Dal Correntone del Pd arriva l’idea di ridurre a quindici i capilista garantiti, aprendo la strada a una maggiore libertà di scelta degli elettori. Una proposta che supera i confini del centrosinistra e investe l’intero sistema politico, chiamato a misurare la distanza tra le dichiarazioni sulla sovranità popolare e il potere che le segreterie continuano a esercitare sulle candidature
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La sovranità appartiene al popolo, recita il primo articolo della Costituzione. Un principio solenne, richiamato con generosità nei comizi, celebrato nelle campagne elettorali e custodito con particolare attenzione nei programmi dei partiti. Salvo diventare assai meno irresistibile quando dalle dichiarazioni si passa alla compilazione delle liste, alla distribuzione dei collegi e soprattutto alla scelta di quei candidati che, grazie a una posizione garantita, possono affrontare le urne con la ragionevole tranquillità di chi conosce già buona parte del proprio destino parlamentare. Il cittadino viene chiamato a scegliere chi governerà il Paese, ma non sempre dispone della stessa libertà quando si tratta di decidere chi dovrà rappresentarlo. È una contraddizione che accompagna da tempo la politica italiana e che la nuova legge elettorale, pur restituendo le preferenze, non ha completamente superato.
A riaprire la questione, questa volta, non è una protesta contro il sistema dei partiti né l’ennesima invocazione di una democrazia ideale, ma una proposta maturata all’interno dello stesso Partito democratico. Dal cosiddetto Correntone, nell’area politica che fa riferimento a Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza, arriva l’ipotesi di limitare a dieci alla Camera e cinque al Senato i capilista garantiti, lasciando che siano gli elettori, attraverso le preferenze, a determinare la scelta degli altri parlamentari. Una proposta ancora tutta da tradurre in decisioni politiche, ma che contiene un elemento destinato ad andare ben oltre gli equilibri interni del Nazareno: ridimensionare il potere delle segreterie e restituire agli elettori una parte più consistente della scelta dei propri rappresentanti.
La proposta del Pd e quella sfida che riguarda tutti i partiti
Il punto politico più interessante non è stabilire se quindici capilista garantiti rappresentino il numero ideale, né trasformare l’iniziativa in un riconoscimento preventivo a una corrente del Partito democratico. La questione è assai più ampia e investe il rapporto, sempre più complicato, tra cittadini, partiti e istituzioni. Perché se la politica continua a lamentare la disaffezione degli elettori, il progressivo allontanamento dalle urne e la difficoltà di ricostruire un rapporto di fiducia con la società, dovrebbe interrogarsi anche su quanto spazio sia realmente disposta a concedere alla partecipazione democratica quando questa rischia di ridurre il potere delle proprie strutture dirigenti.
La proposta merita dunque di essere discussa e valutata non per la sua provenienza, ma per il principio che introduce nel confronto politico. E proprio per questo sarebbe riduttivo lasciarla confinata nel dibattito interno al Pd, quasi fosse soltanto un capitolo della dialettica tra Elly Schlein e le diverse sensibilità del suo partito. La questione riguarda Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, le formazioni centriste e naturalmente Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini, i cui partiti hanno sostenuto la riforma elettorale appena approvata. Nessuno schieramento può considerare estraneo al proprio dibattito il rapporto tra la selezione dei candidati e la libertà di scelta degli elettori.
Le differenze politiche, naturalmente, esistono e non possono essere cancellate per comodità polemica. La maggioranza ha rivendicato il ritorno delle preferenze come un risultato della nuova legge, mentre le opposizioni hanno contestato diversi aspetti della riforma, compreso il mantenimento dei capilista bloccati. Ma proprio questa diversità rende interessante il confronto: alle dichiarazioni di principio possono seguire impegni concreti sulla composizione delle liste, sui criteri di selezione e sul numero di candidature effettivamente sottoposte al giudizio degli elettori.
Il ritorno delle preferenze e quel potere che resta nelle segreterie
La nuova legge elettorale ha introdotto un sistema nel quale ciascuna lista presenta un capolista bloccato e altri candidati sui quali gli elettori possono esprimere fino a tre preferenze. È un cambiamento rispetto al passato, che sarebbe scorretto ignorare o liquidare come irrilevante. Ma tra il riconoscimento formale di una possibilità e la sua concreta capacità di incidere sulla composizione del Parlamento esiste una differenza che merita di essere spiegata, soprattutto a chi considera le regole elettorali una materia riservata agli specialisti.
Quando una lista conquista un solo seggio in un collegio, quel posto viene attribuito al capolista, indipendentemente dalle preferenze ottenute dagli altri candidati. E poiché la distribuzione dei seggi dipende dai risultati delle singole forze politiche e dalle caratteristiche dei collegi, non è affatto scontato che la possibilità di esprimere una preferenza si traduca nella possibilità di determinare concretamente chi verrà eletto. Si può dunque votare un candidato senza che quel voto riesca a modificare la scelta già compiuta dal partito sulla posizione garantita.
È qui che la discussione assume un significato politico particolarmente delicato, soprattutto nelle regioni dove la rappresentanza parlamentare è numericamente contenuta e la competizione si svolge in collegi ampi. La Calabria, con le sue difficoltà economiche, il progressivo impoverimento demografico e una distanza dalle istituzioni che si misura anche nella partecipazione elettorale, rappresenta un terreno sul quale il rapporto tra candidati, territori e apparati nazionali merita un’attenzione particolare. Il rischio da valutare non è soltanto quello di un Parlamento nel quale alcune posizioni siano decise prima del voto, ma anche quello di una rappresentanza sempre meno legata alla conoscenza diretta delle comunità e dei loro problemi.
