Quello scandaloso applauso del Consiglio a Tallini: la casta che difende se stessa

Durissimo il segretario regionale della Cgil Angelo Sposato: «Invece di batterle quelle mani avrebbero dovuto alzarle in alto ed uscire dal Consiglio regionale. Vergogna!»

di Ric. Trip.
31 dicembre 2020
14:26

«Invece di batterle quelle mani avrebbero dovuto alzarle in alto ed uscire dal Consiglio regionale. La Calabria non merita tutto questo. Vergogna!»

Il segretario regionale della Cgil Angelo Sposato non usa mezze misure per descrivere, tramite un post su facebook, quanto avvenuto in occasione del rientro di Domenico Tallini in Consiglio regionale.


L’ex presidente di palazzo Campanella, dopo aver vista revocata la misura cautelare degli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta “Farmabusiness” con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso, ha legittimamente potuto riprendere il proprio posto tra gli scranni del Consiglio regionale.

Chiamato in Aula dal suo successore e compagno di partito Giovanni Arruzzolo è stato accolto dagli applausi dei colleghi. Un gesto eclatante di cui non si sentiva la necessità in quanto è sembrato un modo per la casta di difendere se stessa e blindarsi dentro i palazzi.

E se è vero che il processo dovrà fare il suo corso e che Tallini si dice certo di poter dimostrare la propria innocenza, è anche vero che palazzo Campanella si è dimostrato negli anni troppo permeabile rispetto agli appetiti e agli interesse della criminalità organizzata. Prima di Tallini anche un altro consigliere di centrodestra, Domenico Creazzo, era finito agli arresti. Ed ogni legislatura è stata sempre falcidiata da operazioni delle varie Procure che hanno smascherato troppe volto rapporti illegali tra la politica e i clan.

Forse affrontare un dibattito sulla questione morale sarebbe stato più opportuno, magari anche facendo valere le ragioni di una politica rispetto ad alcune dinamiche giudiziarie spesso rivelatesi troppo frettolose specie nella fase delle indagini preliminari, ma non certo quello di autoassolversi con un applauso tra sodali.

L’immagine della Calabria, già compromessa dopo gli ultimi anni di cattiva gestione della res publica, non aveva certo di un altro spot che gonfiasse ancora le vele del populismo e della demagogia restituendo ancora una volta l’istantanea di un palazzo di privilegi che pensa solo a salvare se stesso. Così come dimostra, ad esempio, anche il dibattito sulla data delle elezioni che nulla ha a che fare con i dati epidemiologici o con la sicurezza degli elettori, ma guarda solo agli interessi di partito.

Giornalista
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