Elezioni, tutti i perdenti del salto della quaglia. La triste parabola di chi ha cambiato casacca

Da destra a sinistra e da sinistra a destra. Ecco che fine hanno fatto i politici che hanno cambiato partito per ottenere una candidatura senza però conseguire il risultato sperato. La storia di D'Acri, Scalzo, Pasqua, Sergio, De Nisi e Bausone

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di Pietro Bellantoni
28 gennaio 2020
19:47
D’Acri, Sergio, Pasqua, Scalzo, De Nisi, Robbe
D’Acri, Sergio, Pasqua, Scalzo, De Nisi, Robbe

Il tradimento politico non paga. Almeno, non sempre. L'ultima tornata elettorale consegna una mezza certezza: i calabresi non ne possono più di voltagabbana, trasformisti e detentori di pacchetti di voti utilizzabili alla bisogna.

Il risultato incassato da chi ha smesso una casacca per indossarne un'altra nell'imminenza del voto dimostra, nella maggior parte dei casi, che le transumanze – soprattutto quando non si fondano su valide ragioni politiche – rischiano di costare davvero care. Il prezzo finale da pagare è l'oblio, la condanna all'irrilevanza, il ritorno al proprio lavoro (sempre ammesso che ci sia).

 

Chi se ne è tornato a casa

Aveva destato clamore, in modo particolare, la rapida e non pronosticabile trasmutazione di Mauro D'Acri. Per cinque lunghi anni era stato (almeno apparentemente) uno dei fedelissimi dell'ex governatore Oliverio, che a lui aveva affidato le chiavi dell'agricoltura regionale.

Poi, a pochi giorni dalla chiusura delle liste, D'Acri ha scoperto che i frutti del suo lavoro in Regione poteva raccoglierli in un altro campo, quello del centrodestra. E via, zappa in spalla ad arare il terreno elettorale nientepopodimeno che di “Santelli presidente”, la lista di diretta espressione della (futura) governatrice. Raccolto magro, in realtà: D'Acri arriva terzo (dietro due “novizi” come Pierluigi Caputo e Rosaria Succurro) e racimola poco più di 3mila voti. Nel 2014 erano stati più di 6mila e 500. Quelle di D'Acri, adesso, sono braccia che tornano, davvero, all'agricoltura.

 

La parabola di Franco Sergio

Che dire, poi, di Franco Sergio? In quella lista c'era anche lui, dopo aver passato almeno quattro anni nel centrosinistra (era stato eletto con “Oliverio presidente”) e guidato la commissione Affari istituzionali, forse la più prestigiosa di Palazzo Campanella. Per Sergio il risultato è ancora più sconfortante: settimo posto e poco più di 2mila e 300 preferenze. Cinque anni fa erano state quasi 7mila.

 

Stesso destino anche per Pasqua

Dovrà tornare al suo lavoro anche Vincenzo Pasqua, nel 2014 uomo di punta (circoscrizione centrale) della formazione che portava il nome dell'ex governatore. Piazzato in extremis nella lista “Santelli”, dopo essere stato a un passo dalla candidatura con Fratelli d'Italia, domenica scorsa l'ex consigliere regionale vibonese ha ottenuto circa 2mila preferenze, piazzandosi al terzo posto dopo Vito Pitaro e Tranquillo Paradiso. Un lustro fa, Pasqua era arrivato primo, con 4mila e 600 voti.

 

La caduta rovinosa di Scalzo

Il transfuga caduto più rovinosamente è però l'ex presidente del consiglio regionale Antonio Scalzo. Per anni è stato uno degli uomini di punta del Pd calabrese, prima di mettersi alla guida di un gruppo autonomo, “Moderati per la Calabria”, in aperta contrapposizione a Oliverio. Tenta poi di transitare in Fdi tramite Direzione Italia di Raffaele Fitto, ma riceve una porta in faccia a pochi giorni dalla consegna delle liste.

Si mette così alla ricerca di una nuova casa e la trova nell'Udc di Cesa e Talarico. Risultato: prende più di 4mila voti (nel 2014 erano stati 12mila e 700) e si piazza in testa alla lista dello Scudocrociato. Il guaio è che l'Udc, al Centro, è troppo debole e i seggi scattano a Nord (Graziano) e a Sud (Paris).

Scalzo è costretto a lasciare il Consiglio: i calabresi lo ricorderanno come il politico buono per tutti i partiti. Destino simile per l'ex consigliere Mario Magno. Dopo aver mancato l'elezione 5 anni fa con Forza Italia (5mila e 200 preferenze), ci ha riprovato con l'Udc: uguale l'esito, ma con circa 3mila voti in meno (1.700). Meglio di lui fa anche il giovane sindaco di Capistrano, Marco Martino, che racimola mille voti in più.

 

L'ex asso del Pd De Nisi

Cosa aggiungere, ancora, su Francesco De Nisi? Nel 2014 è uno degli assi del Pd, ma gli altri competitor si dimostrano più forti di lui: Scalzo, Vincenzo Ciconte, Michele Mirabello, rendono inutile quel bottino elettorale, quasi 9mila voti.

De Nisi giura vendetta e, dopo la rottura traumatica con i dem (dovuta a dissidi con l'ala censoriana), bussa alla porta di Fdi. Sembra fatta, ma pure lui, come Pasqua e Scalzo, alla fine riceve il benservito. L'ex presidente della Provincia di Vibo trova allora spazio nella “Santelli presidente”.

I voti si riducono un po' (7mila) ma il guaio è che anche stavolta De Nisi trova qualcuno più forte di lui (Baldo Esposito, più di 10mila preferenze) e deve rassegnarsi, di nuovo.

 

La storia dell'ex pasionaria del Pd Bausone

Triste anche la parabola dell'ex pasionaria del Pd Alessia Bausone. Per anni non ha fatto altro che prendere a colpi di sciabola i suoi compagni di partito, portando avanti meritorie battaglie per la trasparenza, contro le tessere farlocche e per la doppia preferenza di genere, affossata proprio dai dem.

Era, insomma, la coscienza critica del Pd calabrese, rispettata, perfino temuta dai capataz locali non proprio in regola con procedure e linea politica. Poi la trasfigurazione, del tutto inaspettata: i dem scoprono che Bausone figura nell'elenco dei militanti pentastellati a caccia di una candidatura sulla piattaforma Rousseau.

L'ex responsabile della mozione Boccia all'ultimo congresso del Pd supera la prova e si presenta agli elettori calabresi. Arriva sesta nella circoscrizione Centro, con 423 voti, superata pure da Vittorio Oliveto (1.053) e Dariush Assadi (820).

 

Robbe: dall'assessorato al fondo della lista

Infine, merita una menzione la storia di Angela Robbe. Oliverio, nell'aprile 2018, la nomina assessore al Lavoro. Quando il governatore è all'apice del suo potere, l'ex presidente di Lega Coop Calabria non gli fa mai mancare il suo sostegno né, tantomeno, manifesta il suo malcontento rispetto alle politiche della Regione.

Tutto cambia quando il Pd decide di affidarsi a Pippo Callipo e di non ricandidare Oliverio, che per tutta risposta lancia strali contro l'imprenditore del tonno. Robbe, a quel punto, fa la sua scelta di campo: da assessore in carica si fa vedere alla presentazione ufficiale di Callipo, a cui partecipa pure il segretario del Pd Zingaretti. Il giorno dopo rassegna le sue dimissioni e qualche settimana avanti è tra i candidati del Pd alle elezioni del 26 gennaio. L'esito è così così: arriva ottava (1.774 voti) in una lista di otto persone.

bellantoni@lactv.it

Giornalista
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