Le segreterie, i territori e la tentazione delle candidature sicure
Naturalmente sarebbe troppo facile, e persino ingeneroso, sostenere che ogni candidatura bloccata sia il prodotto di una politica interessata esclusivamente alla propria conservazione. I partiti hanno il diritto e la responsabilità di selezionare una classe dirigente, individuare competenze, garantire equilibrio nella rappresentanza e costruire gruppi parlamentari capaci di sostenere un programma. Né il sistema delle preferenze può essere considerato una soluzione miracolosa: le campagne personali richiedono risorse, organizzazione e radicamento, mentre in alcuni territori il peso delle reti di consenso può trasformarsi in una barriera per chi non dispone di strutture consolidate.
Ma tra il riconoscimento di queste esigenze e la difesa di un potere pressoché esclusivo delle segreterie esiste uno spazio politico che meriterebbe di essere esplorato con maggiore coraggio. Un partito non perde necessariamente autorevolezza quando consente agli elettori di incidere sulla scelta dei propri parlamentari; può, al contrario, rendere più trasparente il rapporto tra consenso, responsabilità e rappresentanza. E una classe dirigente che rivendica il proprio radicamento nella società dovrebbe poter discutere serenamente di strumenti capaci di verificare quel radicamento attraverso il voto.
Del resto, la politica italiana conosce bene il paradosso di organizzazioni che invocano continuamente la partecipazione e poi, al momento di distribuire le candidature più sicure, ritrovano un’improvvisa passione per le decisioni riservate. Le correnti diventano decisive, gli equilibri territoriali vengono negoziati, le fedeltà pesano quanto le competenze e il confronto democratico rischia di arrivare soltanto quando le scelte fondamentali sono già state compiute. Non è una condizione identica in tutti i partiti, né riguarda indistintamente ogni candidatura, ma è una dinamica sufficientemente conosciuta da meritare una discussione pubblica senza ipocrisie.
La prova della coerenza per maggioranza e opposizione
La proposta del Correntone pone innanzitutto una questione al Partito democratico, che dovrà decidere se e come discuterla nelle proprie sedi. Ma potrebbe offrire anche agli altri partiti l’occasione per chiarire quale equilibrio intendano costruire tra responsabilità delle direzioni politiche e autonomia degli elettori. Non occorre immaginare che tutti debbano condividere la stessa soluzione: sarebbe già un passo significativo conoscere le ragioni delle differenti scelte e verificare quali strumenti ciascuna forza politica ritenga più adeguati per garantire una rappresentanza effettiva.
Il centrodestra può spiegare perché considera soddisfacente il compromesso raggiunto con la nuova legge elettorale e quali garanzie ritiene sufficienti per assicurare il peso delle preferenze. Le opposizioni possono indicare quali correttivi intenderebbero introdurre e soprattutto quali regole siano disposte ad adottare autonomamente nella formazione delle proprie liste. La coerenza, in politica, non si misura soltanto nella capacità di contestare le decisioni degli avversari, ma anche nella disponibilità ad applicare a sé stessi i principi che si chiedono agli altri di rispettare.
Ecco perché il confronto non dovrebbe esaurirsi in un’altra stagione di dichiarazioni sulla centralità del cittadino, destinate a lasciare il posto, al momento opportuno, alle trattative sulle candidature. La questione richiede numeri, criteri trasparenti, regole verificabili e soprattutto una risposta sul peso effettivo che le preferenze possono avere nella distribuzione dei seggi. Perché una cosa è consentire all’elettore di scrivere un nome sulla scheda, un’altra è fare in modo che quel nome possa realmente incidere sulla composizione del Parlamento.
La sovranità popolare oltre gli slogan della politica
La crisi della rappresentanza italiana ha radici profonde, che nessuna modifica elettorale può cancellare da sola. La sfiducia nelle istituzioni, l’astensionismo, l’indebolimento dei partiti nei territori e la percezione di una politica distante dai problemi quotidiani non dipendono esclusivamente dalle modalità con cui vengono scelti deputati e senatori. Sarebbe illusorio pensare che basti aumentare il numero delle preferenze per ricostruire automaticamente un rapporto di fiducia compromesso da anni di promesse mancate, trasformazioni sociali e progressiva perdita di credibilità delle organizzazioni politiche.
Ma proprio perché il problema è complesso, ogni occasione di confronto sulla qualità della rappresentanza merita di essere affrontata nel merito. La proposta emersa nel Pd può diventare uno di questi momenti, a condizione che non venga ridotta a un episodio della competizione interna o utilizzata come argomento polemico contro gli avversari. La questione non è stabilire quale partito possa rivendicare per primo la bandiera della democrazia, ma comprendere quanto potere ciascuno sia disposto a condividere con gli elettori.
La Costituzione affida ai cittadini la sovranità e riconosce ai partiti il compito di concorrere democraticamente alla determinazione della politica nazionale. Sono due principi destinati a convivere, non a escludersi. La loro concreta applicazione dipende anche dalla capacità della politica di trovare un equilibrio tra la necessaria funzione delle organizzazioni e il diritto degli elettori a incidere sulla scelta delle persone chiamate a rappresentarli.
La democrazia non si difende soltanto quando si rivendica il consenso ricevuto alle urne. Si rafforza anche quando chi detiene il potere politico accetta di discutere i limiti del proprio potere di scelta. Ed è proprio da questa disponibilità, più che dalle dichiarazioni solenni o dalle contrapposizioni tra schieramenti, che può cominciare una riflessione autentica sul futuro della rappresentanza parlamentare italiana.

