Zingaretti, dimissioni strategiche dal Pd: così costringe alla conta interna per isolare i nemici

Il segretario nell'angolo anche a causa dei numerosi errori degli ultimi tempi. Ora cerca di stanare soprattutto Franceschini costringendolo a schierarsi apertamente, mentre in Calabria in caso di cambio al vertice e con il rinvio delle regionali a ottobre non si può escludere che la candidatura di Irto non torni in discussione

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di Riccardo Tripepi
4 marzo 2021
19:10
Nicola Zingaretti
Nicola Zingaretti

Altro che Sor Tentenna. Stavolta Nicola Zingaretti prende tutti in contropiede, o almeno ci prova, e annuncia le sue dimissioni dalla carica di segretario nazionale del Pd. Lo fa tramite facebook con un lungo post tra le cui righe trapela il senso della mossa politica.

Il segretario in pratica, criticando il partito che parla di primarie e poltrone in un momento così delicato della storia del Paese con la terza ondata della pandemia praticamente alle porte, prova a levarsi dall’angolo. E fa un riferimento implicito alla situazione che ha portato al rinvio delle elezioni ad ottobre e sicuramente non consentire l’apertura di una fase congressuale del partito, così come avrebbe voluto Base Riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti.


Zingaretti, inoltre, annuncia che formalizzerà le sue dimissioni nei prossimi giorni alla presidenza dell’Assemblea nazionale che è prevista per il 13 e 14 marzo «che farà le scelte più opportune e utili».

Insomma, l’intenzione neanche velata è quella di bloccare l’azione di logoramento interna messa in atto dalle varie correnti (Base Riformista e la sinistra di Orfini su tutte) e dai tanti delusi per la gestione del partito durante il Conte bis e anche durante la formazione del governo Draghi. Sia per quel che attiene la partita dei sottosegretari, giudicata appena sufficiente, ma soprattutto per le nomine del nuovo commissario per l’emergenza Figliuolo, del delegato ai servizi Gabrielli e di Curcio alla Protezione civile sulle quali il Pd non è riuscito a toccare la palla, nonostante la vicinanza agli uomini, lasciando che gli altri partiti e soprattutto Matteo Salvini si prendessero ogni merito.

Infine, il segretario è finito nel tritacarne mediatico e politico per le uscite, francamente incomprensibili, a sostegno di Barbara D’Urso trasformata in una sorta di eroina immaginata solo dalla mente del segretario.

E poi le difficoltà nel rapporto con il M5S a livello nazionale e anche in Regione Lazio, le incertezza sulla riforma della legge elettorale e soprattutto il crollo nei sondaggi. Gli ultimi di Swg danno i grillini al 22% con una guida affidata a Giuseppe Conte e il Pd che crolla al 14% superato anche da Fdi di Giorgia Meloni.

Unico modo per uscire dall’angolo, secondo tattica consolidata, farsi da parte per rilanciarsi. Dimissionario in Assemblea Zingaretti chiama i suoi a una conta interna per capire su chi davvero è disposto ad appoggiarlo. I dubbi sono, per esempio, sull’area di Franceschini che fin qui ha garantito l’appoggio, ma ultimamente sembra più distante.

Le dimissioni mettono in subbuglio il partito a tutti i livelli e si aspetta l’Assemblea per capire il da farsi. Intanto per verificare se si proseguirà con la segreteria Zingaretti o se si deciderà di percorrere altre strade. Tra gli sfidanti scalda i motori anche il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, ma senza un congresso un cambio di mano pare improbabile. E in Calabria con il rinvio delle elezioni a ottobre, in caso di dimissioni effettive e cambio al vertice, non si può escludere che ritorni in discussione anche la candidatura di Nicola Irto che il Pd aveva formalizzato qualche giorno fa con la benedizione del segretario nazionale.

Giornalista
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