«Elettori calabresi clientelari e rassegnati al peggio»: all’Unical le differenze con l'Emilia

Politologi e sociologi hanno analizzato lo scenario regionale tracciando l’identikit di chi vota e di chi si astiene. Ne emerge un quadro ricco di peculiarità che non si riscontrano altrove, come l’orientamento a destra dei grandi centri e il “rosso” dell’entroterra

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di Sonia Miceli
30 gennaio 2020
09:18
Un momento dell’incontro
Un momento dell’incontro

È una Calabria frastagliata da un elettorato ancora incomprensibile quella che si presenta agli occhi di politologi e sociologi che, in un seminario tenutosi all’Università della Calabria, hanno provato a fare un'analisi del voto delle elezioni regionali 2020.

 

Una cosa è certa: nella nostra regione a vincere è sempre l’astensionismo, un dato che si riconferma (44% di elettori come nel 2014) e che stigmatizza ogni appuntamento elettorale. Tutt’altra storia in Emilia Romagna, con un boom di elettori (un 30% in più) recatisi alle urne.

Calabria ed Emilia Romagna, due culture diverse

«La storia dell’Emilia Romagna è una storia di un partito d’integrazione di massa, una cultura che non è mai scomparsa sul territorio, un partito radicato socialmente, e che è venuto fuori oggi più forte che mai», spiega il sociologo Piero Fantozzi.

 

«In Calabria il partito d’integrazione di massa non l’abbiamo mai avuto semplicemente perché non è mai esistita la capacità educativa dei partiti politici che si sono sempre basati su meccanismi di competizione come avviene ancora oggi».

 

Insomma, nella nostra terra «una maggioranza non regge» perché «governare questo sistema è difficile e lo stesso processo organizzativo è difficile». Il calabrese «non si mobilita per una causa politica» ed il suo «è un voto di pancia e rancore o è un voto di interesse», puntualizza Fantozzi.

«Una Calabria a fisarmonica»

I grafici presentati dal docente Roberto De Luca spiegano cosa succede nelle elezioni in Calabria dal 2009 al 2020, dove ci sono «andamenti altalenanti fra centrodestra e centrosinistra, soprattutto nelle elezioni regionali» e dove viene a galla la «figura di un territorio molto spezzato» e con dei «balzi significativi». Dati che attestano «la volatilità della mobilità elettorale», tiene a precisare De Luca.

 

Andando a ritroso, dal 1995 in poi – periodo in cui è stato istituito il nuovo sistema elettorale con l’elezione diretta del presidente della giunta regionale – «è possibile notare la perfetta alternanza dei due partiti di centrodestra e di centrosinistra - sottolinea Roberto De Luca - . Solo nel 2000 vi fu un quasi pareggio ma nelle elezioni successive abbiamo avuto sempre un capovolgimento completo del risultato» che ci restituisce l’immagine di «una Calabria a fisarmonica».

 

Nella nostra Regione  una determinante nel risultato elettorale è stato «il voto di preferenza ovvero il voto ai candidati consiglieri» rispetto «al voto disgiunto in Emilia Romagna» per cui secondo De Luca «l’indice di preferenza ci dà il senso della vittoria del centrodestra».

Le tre Calabrie

Jole Santelli, la vincente di questa tornata elettorale e guidata dal partito di Forza Italia, secondo il grafico stilato dal docente Domenico Cersosimo «vince ovunque in Calabria mentre Callipo si accaparra l’11% su 404 comuni calabresi, non vincendo in nessun capoluogo di provincia». L’unica città dove il re del tonno prevale sembra essere Lamezia Terme.

 

«Il centrosinistra non vince sui comuni marittimi con una sconfitta su tutta la costa ionica», constata Cersosimo, mentre «i cinquestelle vincono in due comuni, Carlopoli (comune nativo di Francesco Aiello) e Soveria Simeri».

 

Nonostante la netta prevalenza del centrodestra, la geografia politica delle elezioni regionali in Calabria mostra un «marasma elettorale» in cui secondo Cersosimo sono visibili «tre Calabrie».

 

«Nella prima Calabria, individuata nelle zone del Reggino, prevale il nero azzurro ovvero i colori della fazione politica di centrodestra, tranne che a Reggio Calabria e Motta San Giovanni dove viene eletto il candidato Nicola Irto».

