“Puttane e sciacalli” non basta, è arrivato il momento di osare di più

LA RIFLESSIONE | La reazione dei Cinquestelle all’assoluzione della sindaca Raggi può offrire l’occasione per identificarsi definitivamente con la pancia e gli sfinteri del popolo

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di Enrico De Girolamo
12 novembre 2018
22:53

Questo articolo è pieno di parolacce. Chi non sopporta il turpiloquio, chi è legittimamente infastidito dalla trivialità, farebbe bene a non continuare a leggere. Ma non c’è altro modo che usare un linguaggio volgare per esporre un concetto che parte da quei «giornalisti puttane» di Alessandro Di Battista, leader di riserva del Movimento cinque stelle, che sta vivendo il suo anno sabbatico in Guatemala. Da qui, dal cuore del Centro America, continua a commentare ciò che accade in Patria, affidando ai social il suo pensiero. E il suo ultimo pensiero si è espresso chiamando appunto puttane i giornalisti italiani colpevoli a suo dire di aver fatto marchette raccontando le vicende giudiziarie della sindaca di Roma Virginia Raggi, accusata da una Procura italiana di falso e poi assolta. Buon per lei e per l’onore delle istituzioni, purtroppo non è stata l’unica a finire nel tritacarne dei media. È successo, ad esempio, anche al padre di Renzi, la cui posizione è stata recentemente archiviata senza che si alzasse un solo “ops, ci siamo sbagliati” da parte di chi l’ha usato come un grimaldello per delegittimare il figlio, che era comunque in grado di distruggersi da solo come ha ampiamente dimostrato.

 


Eppure il proscioglimento della Raggi ha scatenato la reazione scomposta di Luigi Di Maio («I giornalisti? Infimi sciacalli») e soprattutto di Di Battista, che è ricorso al delicatissimo parallelismo con chi la dà per soldi.
Potrebbero anche avere ragione, ma non è questo che interessa evidenziare qui e ora. Piuttosto, visto che nessuno tra i Cinquestelle ha criticato il ricorso a un linguaggio - diciamo così schietto - è forse arrivato il momento che i grillini, tutti i grillini, rompano definitivamente gli argini aprendo le cataratte della sincerità linguistica in ogni occasione istituzionale. Perché continuare ad assumere posticci atteggiamenti formali, inutili orpelli di buona educazione? Perché negare quest’ultimo, decisivo passo verso l’identificazione con la pancia e gli sfinteri del popolo? Basta ipocrisie, si adotti lo stesso approccio in ogni occasione e verso ogni interlocutore.

 

Così, ad esempio, il confronto con l’Europa sarebbe molto più aderente alle loro intenzioni se i giornali potessero riportare dichiarazioni veraci e fare titoli del tipo: «Il Governo manda a fanculo la Ue». Oppure: «Junker è uno stronzo, si faccia i cazzi suoi». E ancora: «Torino vuole la Tav ma noi rispondiamo: Sticazzi!».
Perché poi continuare a mantenere quell’insopportabile aplomb istituzionale quando si interviene in Parlamento o si va al Quirinale? Come sarebbe più coerente poter dire chiaro e tondo agli esponenti dell’opposizione che sono dei luridi merdosi o ridere in faccia al Presidente della Repubblica: «Ti sei messo paura per l’impeachment, eh?».
Non è giusto che questo afflato di verità venga riservato solo ai giornalisti. Si abbia il coraggio di fare il grande salto, di elevare definitivamente il Bar dello sport a segreteria, la bettola a laboratorio politico. Si assecondi una volta per tutte l’invettiva becera, si porti a paradigma unico del movimento Paola Taverna, che su questo fronte ha già fatto scuola.
D’altronde tutto è iniziato con un Vaffaday, ricordate? Quindi si tratta solo di rompere l’ultimo diaframma di conformismo. Su, e che cazzo!

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