Una femmina come… esca: l’antica tecnica calabrese di pesca alla seppia

Tra febbraio e marzo questi cefalopodi si avvicinano alla riva per riprodursi: l’occasione che molti pescatori attendono. Il successo della battuta è spesso festeggiato con un piatto da re: gli spaghetti al nero di seppia. Ecco una poesia per celebrarli

di Rocco Greco
20 aprile 2020
19:36
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Seppie in amore
Seppie in amore

È inutile negare che in questo periodo di quarantena tutti noi abbiamo riscoperto il piacere della cucina. Il fatto che gli esperti ci indichino pure una dieta del buon umore, che ci sostenga contro l’ansia e lo stress, allentando un po’ la tensione di questi giorni di forzato isolamento, non può che rallegrarci. Gli alimenti che ci suggeriscono di considerare, naturalmente senza eccedere con le quantità, sono: i carboidrati, la cioccolata, le banane. Ma anche le arachidi, i cibi piccanti e i formaggi.
Perciò, continuando con la cucina tradizionale della nostra regione, questa volta andiamo su una pietanza di mare: un bel piatto di pasta con la seppia, la mia preferita in assoluto.

 

“A frevàru ‘a sìccia ò fragu!”, recita un antico adagio. A febbraio la seppia viene a riva per deporre le uova, ed è all’ora che Sarbatùri u Palèja andava cu’ a sìccia fìmmana.
Quando Sarbatùri andava a pescare cu’ a sìccia fìmmana, la moglie, donna Tresìna, seppia non ne mangiava. La cucinava per il marito e per i figli, ma lei non la provava neanche s’era duci ‘i sali. Donna Tresìna credeva che facesse peccato ad approfittare dell’atto voluto dal Signore affinché le Sue creature potessero concepire e in sua coscienza tale peccato si rifiutava di commetterlo. Quando invece il marito le pescava con la rete, essendo uno dei suoi piatti preferiti, di pasta cu’ ‘a sìccia ne mangiava a scattapanza, non mancando mai di aggiustarla con un bel ciarasèju a cornìcchju, di quelli che scendono le lacrime solo ad annusarli.

 

A Pizzo, ma non solo, un tipo di pesca per catturare le seppie, usata dai vecchi pescatori nei mesi tra febbraio e marzo e oggi raramente praticata, era quella di utilizzare la seppia femmina come esca: “cu’ ‘a sìccia fìmmana”! Ammagliata tra le reti e identificata femmina per il colore uniforme delle pinne, mentre il maschio presenta un sottile contorno bianco, si praticava un foro nella parte finale dell’osso nel retro del mollusco e da qui si legava con il filo di nylon (filu ‘i Spagna). Attaccata al filo lasco circa un metro e mezzo, si lasciava in acqua mentre la barca andava lenta in un tratto di mare tra la scogliera e il largo. Se vi erano dei maschi, attratti dalla femmina nel periodo fecondo, si attaccavano in un abbraccio amoroso. Così attaccati, con un retino si issavano entrambi a bordo, si staccava il maschio, lo si metteva in un secchio e si ributtava in acqua la femmina per una nuova pescata. Una seppia femmina poteva pescare anche trenta, quaranta maschi!
Pasta cu’ ‘a sìccia! Come oramai è nostra consuetudine, andiamo a leggerla nella composizione in vernacolo che segue.

 

Pasta cu' 'a siccia!

(di Rocco Greco)

Nda cassalòra ‘nu spicchju di agghju
Nda l’ogghju caddu, quandu mu russìja,
Tagghjàta a pezzi ‘a sìccia havi u stranghìja;
Dui pumadori poi, belli maturi.
Comu vu cundu sendu già u sapùri
E ‘a ddùru ‘i mari chi sbatti nde scogghj!

 

Jettàti u niru a menza cottura
Dassàti duci duci mu pippìja,
‘Nu menzu ciarasèju e quandu è l’ura
Spaghetti o linguini, a propriu gustu,
S’è fatta bona, sì, t’allicchi u mussu,
‘A casa para para havi m’addùra!

 

Pasta cu’ ‘a siccia, oh Dio chi cosa fina,
T’a mangi chi vorrìssi mai mu fini,
Lendu assapùri u gusto soi decìsu
Ti ‘mbàrzimi, ti sendi ‘mbaradìsu,
Ti fa parràri cu’ l’angeli e i sandi,
Quandu t’addùni, … u piattu è già vacandi!

 

Stranghìja = soffrigge;
Pippìja = a fuoco lento;
T’addùni = te ne accorgi.

Giornalista
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