Regione, nell’Udc botte da ‘urbi et orbi’. Talarico isolato e Paris verso il gruppo misto

Cesa avrebbe garantito che il segretario regionale non sarebbe stato assessore e la presidenza di una commissione al consigliere Paris. Tutte promesse non mantenute che rischiano di frantumare il partito

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di Alessia Bausone
10 giugno 2020
08:33
Franco Talarico e Nicola Paris
Franco Talarico e Nicola Paris

«L'Udc è morto, è stata una storia bella, ma è finita. Inutile accanirsi»tuonava Pierferdinando Casini nel 2013 dopo la debacle elettorale alle elezioni politiche e prima di ufficializzare il suo feeling per Matteo Renzi.

Un’uscita quasi profetica per i nostalgici della balena bianca dato che alle successive politiche del 2018 (sotto l’insigne di ‘Noi con l’Italia’) ottenero men che meno l’1,3% alla Camera e l’1,2% al Senato.

Ma, si sà, in Calabria i partiti politici bolliti sul piano nazionale vivono uno stato di “rigor mortis” che ne prolunga l’esistenza, basti pensare al Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, partito sciolto formalmente nel dicembre 2017, ma sopravvissuto come gruppo in consiglio regionale fino allo scorso gennaio.

Rediviva è anche l’Udc che al seguito di Jole Santelli alle ultime regionali ha ottenuto l’6,8% (con un picco dell’11,15% nella circoscrizione di Reggio Calabria).

Una vittoria soltanto apparente, fanno notare gli scontenti dell’ambiente, dato che la composizione delle liste ha penalizzato i candidati, militanti storici del partito, come Saverio Russo di Nocera Terinese, Giancarlo Tiani di Soverato.

Una penalizzazione derivante dall’aver candidato transfughi come Mario Magno vice coordinatore della provincia di Catanzaro per Forza Italia fino al luglio 2018 e l’ex PD Tonino Scalzo, inserito all’ultimo minuto a causa del veto posto su di lui da Giorgia Meloni.

E pensare che nell’Udc doveva essere candidato anche Filippo Mancuso, tant’è che, a tal fine, sei mesi prima delle elezioni regionali si era creato un tavolo politico, inaugurato con un primo incontro al Grand Hotel Lamezia, tra Lorenzo Cesa (e con lui Franco Talarico, Ottavio Bruni, Gino Trematerra e Marco Martino) e Sergio Abramo, che poi preferì il ‘porto sicuro’ della Lega.

«La scelta di candidare transfughi nelle nostre liste è stata dettata dall’impossibilità da parte di Franco Talarico di creare una condizione di forza politica per l’Udc che rischiava di non raggiungere il quorum a tre giorni dal deposito delle liste. Gli stessi consiglieri regionali eletti: Giuseppe Graziano e Nicola Paris, vengono da esperienze politiche diverse dalla militanza nel partito dello scudocrociato» commenta un ‘insider’.

Infatti, le crepe nell’Udc si sono allargate nel post-elezioni, in pieno lockdown, e a seguito della nomina ad assessore al bilancio della giunta Santelli proprio di Franco Talarico, segretario regionale che, però, scelse di non candidarsi. L’Udc, però, nella sua circoscrizione, quella dell’area centrale della Calabria, prese il 4,4%, il risultato peggiore della Regione.

Eppure, sussurrano sempre negli ambienti, il segretario nazionale Lorenzo Cesa aveva garantito a più riprese a candidati e dirigenti che Talarico non sarebbe stato assessore, per questo la sua nomina “imposta dall’alto”, è stata contrastata apertamente dai consiglieri eletti e da gran parte dei dirigenti regionali. Si dice che Cesa avesse, invece, promesso l’assessorato all’allora coordinatore nazionale dei giovani Udc e Sindaco di Capistrano Marco Martino (poi, invece, defenestrato dal Partito, nonostante nelle sue zone l’Udc avesse raggiunto negli anni le percentuali più alte d’Italia)  e ad almeno altre 8 persone.

Le promesse di Cesa non finiscono qui. Pare che al consigliere Nicola Paris abbia garantito la presidenza di una commissione consiliare. Ma, ora, con l’Udc in preda a defezioni e debole sul piano delle trattative rispetto agli appetiti di Lega e Fdi, rischia di rimanere a bocca asciutta insieme ai colleghi della Casa delle libertà. Ecco perchè il consigliere reggino da un lato ha cavalcato lo scandalo della legge sui vitalizi per chiedere le dimissioni del suo capogruppo di Giuseppe Graziano e, dall’altro, se l’agognata poltrona non dovesse arrivare, è pronto a transitare nel gruppo misto guidato da quel Francesco Pitaro che, ironia della sorte, è l’avvocato difensore dell’imprenditore lametino che denunciò pubblicamente Franco Talarico alle Iene nel 2014 per alcune cene elettorali non pagate.

Giornalista
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