Il 30 ottobre sono scesi in piazza a Reggio Calabria come in tante altre città italiane. Studenti, lavoratori, giovanissimi che cominciano a interrogarsi sul futuro e ragazzi che con quel futuro stanno già facendo i conti. Lo sciopero nazionale ha portato nelle strade le difficoltà di chi vede aumentare i prezzi senza che crescano gli stipendi, le richieste di investire nei servizi anziché nelle armi, la protesta contro le guerre. Da Roma a Milano, da Torino a Bologna, da Firenze a Napoli e Palermo, ragioni diverse hanno trovato posto nella stessa mobilitazione.

A Reggio erano quasi un migliaio, secondo la stima raccolta sul posto dalle forze dell’ordine. Ma fossero stati anche cinquanta, sarebbe valsa la pena ascoltarli. Capire perché un ragazzo di quindici o sedici anni decida di esserci, cosa lo preoccupi, quale prospettiva intraveda dopo la scuola. Invece, sotto i racconti della manifestazione, una parte del mondo adulto ha preferito risolvere tutto con poche battute: non vogliono studiare, cercano una scusa per saltare le lezioni, hanno paura delle pagelle.

La paura di cui parlano questi ragazzi riguarda il futuro. Riguarda la possibilità di studiare fuori senza mettere in difficoltà la propria famiglia, di pagare un affitto, di trovare un lavoro che permetta di mantenersi. Riguarda gli amici che partono, gli stipendi insufficienti, le guerre che entrano ogni giorno nelle loro conversazioni. Si può dissentire dalle risposte che propongono. Liquidare le domande come una scusa per non andare a scuola è, però, una rinuncia al confronto da parte di chi dovrebbe avere qualche responsabilità in più.

La dimostrazione è arrivata poche ore dopo il corteo, al circolo Reggio Sud, sede di Alleanza Verdi e Sinistra, durante l’incontro sulla «Rabbia giovane» moderato da Valentina Vita. A fare gli onori di casa Demetrio Delfino, consigliere comunale, mentre tra gli intervenuti c’era anche il collega Carmelo Versace. Gli stessi ragazzi che avevano manifestato al mattino si sono presentati nel pomeriggio, hanno preso il microfono davanti ad adulti, professori e rappresentanti delle istituzioni locali e hanno spiegato cosa stanno vivendo. Studenti del liceo, anche minorenni, capaci di sostenere una posizione, fare domande, contraddire un interlocutore.

Si è parlato di Pil, di spesa pubblica, di sanità e istruzione, del rapporto tra tasse e servizi. Un giovane ha descritto una società consegnata alla sua generazione nella quale avverte di avere «molto poco potere decisionale». Giuseppe, studente del liceo classico Campanella, ha riportato il discorso al bilancio delle famiglie: oggi sono i genitori a mantenerlo, ma per chi va all’università o comincia a lavorare «gli stipendi sono troppo bassi, gli affitti costano». E, sommate le spese, «non si riesce proprio ad arrivare a fine mese».

Sono interventi che rendono piuttosto fragile il ritratto dei nullafacenti costruito sui social. Quei ragazzi studiano, si informano, provano a interpretare quello che succede. Usano anche TikTok e Instagram, linguaggi e canali diversi da quelli degli adulti. Il confronto ha mostrato che dietro uno slogan ci possono essere un ragionamento, una lettura, una preoccupazione precisa. Per accorgersene, però, bisogna concedere loro il tempo di parlare.

Anche il fatto che in piazza ballassero e cantassero è diventato un motivo di derisione. Come se la partecipazione, per essere credibile, dovesse rinunciare a qualsiasi espressione della loro età. Come se saltare insieme rendesse meno seria la difficoltà di pagare una stanza o meno legittima una posizione contro il riarmo. La libertà di riunirsi pacificamente e senza armi è riconosciuta dall’articolo 17 della Costituzione: vale anche quando le ragioni di chi manifesta non coincidono con le nostre.

Lo stesso meccanismo ha accompagnato il coro «Siamo tutti antifascisti», accolto da commenti che lo liquidavano come un richiamo fuori tempo, perché il fascismo appartiene al passato. Eppure, nel dibattito al circolo, il tema aveva un riferimento al presente: la tutela del dissenso, il rapporto tra sicurezza e libertà, il timore di risposte autoritarie alle proteste.

Su questo Davide Latella, giurista e coordinatore del Forum delle Idee, ha espresso una critica netta alle politiche del governo Meloni, che giudica repressive e securitarie, richiamando gli strumenti di prevenzione e le norme sui blocchi stradali. Il dato concreto è che il decreto sicurezza del 2025 ha trasformato in reato il blocco stradale attuato con il proprio corpo, prevedendo una pena più alta quando commesso da più persone riunite. È anche su scelte come questa, e sul loro rapporto con le forme della protesta, che si concentra la contestazione.

Ridurre l’antifascismo a una parola pronunciata senza sapere cosa significhi evita di misurarsi con queste preoccupazioni. Non serve condividere ogni paragone storico per riconoscere che il rapporto tra potere e dissenso è una questione attuale, sulla quale anche i più giovani hanno diritto di esprimersi.

