VIDEO | Il leader di Europa Verde interviene sul caso del sindaco di Corigliano Rossano, mentre Antonella Grippo attacca il silenzio pentastellato richiamando il retroscena di LaC. Poi la grande commedia della politica italiana: Toscano contro il prestito dei parlamentari, Calenda contro le Regioni e De Luca che liquida il generale come esponente del «partito dei cazzari»
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La puntata di Perfidia intitolata «Mi scappa la DC» si è aperta con il caso di Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano, e con l’intervento di Angelo Bonelli a sostegno del primo cittadino. Nel corso della trasmissione, Antonella Grippo ha poi contestato al Movimento 5 Stelle il silenzio sulla vicenda. La seconda parte si è concentrata invece sulle alleanze e sui possibili eredi della tradizione democristiana, con gli interventi di Toscano, Calenda e Cateno De Luca.
Prima che il circo delle ambizioni spalancasse il tendone, però, la trasmissione ha affrontato con la necessaria serietà il caso di Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano, coinvolto nell'inchiesta antimafia Ginestra della Dda di Catanzaro, con l'ipotesi accusatoria di scambio elettorale politico-mafioso. Il quadro giudiziario è stato illustrato sulle testate del network dal giornalista di LaC Antonio Alizzi, nel rispetto della presunzione d'innocenza e della distinzione fra contestazioni investigative, decisioni cautelari e responsabilità ancora da accertare.
Giuseppe Graziano, ex consigliere regionale calabrese e già avversario politico di Stasi, ha richiamato un principio che dovrebbe sottrarsi alle oscillazioni della convenienza: «Non si può essere garantista un giorno sì e un giorno no a seconda di chi ci troviamo di fronte». Giancarlo Affatato, esponente di Libertà è Democrazia, ha mantenuto una posizione prudente, mentre Francesco Toscano, giornalista e presidente di Democrazia Sovrana Popolare, ha ricordato i precedenti confronti politici con il sindaco.
Angelo Bonelli, leader di Europa Verde ed esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, ha scelto Perfidia per intervenire pubblicamente per la prima volta sulla vicenda, confermandolo alla domanda di Grippo: «No, assolutamente, è la prima volta che ne parlo». Ha manifestato solidarietà a Stasi, auspicato un rapido chiarimento giudiziario e precisato che il sindaco non è formalmente iscritto né a Europa Verde né a Sinistra Italiana, circostanza che non attenua la vicinanza espressa nei suoi confronti. Bonelli ha richiamato anche le posizioni di Fernando Pignataro e Giuseppe Campana, esponenti dell'area rossoverde calabrese.
Ma il vero affondo politico di Antonella Grippo, in questa prima parte della trasmissione, è stato riservato al Movimento 5 Stelle, investito da una requisitoria che non ha lasciato spazio alle formule di cortesia fra alleati. La conduttrice ha richiamato il retroscena pubblicato dal giornalista Antonio Clausi su LaC News24, secondo il quale, dopo l'operazione della Dda, i vertici pentastellati avrebbero inizialmente voluto l'uscita della consigliera comunale Lidia Sciarrotta dalla maggioranza che sostiene Stasi, prima che un confronto interno, particolarmente acceso in Calabria, portasse a una diversa soluzione, avallata da Giuseppe Conte, presidente del M5S: nessuna presa di posizione contro il sindaco, ma neppure una parola pubblica sulla vicenda.
Una consegna del silenzio, secondo la ricostruzione richiamata da Grippo, che la conduttrice ha riferito di avere ulteriormente riscontrato attraverso proprie fonti e sulla quale ha costruito un attacco frontale, accusando i Cinque Stelle di comportarsi da «reggibreghe delle procure», da «chierichetti delle procure», espressioni con le quali ha denunciato quella che considera l'ipocrisia politica di un movimento pronto a proclamare la propria autonomia, ma rimasto pubblicamente silenzioso davanti alla vicenda giudiziaria di un amministratore con il quale ha condiviso iniziative e rapporti politici.
Nel mirino è finita anche Elisa Scutellà, consigliera regionale del Movimento 5 Stelle, la cui partecipazione in studio era stata annunciata e che era stata regolarmente invitata alla trasmissione. La consigliera non si è presentata, comunicando direttamente ad Antonella Grippo, attraverso un messaggio, di avere la febbre e di essere stata colpita da un virus. La conduttrice, per consentirle comunque di intervenire e chiarire pubblicamente la posizione pentastellata sul caso Stasi, le ha proposto due alternative: un collegamento video da remoto oppure un semplice intervento telefonico. A entrambe le possibilità, secondo quanto riferito da Grippo, non è seguito alcun riscontro. Ed è proprio questa mancata disponibilità al confronto, dopo una partecipazione già preannunciata, che ha alimentato la durissima contestazione della conduttrice, tutt'altro che disposta ad archiviare la vicenda come una banale assenza televisiva.
