Politiche 2022

I leader nazionali fanno i conti con la Calabria, ecco il confine tra successo e fallimento: le percentuali

Le elezioni si decideranno altrove. Ma i risultati di questa regione potrebbero avere un peso nel futuro Parlamento. Ecco gli scenari possibili (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Bellantoni
21 settembre 2022
13:23
In alto da sinistra Giorgia Meloni, Enrico Letta e Matteo Salvini. In basso da sinistra Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi e Carlo Calenda
In alto da sinistra Giorgia Meloni, Enrico Letta e Matteo Salvini. In basso da sinistra Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi e Carlo Calenda

Le elezioni del 25 settembre non si decideranno da queste parti. La Calabria non è certo la Pennsylvania d’Italia. Troppo piccola per spostare il baricentro elettorale, per marcare una differenza tra i partiti, per mettere il sigillo ai destini politici dei leader. 

Lo sanno bene Giorgia Meloni ed Enrico Letta, Giuseppe Conte e Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Carlo Calenda: i voti che segneranno lo scarto tra la vittoria e la sconfitta, tra il trionfo e la disfatta, vanno cercati altrove. E infatti le rispettive campagne elettorali hanno avuto un denominatore comune: i segretari nazionali, in Calabria, hanno concesso solo toccate e fughe, preferendo concentrare i propri sforzi in altri territori del Paese. 


Una scelta elettoralmente più che comprensibile. Tuttavia anche una relativa irrilevanza numerica può avere il suo peso. «Ogni ficutu i musca è sustanza»: in certe parti della Calabria si dice proprio così. Tutte le somme, alla fine, faranno il totale. Le ambizioni dei leader, giocoforza, si misureranno anche con i risultati di questa regione, che darà il suo apporto per le percentuali complessive e il numero di seggi dei singoli partiti. 

La Calabria sarà quindi una (piccola) sfida nella sfida, che contribuirà a tracciare il confine tra la vittoria e la sconfitta, tra il successo e il fallimento. 

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni è già oltre il 25 settembre. Il suo problema non sembra essere la vittoria, ma l’entità della vittoria. L’ex ministro della Gioventù ha la necessità fare il pieno di voti non solo per distaccare il Pd e cementare la propria golden share sul centrodestra – con Lega e Fi che potrebbero valere la metà dei voti di Fdi – ma soprattutto per disporre di una maggioranza solida nei due rami del Parlamento. Il Pd di Letta punta chiaramente a trasformare il Senato in un vietnam e a rendere instabile un eventuale governo Meloni. Ecco perché anche i numeri calabresi avranno il loro valore. E forse non è un caso che Meloni abbia lanciato messaggi rassicuranti proprio da Cosenza: «Sapremo governare bene il Paese». 

Successo: Considerati il 4% delle Politiche 2018 e lo strapotere di Fi alle ultime Regionali, per Fdi superare il 20% in Calabria sarebbe un buon risultato. Il trionfo potrebbe essere completato con la conquista di almeno 6 seggi su un totale di 19. Traguardo che può essere raggiunto con le vittorie nei due collegi uninominali assegnati dagli accordi di coalizione – Catanzaro (Wanda Ferro) e Senato Nord (Ernesto Rapani) – con altri due seggi al proporzionale Camera (Alfredo Antoniozzi, secondo nel listino dietro Ferro, ed Eugenia Roccella) e altrettanti al Senato (Fausto Orsomarso e Giovanna Cusumano).    

Fallimento: La campagna di Meloni contro il reddito di cittadinanza potrebbe sgonfiare le vele a Fdi in tutto il Sud, Calabria compresa. Eleggere solo quattro parlamentari (due al maggioritario e due al proporzionale), a fronte dell’unico mandato a Roma nel 2018 (Ferro), potrebbe non essere comunque sufficiente a dichiarare vinta la battaglia calabrese. 

Enrico Letta

Letta sa bene che l’«operazione rimonta» passa inevitabilmente dal Sud, dove i seggi uninominali «contendibili» sarebbero 65. Un numero che i tecnici del Nazareno hanno tirato fuori dopo aver calcolato l’impatto elettorale del M5S, che potrebbe aggredire il bacino elettorale del centrodestra. Ogni vittoria insperata al maggioritario sarebbe un mattoncino in più nel muro anti-Meloni che il Pd sta costruendo a Palazzo Madama. Nell’unica tappa calabrese, a Reggio, Letta ha messo in relazione due questioni che rappresentano, al tempo stesso, il freno oggettivo e la promessa di sviluppo della Calabria: «Impediremo alla ‘ndrangheta di mettere le mani sul Pnrr». 

Successo: La conferma della media nazionale (intorno al 20%) e un bottino di almeno quattro parlamentari: tre eletti nel proporzionale – Nicola Irto (Senato), Nico Stumpo ed Enza Bruno Bossio (Camera) – e uno strappato al favoritissimo centrodestra nel maggioritario.

Fallimento: Un risultato vicino al 13% delle Regionali e l’elezione dei soli due capilista. La Calabria diventerebbe, così, un buco nel muro. 