Latella ha poi dato alla rabbia una dimensione molto vicina alla vita di Reggio. «Vediamo cugini, fratelli, sorelle, compagni di classe che emigrano», ha detto, sottolineando quanto frequenti siano diventate quelle partenze. «Noi siamo arrabbiatissimi, ma non siamo violenti». Nella sua analisi, l’emigrazione giovanile, le disuguaglianze e la crisi ambientale sono legate a un sistema economico che scarica le proprie contraddizioni sulle persone. «La nostra generazione non ha spazi di partecipazione. C’è un disagio generazionale diffuso, a cui non si può rispondere con ulteriore chiusura, occorre aprire al dialogo, rendere il confronto lo strumento cardine dell’amministrare la cosa pubblica», ha osservato. E davanti alla prospettiva di guerre, disastri naturali e nuove crisi, ha aggiunto: «Siamo impauriti, forse più che arrabbiati».

È una frase che meriterebbe di arrivare anche a chi si è fermato alle battute sulle assenze da scuola. Perché restituisce la distanza tra la leggerezza con cui gli adulti possono giudicare una manifestazione e il peso che certe prospettive hanno su chi deve ancora scegliere cosa fare della propria vita.

Tra i ragazzi c’è chi prende il microfono per ricordare che gli strumenti per partecipare esistono e bisogna usarli. «Dobbiamo essere una generazione che può esprimere il dissenso, deve esprimere il dissenso», afferma Hermes, portando l’esperienza della Consulta studentesca e del confronto con le istituzioni scolastiche. «Le occasioni di partecipazione democratica ci sono, bisogna saperle sfruttare». Racconta delle proposte raccolte nelle scuole, dei tavoli di lavoro, del tentativo di ottenere risposte attraverso la rappresentanza. Senza rinunciare alla protesta: «Questo è un diritto che ci rimane».

Uno dei temi più ostici affrontati durante il dibattito è stato il lavoro delle forze dell’ordine nelle manifestazioni: il compito di garantire la sicurezza, il ricorso alla forza, il confine oltre il quale l’intervento diventa abuso. Una discussione difficile, nella quale la condanna delle vetrine rotte e della violenza insensata di pochi deve accompagnarsi alla stessa attenzione verso le violenze denunciate ai danni di chi manifesta pacificamente.

Hermes ha richiamato il ruolo di tutela delle forze dell’ordine, invitando a non estendere a un’intera categoria le responsabilità dei singoli. Dal confronto è arrivata però anche la richiesta di guardare a chi subisce un intervento violento senza aver commesso violenza. È su questo punto che il richiamo al rispetto della divisa deve misurarsi con il rispetto delle persone e del loro diritto a essere in piazza.

Di fronte a un ragazzo con le mani alzate che viene manganellato, la risposta non può esaurirsi in un generico «onore alle forze dell’ordine». Occorre chiedersi che cosa abbia giustificato quei colpi, chi ne risponda, come si sia arrivati a usare la forza contro chi non sta opponendo violenza. È un cortocircuito che riguarda il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e che merita più di una difesa o di una condanna per appartenenza.

Latella ha riassunto la questione partendo da una condanna esplicita: «Le vetrine non si spaccano né se sono di multinazionali né se sono di commercianti locali». E ancora: «Non si picchiano i poliziotti e i poliziotti non dovrebbero picchiare i manifestanti se non per esigenze di neutralizzazione e di difesa». Il suo invito è stato poi ad allargare lo sguardo: concentrarsi soltanto sul singolo episodio rischia di lasciare fuori il malcontento, le paure e le disuguaglianze che portano le persone a protestare.

È un discorso più ampio e complesso, del quale la politica deve assumersi la responsabilità. La repressione, da sola, non risponde alle ragioni di una piazza. Servono ascolto, risposte sociali e la capacità di garantire insieme la sicurezza e l’esercizio del dissenso. Gli affitti, i salari, le possibilità di studiare e lavorare restano questioni aperte anche quando il corteo finisce senza incidenti.

«La rabbia deve essere organizzata», ha insistito Latella: deve trovare una struttura, luoghi di partecipazione e una visione della società. Il professore Gianfranco Cordì ha letto nella protesta, prima di tutto, una richiesta di riconoscimento: «Questi ragazzi ci hanno detto che esistono».

Anche il consigliere comunale Carmelo Versace ha richiamato il valore del confronto, rivendicando la vicinanza alle forze dell’ordine e condannando gli atti di violenza. Una posizione accompagnata dalla difesa del dissenso: «Manifestare è un diritto e non può essere assolutamente calpestato». Da rappresentante delle istituzioni locali, ha chiamato in causa anche la politica e la sua capacità di comunicare il lavoro svolto e di comprendere il disagio. Davanti alla rabbia espressa nelle piazze, ha riconosciuto, «evidentemente qualche problema c’è».

È qui che il discorso torna agli adulti. A chi ha costruito il presente nel quale quei ragazzi stanno crescendo, a chi amministra, insegna, fa politica, commenta. Ascoltarli comporta anche accettare domande scomode e riconoscere che le risposte date finora possono essere insufficienti.

Da padrone di casa, Delfino ha indicato il senso dell’iniziativa: aprire la sede al confronto dopo la manifestazione, dare ai ragazzi il tempo di spiegarsi e provare a costruire un rapporto che prosegua oltre quella giornata. «Non fare gli adulti giudicanti, ma fare i compagni di strada», ha detto al termine dell’incontro. Un impegno che riguarda anche la politica di cui è espressione: mettere a disposizione esperienza e luoghi di partecipazione, accompagnare le richieste sulla casa, sugli affitti, sul caro vita e portarle dentro le questioni della città. «Noi ci siamo, vi vogliamo accompagnare».

Il 30 ottobre quei ragazzi hanno occupato una mattina per manifestare e un pomeriggio per discutere. Chi li aveva accusati di cercare soltanto un giorno senza scuola, al circolo Reggio Sud avrebbe trovato parecchie cose da ascoltare.