Cartoline da Pizzo: un racconto d'amore, amicizia e tradimento

Una storia di sentimenti e tradimenti tra giovani coppie. Sullo sfondo, la Calabria di qualche anno fa, animata da gente semplice, uomini di mare, giovani con la valigia in mano. Vite fatte di consuetudini popolari e famiglie tradizionali

di Rocco Greco
2 marzo 2020
21:56
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Gaetano ha una piccola officina-bottega su corso San Francesco, poco più di un bugigattolo. Aggiusta e vende biciclette e motorini. Per la verità, le vendite delle due ruote sono alquanto minime e le entrate, più che altro, sono rappresentate dalle sole riparazioni. È sposato con Annina, una giovane donna di Vallelonga conosciuta alla festa da’ Mbonzerràta, quando giovanotto ‘i primu pilu insieme ad altri due o tre cumbàgni, a bordo delle loro motociclette, le feste di paese se le giravano tutte. Lei, in compagnia di alcune amiche, è ferma accanto ai testi e alle pignate di Gerocarne sciambràti a terra, e lui, vedendola per la prima volta in quell’istante, fresca come un bocciolo di rosa e leggera come una farfalla nel suo vestitino bianco a giromanica, le compra un vaso smaltato, uno di quelli lucidi dalle tinte giallo-rossicce con i manici intrecciati, e senza aprire bocca glielo porge. 

 

È per entrambi amore a prima vista. Per un anno e più, tutte le domeniche e le feste comandate, col sole e con la pioggia, col vento e con la neve, per raggiungere l’amata, Gaetano, con la sua Cimatti rossa s’inerpica su per i tornanti della Statale che dal bivio Angitola sale verso le Serre. Quantunque entrambi scoraggiati dai propri genitori, perché troppo giovani e, soprattutto, con mezzi insufficienti per affrontare il matrimonio, i due innamorati decidono che non possono attendere oltre e che è giunto il momento di coronare il loro sogno d’amore. Così, firmando cambiali su cambiali vanno in affitto, due stanze e uno stretto sgabuzzino per bagno, questo con i soli indispensabili fontana con vasca in pietra e gabinetto. Dalla camera da letto, però, gli innamorati godono della vista del golfo di Sant'Eufemia.

 

L’alcova, per i due piccioncini è una reggia che dalla sottostante cala della Seggiola tocca l’orizzonte e abbraccia in un tutt’uno cielo e mare, testimoni del loro insaziabile amarsi. La passione travolgente di cui sono scanditi quei primi anni li fa vivere come rinchiusi in una sfera di cristallo, in perenne beatitudine. Poi, a seguire, nel breve giro di un quinquennio, hanno tre figli. L’attività lavorativa di lui non è propriamente prospera e la famiglia risente tanto dei problemi causati dalle crescenti ristrettezze economiche. I malumori e le incomprensioni, determinati dai bisogni stemperano sempre più il loro legame e quel travolgente sentimento, che li ha nutriti e li ha indotti ad essere così precipitosi nel convogliare a nozze, gradualmente finisce per scivolare sempre più verso quell’apatia dei sensi e far venir meno quella essenziale complicità vitali ad ogni coppia. I problemi si sommano e diventano sempre più motivo di litigio. 

 

Il mondo che prima appariva di zucchero e cannella, pian piano muta. La reggia si palesa per quella che è, una misera abitazione dove debbono convivere cinque anime.I malumori e le incomprensioni diventano sempre più accesi. Senonché, in quel clima d’inquietudine, accade ciò che non sarebbe mai dovuto accadere. Proprio di fronte alla bottega di Gaetano, in un’abitazione al primo piano, va a vivere una giovane coppia con un figlioletto all’incirca di quattro anni. Il marito della coppia, che di lavoro fa il marittimo, imbarcato su navi da carico, lascia la famiglia per lunghi periodi dell’anno. Luisella, la giovane sposa, è quel che si definisce un pezzo di donna: alta, bene impostata, dagli occhi grandi e scuri come due olive nere, dal facile riso trillante ed il vezzo di canterellare quasi a giornata che anche quando non la si vede affacciata al balcone la si può ascoltare in tutta la sua calda e suadente voce. Gaetano rimane presto stregato da quella creatura, che sembra messa lì apposta per ammaliarlo e che tanto lo tormenta che finisce per fargli perdere la testa. 

