identitario, di istituzioni capaci di diffondere un progetto culturale inclusivo e solidale per poter lavorare sulla formazione,sulla scuola, sulla sanità, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio. No, in questo modello, come abbiamo visto e continuiamo a vedere sgomenti hanno contato solo l’affarismo smodato e rapace. Contro qualsiasi smentita i fatti stanno lì, nudi e crudi, uno dopo l’altro, spietati e non interpretabili, e valgono più di mille discorsi: inchieste, fallimenti debiti, corruzioni, bancarotte fraudolente,pignoramenti, dissesti, Corte dei conti, sequestri di opere pubbliche illegali e silenzi, sopratutto conniventi silenzi. Perché nessun modello è un solo uomo o una sola donna. È tale se ha degli emuli, complici, servitori o ispiratori che siano».

Un passo indietro

«È vero ad un certo punto noi abbiamo fatto, o abbiamo dovuto fare – spiegano i gruppi –, un passo indietro, ma non ci siamo mai sentiti, per questo né sconfitti, né reduci. Abbiamo solo pensato di aver fatto la nostra parte, al massimo della nostre forze,del nostro impegno, e della nostre capacità. E che non c’era più niente da dire. Ma solo osservare, senza avversioni personali, che un modello politico affermatosi sulla base di certe aspettative, diverse da quelle del nostri programmi, naufragava comunque nel mare delle delusioni contro gli scogli della inadeguatezza di questa classe dirigente alla politica, quella vera, con la P maiuscola, al servizio di tutti, senza luminarie ma con i lumi».

«Tra poco – proseguono – si aprirà un nuovo capitolo nella storia millenaria della città dei Bruzi. Il tesoro di Alarico non è stato trovato e nonostante i droni, il museo virtuale ed il brand non si troverà perché il suo spirito non appartiene ai cosentini. I quali, si sa, sono testardi ed indolenti, ma anche orgogliosi ed affatto stupidi. In fondo anche loro vivono tra sette colli e ne hanno viste tante. Tante che devono per forza cambiare».

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