Vibo Valentia non ne poteva più. Ecco perché è caduta l’amministrazione Costa

Quattordici anni dopo, il copione si ripete. La città, però, rispetto al 2005 reagisce in maniera profondamente diversa. Dalle promesse della campagna elettorale tradite ed una speranza di ripresa ridotta al lumucino

di Pietro Comito
28 gennaio 2019
19:11
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E’ finita anche stavolta. La disfatta, però, ha un gusto parecchio diverso rispetto a quattordici anni fa. Allora - correva il gennaio 2005 - Elio Costa aveva appena reso gli onori di casa al Presidente della Repubblica Ciampi, in visita a Vibo Valentia. Riposta la fascia tricolore, il giorno dopo, la maggioranza dei suoi consiglieri rassegnò le dimissioni e così il magistrato non fu più sindaco. La città reagì con stupore, quasi sgomenta. E i principali responsabili dell’ammutinamento – Michele Ranieli e Franco Bevilacqua, all’epoca deputato e senatore della Repubblica – con quella scelta segnarono l’inizio della fine della loro carriera. Costa, eletto nel maggio del 2002, aveva ereditato una città in ripresa da Alfredo D’Agostino e dalla sua giunta, che fu capace di attrarre finanziamenti, cantierare e soprattutto realizzare opere, una città che guardava al nuovo millennio con ottimismo. Perché sì, oggi Vibo è quella che è, ma di amministratori capaci ne ha avuti in passato: D’Agostino padre e prim’ancora, soprattutto, Giuseppe Iannello.

Gennaio 2005

Costa fu mandato via anzitempo, allora, e la città non gradì. Il risultato, alle successive elezioni, fu devastante per il centrodestra. Il centrosinistra con Franco Sammarco, che nel 2002 fu sconfitto al primo turno, stravinse con oltre il 60%. Il centrodestra subì un tracollo, Forza Italia non riuscì neppure a completare la sua lista. Oggi, gennaio 2019, le cose stanno diversamente. Molto diversamente. L’ammutinamento della maggioranza viene salutato quasi con un sussulto liberatorio, nella speranza che la caduta della seconda amministrazione Costa possa in qualche modo dare un po’ di adrenalina ad una città rantolante. Eletto nel 2015, l’ex magistrato stavolta aveva ereditato la guida di Palazzo Razza da Nicola D’Agostino. E i risultati amministrativi di D’Agostino figlio e della sua giunta erano stati disastrosi: un Comune in dissesto finanziario (per responsabilità, certamente, anche pregresse), una città sempre più sozza, povera e priva di speranza.

Un consiglio comunale privo di esperienza

In campagna elettorale Elio Costa si era proposto come l’alfiere di una rivoluzione civica. Via tutti i simboli di partito e grandi progetti: opere pubbliche, servizi, porto, riqualificazione delle frazioni costiere, messa in sicurezza del territorio sul piano idrogeologico, stravolgimenti in seno all’apparato burocratico… Complici le diatribe interne al Partito democratico, che prima hanno fiaccato Pietro Giamborino e poi mandato Antonio Lo Schiavo come un agnello al macello, Costa ha stravinto al primo turno. A sostenerlo, però, un consiglio comunale privo di esperienza, formato da diversi consiglieri eletti con poche manciate di voti e privi di idee. Se nel suo primo mandato Costa aveva un consiglio con gli attributi (a partire dalla minoranza), questa seconda esperienza iniziava nel solco dell’improvvisazione. Con l’incedere del tempo s’è perso via via il conto degli assessori dimessi o dimissionati. Alcuni, sbattendo la porta, hanno lasciato chiaramente intendere che fare parte della giunta significava, in fondo, semplicemente recitare il ruolo della comparsa. Rispetto al sindaco, ma anche rispetto agli unici due dirigenti di Palazzo Luigi Razza, Adriana Teti e Filippo Nesci, due figure a cui è stato attribuito un potere enorme e che, giocoforza, non possono sottrarsi ad un giudizio di responsabilità alla luce delle condizioni in cui si ritrova oggi Vibo Valentia.

Vibo, sempre all'ultimo posto

Costa prese la città all’ultimo posto – secondo analisi e statistiche – per qualità della vita. E lì l’ha lasciata. Dopo quattro anni il teatro è stato quasi (attenzione, quasi) terminato e la differenziata è cresciuta (almeno questo…), ma ci si prepara ad un secondo dissesto. E che dire dei cittadini vessati da una fiscalità locale al massimo delle aliquote costretti pure a fare i conti con le colate di strisce blu e lo zelo degli ausiliari che per guadagnarsi giustamente la pagnotta devono multare a man bassa? Aver ripetuto, continuamente, da parte del sindaco defenestrato, che la città fosse più pulita, certo non l’ha resa tale. Colpa dei cittadini (anche) la spazzatura per le strade. Non può essere però colpa dei cittadini il centro morente, le periferie abbandonate, le strade gruviera... Nel corso di questi anni tre anni e mezzo di amministrazione abbiamo documentato situazioni paradossali. Ricordate i bus del trasporto urbano che girano senza mai fermarsi, i cui orari erano sconosciuti perfino al personale delle Ferrovie della Calabria, alla Polizia municipale e al Comune? O le spiagge ridotte a discarica e ripulite (si fa per dire) solo ad estate inoltrata? O le auto posteggiate in aree bianche  che dopo un’ora, al rientro del conducente, diventano blu? O il bando per l’arredo urbano pubblicato, ritirato, ripubblicato e ri-ritirato prima dell’aggiudicazione?

 

La verità è che Vibo non ne poteva più ed i discorsi sulla maggioranza che non c’era lasciano il tempo che trovano. Costa paga per tutti. E questo è vero. Assessori e consiglieri, dov’erano? E i dirigenti, anzi i superdirigenti, dove li mettiamo? Ma Costa aveva promesso che avrebbe cambiato le cose. E invece nulla è cambiato, anzi. La città non è cambiata, è peggiorata. Oggi la speranza che le cose possano davvero mutare è flebile ma, malgrado la drammaticità della situazione, esiste ancora. Il problema è che i sindaci, gli assessori, i consiglieri, vanno e vengono, certe incrostazioni però restano. E forse, se si vogliono davvero cambiare le cose, sono proprio quelle incrostazioni che vanno rimosse.

 

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Giornalista
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