 

C’è poi la «Calabria bianco rossa» nell’entroterra cosentino, nel cuore di Bocchigliero, Casali del Mango, Celico, San Giovanni in Fiore, Longobucco ecc. dove ci sono «pezzi di partito popolare e pezzi di partito comunista» ed infine la «Calabria arcobaleno, dove si presenta di tutto e non c’è una prevalenza di uno o dell’altro partito, con intervalli significativi tra centrodestra e centrosinistra».

 

Un altro rompicapo per i sociologi e gli economisti e la controtendenza politica avvenuta in queste elezioni. «In Calabria i comuni più piccoli e più poveri, arroccati nell’entroterra, votano il centrosinistra. In Emilia Romagna accade l’inverso e gli elettori votano Lega» mentre «nel mondo, solitamente, sono i comuni più svantaggiati a votare il centrodestra e le grandi metropoli si spostano a sinistra».

Identikit dell’elettore calabrese

In Calabria «l’elettore calabrese non crede nel cambiamento e non vota per cambiare. Pensa che la Regione sia ormai perduta» asserisce Antonello Costabile, dipingendo l’identikit del votante che sembra ormai rassegnato «alle note prassi politiche» ma tende ad avere fiducia «nel voto di cambiamento nazionale».

 

Secondo i dati mostrati da Costabile l’elettorato calabrese è stato più attivo nelle elezioni a livello nazionale (con l’ascesa dei pentastellati nel 2014), rispetto alle elezioni regionali. Questo dimostra che il calabrese «crede di più nella salvezza esogena, ovvero la salvezza da parte di qualcuno esterno alla Regione» e attenderebbe dunque «un salvatore al di fuori del territorio, perché non crede più nella terra in cui vive e nei personaggi politici nostrani».

 

«In questa terra manca l’indipendenza e la capacità critica che invece sono prerequisiti dell’Emilia Romagna», incalza Costabile. «Il calabrese si affida al politico di turno affinché possa soddisfare i bisogni di cui necessita in quel momento. Perché? Perché in Calabria non funziona niente, dalla sanità alla burocrazia a qualsiasi ente amministrativo al quale ci si affida e così il calabrese preferisce affidarsi all’utilitarismo, non credendo più nelle elezioni regionali come arma di cambiamento».

 

La Calabria, secondo Costabile, «non è un’autentica società civile, in quanto manca di civismo». A rendere il tutto ancora più complicato sono «le liste civiche che tutto rappresentano fuorché il civismo autonomo e in cui sono presenti valanghe di candidati che equivalgono ad ottenere accessi politici e più probabilità di avere maggiore consenso». «Ed è proprio questa micropolitica che crea il clientelarismo», aggiunge Costabile, insinuandosi nelle maglie dell’elettorato calabrese e provocando maggiori danni alla politica.

Astensionismo dei fuori sede

Una nota dolente è quella degli elettori fuori sede: sarebbero 350mila i giovani fuori sede a non aver votato. Un dato sconfortante che ha inciso pesantemente sulle elezioni regionali.

 

«Negli anni ’70 anche i nostri giovani lavoravano fuori sede però ritornavano a votare mentre oggi a nulla sono valse le scontistiche applicate su treni e aerei», incalza Costabile.

 

Un dato che dimostra una disaffezione crescente verso il territorio a causa delle politiche messe in atto e in un «far west sociale e politico, con un’offerta priva di contenuti e piena di transfughi», aggiunge Cersosimo.

Eletta una donna «ma manca la parità di genere»

Jole Santelli è la prima donna presidente della Regione Calabria ma «il nostro sistema elettorale non riconosce il voto di genere, avendo la preferenza unica. Un vero e proprio paradosso che denota un profilo di anticostituzionalità», ribatte Guerino D’Ignazio.

 

«Le donne presenti nelle liste sono state poche. La lista con più candidate donne era quella della Santelli (cinque) ma ci sono liste che hanno candidato una sola donna, il minimo sindacale» - specifica la Vingelli – «questo perché le donne non riescono a costruire un bacino elettorale ampio rispetto ai candidati uomini. Questo succede non solo in Calabria ma un po’ dappertutto nel mondo. Bisogna cambiare il futuro di questa terra anche partendo da questa svolta».

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