Matteo Salvini

Salvini, a differenza degli altri leader del centrodestra, in Calabria ci mette la faccia. Capolista al Senato, per l’ex ministro dell’Interno questa è l’occasione giusta per una rivincita politica e personale. Un buon risultato dimostrerebbe che il suo progetto per una Lega nazionale non è ancora sepolto e che la sua mancata elezione in Calabria nel 2018 (il seggio, dopo una lunga disputa legale, andò alla forzista Fulvia Caligiuri) è stata solo un incidente di percorso. A Crotone, Salvini ha anche provato a trasformare l’autonomia differenziata in una riforma utile a tutto il Paese e non solo al Nord: «Serve soprattutto al Sud. Penso alla gestione dei beni culturali, la Calabria potrebbe vivere di questo».

Successo: Perdere pochi punti percentuali rispetto alla media nazionale (la Calabria è pur sempre una regione in cui la Lega fatica a radicarsi) e portare a casa quattro seggi: due dai collegi uninominali – Corigliano-Crotone (Domenico Furgiuele) e Senato Sud (Tilde Minasi) – e due dal proporzionale (Simona Loizzo, Camera, e Salvini).

Fallimento: Fermarsi all’8% delle Regionali 2021 e spuntare solo i due seggi del maggioritario, cui concorrono anche gli altri alleati. 

Giuseppe Conte

Quello che si poteva perdere è già stato perso. I numeri del 2018, quando il M5S elesse ben 18 parlamentari solo in Calabria, sono a dir poco inimmaginabili. Il Movimento, oggi, è qualcosa di diverso: è sempre più il partito di Conte e sempre meno quello di Grillo. Ecco perché l’ex premier ha tutto da guadagnare, anche in questa regione. Poche ma efficaci le sue parole d’ordine: giù le mani dal reddito di cittadinanza e lotta senza quartiere alla ‘ndrangheta. Un tema, quest’ultimo, colpevolmente trascurato dalle altre forze politiche. Conte, durante la sua visita a Reggio, ha sintetizzato il tutto con una frase a effetto: «I parassiti sono i mafiosi, non chi prende il reddito di cittadinanza». 

Successo: Sfondare il muro del 20% ed eleggere almeno tre parlamentari nel proporzionale (nel maggioritario, dove il Movimento corre da solo, non c’è partita): i due capilista, gli ex magistrati Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato e la seconda nel listino Camera, Vittoria Baldino.

Fallimento: Andare sotto la media complessiva raggiunta al Sud e guadagnare un solo seggio (Camera). 

Silvio Berlusconi

Berlusconi, tra un tik tok e l’altro, finora si è occupato poco di Calabria. In una delle sue pillole social dedicata alla sanità ha però elogiato la scelta del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di ingaggiare centinaia di medici cubani. Dal canto suo, il governatore, diventato ormai uno dei volti di punta degli azzurri, ha detto a chiare lettere qual è il suo obiettivo: «Voglio che la Calabria diventi la capitale di Forza Italia». Dichiarazione che può essere considerata ardita solo da chi ignora i trascorsi dei berluscones in questa regione. Lontana anni luce dai fasti del passato, in Calabria Fi continua ad andare in direzione ostinata e contraria, come dimostra il 17% delle Regionali. Una percentuale impensabile nel resto del Paese. Le Politiche sono però altra cosa, e confermare il dato di ottobre sarà praticamente impossibile. I forzisti potrebbero invece migliorare con una certa facilità la (non alta) media nazionale.

Successo: Superare il 10% e mandare a Roma cinque parlamentari. Tre eletti nel maggioritario – Andrea Gentile (Cosenza), Giovanni Arruzzolo (Vibo-Gioia Tauro) e Francesco Cannizzaro (Reggio) – e due nel proporzionale – Giuseppe Mangialavori (Camera) e Mario Occhiuto (Senato). 

Fallimento: L’uniformità con il dato nazionale e l’elezione dei soli tre candidati nell’uninominale (con il contributo decisivo degli alleati) e di Mangialavori alla Camera, con il seggio di Occhiuto fagocitato da Fdi.

Carlo Calenda

Calenda ha già tracciato una linea di demarcazione: «Se il Terzo polo non va in doppia cifra sarà un insuccesso». Il progetto dell’ex ministro del Mise, in Calabria, poggia sull’esperienza di tanti amministratori. Il sindaco di Diamante e senatore in carica, il renziano di ferro Ernesto Magorno; i facenti funzione (metropolitano e comunale) di Reggio Carmelo Versace e Paolo Brunetti e l’assessore Giovanni Latella; il segretario regionale ed ex primo cittadino di Taurianova Fabio Scionti. Tra il Pollino e lo Stretto, poi, il centro continua ad avere un suo certo appeal elettorale. Ma a pesare sul risultato finale sarà anche la decisione di blindare come capolista l’ex ministra Maria Elena Boschi, candidata pure in altre regioni. 

Successo: Un +10% su base regionale e l’elezione di un deputato (magari lo stesso Magorno, secondo nel listino) e un senatore nel proporzionale, ipotesi quasi fantascientifica. 

Fallimento: Andare sotto l’8%, soglia minima per concorrere a un seggio al Senato, e non ottenere nemmeno un eletto alla Camera. Renzi avrebbe così fornito un assist per il gol mangiato di Calenda. 

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