Il silenzio, quando diventa una linea concordata e mantenuta anche davanti alle domande pubbliche, non equivale necessariamente alla neutralità: può essere esso stesso una scelta politica della quale rendere conto. È questo il nodo sollevato da Grippo, che ha contestato ai Cinque Stelle non una responsabilità giudiziaria, ma la decisione di sottrarsi a una presa di posizione pubblica sul caso di un amministratore con il quale hanno condiviso un percorso politico. Una contestazione tanto più netta perché accompagnata dal retroscena di Antonio Clausi e dalle ulteriori conferme che la conduttrice afferma di avere raccolto personalmente.
Il conclave degli aspiranti eredi e il Parlamento trasformato in banco dei pegni
Chiusa la parentesi giudiziaria, è cominciata la grande adunata degli orfani della balena bianca, una processione di centristi, civici, moderati, autonomisti e indipendenti che, se fossero davvero tutti indipendenti come dichiarano, avrebbero bisogno di un'apposita autorità nazionale per coordinare l'indipendenza collettiva.
Il primo sacramento controverso è stato quello dei parlamentari in prestito, preziose figure capaci, in determinate condizioni previste dalle regole elettorali, di agevolare la presentazione di liste altrui: un istituto politico che, nelle mani dei protagonisti di Perfidia, ha assunto le sembianze di un mercato medievale delle indulgenze, dove non si acquistano assoluzioni per l'aldilà ma lasciapassare per la prossima legislatura.
Toscano ha denunciato un «meccanismo corruttivo» e una «corruzione morale», valutazioni politiche e non accertamenti di reati, trovando la replica di Davide Varì, giornalista e direttore del quotidiano Il Dubbio, che ha distinto le trattative parlamentari dagli illeciti penali. Il primo sembrava intenzionato a convocare il tribunale dell'integrità repubblicana; il secondo gli ricordava che, prima di pronunciare la condanna, bisognerebbe almeno trovare una norma violata. Bonelli ha parlato di «mercato di parlamentari», Graziano ha richiamato il funzionamento delle regole elettorali e Affatato il ruolo delle formazioni minori, mentre Toscano ha riservato ulteriori critiche all'ex alleato Marco Rizzo, contestandone scelte e collocazione politica.
La scena aveva una sua solennità grottesca: partiti che rivendicano l'assoluta purezza della propria identità discutono di come ottenere il contributo di rappresentanti eletti con altri simboli, mentre il Parlamento si trasforma idealmente in una gigantesca sagrestia elettorale, dove ciascuno cerca il santo protettore capace di aprirgli le porte della competizione.
Carlo Calenda, segretario di Azione, è entrato nell'arena con la consueta vocazione a distribuire sentenze politiche senza preoccuparsi troppo di raccogliere consensi fra i destinatari. Roberto Vannacci, generale ed esponente di Futuro Nazionale, è stato retrocesso verbalmente a «caporale maggiore», con ulteriori critiche alle sue posizioni sulla Russia; Giuseppe Conte è stato indicato come un ostacolo alla leadership di Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, mentre Matteo Renzi, leader di Italia Viva, è stato criticato per la vicinanza al presidente pentastellato.
Ma il vero editto calendesco è arrivato sulle autonomie territoriali: «Le regioni sono la più grande iattura del Mezzogiorno d'Italia», ha dichiarato, sostenendo la necessità di riportare allo Stato competenze strategiche come sanità e infrastrutture.
Così, nel medesimo conclave che celebra il municipalismo e le autonomie, Calenda si è presentato con il progetto di ridimensionare i poteri regionali, come un restauratore dell'autorità imperiale capitato per errore a un congresso di feudatari, ciascuno deciso a difendere il proprio castello e, possibilmente, a ottenere finanziamenti per restaurarne il fossato.
Bonelli ha intanto riferito degli incontri con Schlein e Conte, indicando un percorso programmatico comune, una manifestazione a dicembre contro le disuguaglianze e la manovra economica e l'obiettivo delle primarie entro febbraio: un calendario politico ordinato, quasi rassicurante, sul quale sarebbe successivamente piombato Cateno De Luca con la delicatezza di un becchino convocato alla festa di fidanzamento.
Le immagini della protesta degli autotrasportatori davanti a Montecitorio, con la contestazione che ha coinvolto Nicola Irto, senatore del Pd, hanno riportato la discussione al carovita, al costo del carburante e alle difficoltà delle imprese. Graziano e Affatato hanno richiamato l'insufficienza delle risposte economiche, mentre Varì ha sottolineato la crisi dei partiti e delle organizzazioni di categoria come strumenti di mediazione sociale.
Fuori dai palazzi c'erano lavoratori che chiedevano risposte; dentro, una moltitudine di aspiranti interpreti della volontà popolare impegnati a discutere di sigle, leadership e apparentamenti. Il Paese domandava come arrivare alla fine del mese, la politica continuava a interrogarsi su chi dovesse arrivare per primo alla fine della legislatura.
De Luca, il cavaliere dei municipi che seppellisce il campo largo e degrada il generale
Poi è comparso Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, e il torneo dei pretendenti al centro si è trasformato in un poema cavalleresco nel quale il condottiero siciliano ha esibito le proprie conquiste, denunciato gli amanti clandestini, rivendicato il rispetto dei sovrani e distribuito scomuniche con l'energia di un pontefice guerriero.
