La lettera

I dirigenti del Pd cosentino a Letta: «La sconfitta in Provincia rappresenta l’ennesimo disastro politico»

Mario Franchino, Pietro Midaglia e Bruno Villella in una lettera inviata al segretario Dem: «Si consegna al centrodestra  la guida di un ente che per 50 anni ha costituito un presidio istituzionale di riferimento per le forze del centrosinistra»

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di Redazione
21 marzo 2022
21:15

«Dopo la duplice sconfitta alle regionali, quella per la Provincia di Cosenza rappresenta l'ennesimo disastro politico, che consegna al centrodestra, con poco più del 40%, la guida di un ente che per 50 anni ha costituito un presidio istituzionale di riferimento per le forze del centrosinistra. Ancora una volta si è inteso procedere con cinismo, non ascoltando le grida di dolore dei territori, dei sindaci e degli amministratori locali e tacitando i Circoli e gli iscritti, con l'arroganza propria degli impuniti».

Lo scrivono tre dirigenti della provincia di Cosenza del Pd, Mario Franchino, Pietro Midaglia e Bruno Villella, iscritti, rispettivamente, ai Circoli di Montegiordano, Sangineto e Cosenza, in una lettera aperta al segretario nazionale del partito, Enrico Letta.


«Si continua a decidere tutto a Roma - aggiungono - senza alcuna interlocuzione con il partito calabrese. Così, dopo i Commissari e i congressi farsa, svolti con il ricatto dell'unanimismo, prosegue il commissariamento del PD calabrese, al solo fine di consentire ai soliti la facoltà di disporre del partito. Una sorta di legittimazione a continuare a fare come e peggio di prima. Una condizione insostenibile che determina l'allontanamento e l'indifferenza del nostro popolo, che è divenuto estraneo al richiamo di un gruppo di potere che fa appello alla lotta al centrodestra al solo scopo di convenienza personali o di gruppi. Si tratta di modestissimi e spregiudicati detentori del comando, gli stessi che hanno delegittimato la funzione di reale alternativa del centrosinistra, attraverso la pratica del trasformismo e del consociativismo».

«Una condizione di comando che continua ad essere esercitata ed ostentata sui miseri resti del Pd al solo fine di rimediare qualche poltrona per qualche amico - prosegue la lettera -. Una pratica che, com'è ormai di tutta evidenza, è percepita come contraria agli interessi della comunità democratica e dei calabresi, sempre più estranei e rassegnati. Com'è possibile non rendersi conto che, continuare a decidere solo a Roma, anche dopo il congresso farlocco, rimuove ogni forma di militanza e fa venire meno le ragioni stesse della appartenenza? Una comunità senza partecipazione e ancor più senza condivisione, non ha ragione di essere. Sono dinamiche che rendono sempre più drammatica la situazione del PD calabrese. Un partito che rimane interamente svuotato di ogni capacità decisionale e della partecipazione democratica. Mentre da Roma, attraverso la ciurma dell'ascarato locale, le correnti nazionali decidono a nome e per conto dei calabresi».

«È sempre più evidente - affermano ancora Franchino, Midaglia e Villella - che il cambiamento è possibile solo iniziando a combattere ed a sconfiggere il ruolo di esecutori dell'ascarato locale. Boccia e Graziano hanno sempre sbandierato di avere condiviso ogni scelta con l'ascarato locale e continuano a ripeterlo ai quattro venti. Il Pd può diventare uno strumento al servizio dei calabresi solo se viene liberato dagli utili idioti che, per conto terzi, si fanno carico 'del lavoro sporco', che continua incessante anche sui resti del corpo martoriato del partito dopo tre anni di commissariamenti. È lo stesso contesto degenerativo che, per ultimo, ha prodotto le candidature alla presidenza della Provincia di Cosenza ed a sindaco di Catanzaro, emarginando i sindaci, gli amministratori locali e gli iscritti al partito. Infatti, dopo l'illusione della storiella della 'rigenerazione del partito' attraverso i congressi, si sta determinando una sempre più vasta delusione che sta innescando un vero e proprio reflusso che è alla base delle delusioni polemiche e degli abbandoni. Altro che rigenerazione: ormai il partito è moribondo e gli ultimi accadimenti rischiano di essere letali».

«In questa drammatica situazione - dicono, infine, i tre dirigenti del Pd - è necessario prendere atto che non bastano gli appelli e gli inviti alla responsabilità ed al buon senso. Serve uno scossone. Va fermata adesso la cinica demolizione di quel che resta del Pd, riconsegnando centralità agli interessi generali e sgombrando il campo dagli interessi correntizi, che sono stato sin qui i soli protagonisti».

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