Antonella Grippo lo ha accolto evocando l'«amore clandestino» del centrosinistra, e Cateno De Luca ha raccontato di essere stato corteggiato da esponenti del campo progressista interessati ai suoi voti, ma assai meno entusiasti di riconoscergli apertamente un ruolo politico.
«Quando non si ha il coraggio di fare le cose alla luce del sole [...] le proposte diventano poi queste: farti entrare dalla finestra in una coalizione che già ha le sue contraddizioni», ha spiegato, prima di pronunciare l'epitaffio destinato agli annali della diplomazia progressista: «Continuando così, da campo largo si trasformerà in camposanto».
Schlein e Conte ancora discutono di programmi e primarie; De Luca ha già prenotato il servizio funebre, scelto la lapide e affidato ai superstiti il compito di dividersi l'eredità.
Il leader siciliano ha quindi rivendicato la propria intesa con il centrodestra e il riconoscimento dell'autonomia da parte di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, e Ignazio La Russa, presidente del Senato, al quale ha attribuito queste parole: «Chi conosce bene Cateno De Luca sa che nessuno gli può imporre qualcosa, se decide è perché ne è convinto».
Un attestato d'indipendenza rilasciato direttamente dal vertice della maggioranza: nella politica italiana, evidentemente, perfino l'autonomia può essere certificata dall'autorità competente.
Ma il momento più gustosamente feroce è arrivato quando Grippo ha evocato Vannacci, già ridimensionato da Calenda e ora consegnato al giudizio di un uomo che non gli ha riconosciuto neppure la patente di amministratore condominiale.
«Con tutto il rispetto, non offendermi, perché Vannacci rappresenta il partito dei cazzari», ha scandito De Luca, congedando il generale senza fanfara, picchetto d'onore né possibilità di appello.
«L'Italia è fatta da ottomila palazzi municipali», ha aggiunto, contrapponendo il proprio «partito dei sindaci, del pragmatismo» a chi, secondo lui, cercherebbe di «raccattare qualche voto» senza aver mai amministrato neppure un condominio.
Il generale, abituato alle grandi manovre, è stato così idealmente spedito al corso base per assessori ai lavori pubblici, dove l'assalto al sistema si misura con la riparazione delle buche e le campagne di conquista terminano davanti al bilancio comunale: un destino assai meno glorioso delle battaglie ideologiche, ma certamente più vicino alla vita quotidiana degli ottomila municipi evocati dal leader siciliano.
Nel mirino è finito anche Alessandro Onorato, assessore di Roma Capitale e promotore di Progetto Civico, al quale De Luca ha opposto la propria anzianità di servizio nella galassia civica, ricordando Sicilia Vera, fondata nel 2007, e Sud chiama Nord, nato nel 2022. Una contesa sulla primogenitura nella quale ciascuno rivendica di aver inventato il civismo prima degli altri, quasi si trattasse di una scoperta scientifica brevettabile, anziché di una formula politica utilizzata da generazioni di amministratori.
Grippo ha annunciato che Onorato sarà ospite della prossima puntata, offrendo al destinatario delle provocazioni la possibilità di replicare, perché nel suo teatro le controversie non vengono archiviate: si conservano in attesa del successivo duello.
Infine, De Luca ha aperto il proprio libro genealogico: «Io esco da una scuola democristiana ben precisa», ha dichiarato, richiamando la tradizione di don Luigi Sturzo e precisando che «non tutti i cattolici sono preti», perché «il comportamento e l'ispirazione è una cosa, l'organizzazione partito è un'altra».
Il concilio si è così concluso con una lezione di teologia centrista: si può essere democristiani senza la DC, civici senza rinunciare alle alleanze, indipendenti con un accordo politico e custodi della tradizione senza voler ricostruire l'antica casa comune.
Toscano ha completato il quadro ingaggiando con De Luca una disputa sulle rispettive dimensioni elettorali, fra «atomi» e «semi-atomi», trascinando il confronto nella fisica delle particelle, dove ogni formazione rivendica una massa critica sufficiente a spostare gli equilibri nazionali, anche quando per individuarla occorrerebbe un acceleratore del CERN.
La puntata ha messo a nudo il paradosso dei tanti eredi della Democrazia cristiana: tutti ne rivendicano la tradizione, ma il centro che aspirano a ricostruire resta diviso fra sigle, leadership concorrenti e ambizioni personali. La vecchia DC aveva fatto della mediazione la propria forza; oggi, di quella capacità di tenere insieme mondi diversi, si intravede soprattutto la nostalgia.
La perfidia più grande, alla fine, è che tutti vogliono ereditare la Democrazia cristiana, ma nessuno sembra disposto a ereditare anche la fatica di tenere insieme una comunità politica.
La balena bianca non è risorta. Continua soltanto a essere sezionata da un esercito di pretendenti che, mentre si contende le spoglie del passato, promette solennemente di rappresentare il futuro.
Guarda la puntata “Mi scappa la DC” di Perfidia su LaC Play.