 

Quando, però, medita di passare alle vie di fatto, avendo già in mente come e quando sarebbe dovuto accadere ciò che più di qualsiasi altra cosa al mondo desidera che accada, il marito di lei, Gerardo, terminato il periodo previsto a bordo della nave, sbarca. Con questi presente, il proposito fatto va a monte e nulla per il momento può più accadere. Intanto, stando uno di fronte all’altro, come è naturale che accadesse, si allacciano rapporti di amicizia tra chi insidia, Gaetano, e chi invece è insidiato, il marito di lei. Spesso i due chiacchierano, l’uno dal balcone e l’altro sulla porta della propria bottega a sostituire pneumatici e a riparare camere d’aria e cerchioni di biciclette e motorini, magari con lei presente, intenta a stendere i panni ad asciugare. E non è neanche raro che nel primo pomeriggio Luisella prepari il caffè e Gerardo scenda a portarlo a Gaetano. In quella tazza di caffè - caldo, scuro, dolce e cremoso - Gaetano vi trova tutta la natura di colei che l’ha preparato, rendendogliela ancora più desiderabile.

 

Terminato il riposo a terra, per Gerardo arriva il momento della ripartenza. Per Gaetano, invece, riprende il tormento dei sensi. Gerardo, prima di partire, compera da Gaetano un triciclo per il bambino. Triciclo, che risulterà essere un elemento importante ai fini della storia, poiché fornirà a Gaetano l’occasione propizia che tanto agognava. Destino vuole, infatti, che una ruota del giocattolo si blocchi e quando Luisella lo porta in bottega per farlo aggiustare, Gaetano la tira dentro e, stretta tra la parete e la porta, la bacia con tanta veemenza e passione che lei non ha neanche il tempo e la maniera di una benché minima reazione. Quello slancio, così intenso ed appassionato; l’ardore che egli le trasmette fa precipitare anche Luisella nel vortice della passione. I due intrecciano una relazione. 

 

Appena può, approfittando dell’assenza del bambino che è all’asilo dalle suore, con la scusa che va a Vibo per rifornirsi di pezzi di ricambio, Gaetano, chiude la bottega e guardingo e rapido come un gatto attraversa la strada e sale da lei: sono momenti di autentica bramosia. Gaetano, a motivo di quel rapporto così voluttuoso, quanto prima era sfiduciato e privo di entusiasmo, tanto ora è vivo, pieno di vigore ed inebriato dalla vita. Vedere Luisella affacciata al balcone o udirla canticchiare, mentre ripara motorini e biciclette, lo fa sentire al settimo cielo: ha ritrovato l’ardore perduto. La storia con Luisella, però, non è destinata a durare a lungo. Se da un lato per Gaetano questo è un momento di relativa felicità, che gli fa dimenticare i problemi che l’assillano, da un altro le cose si complicano ancora di più.

 

Annina, la moglie, rimane incinta per la quarta volta ed il lavoro stenta sempre di più. La bottega è troppo piccola per tenere testa alla concorrenza e spesso per poter lavorare è costretto a fare cridènza. A recuperare il dovuto, quando non ci rimette, lo fa a spizzichi e bocconi. I debiti lievitano sempre di più e cambiare qualche camera d’aria al giorno non gli consente di mandare avanti la famiglia. Perciò, obbligato dalla necessità, di comune accordo con la moglie, matura la decisione che l’unica soluzione è quella di mettere in ordine il Libretto di Navigazione, cacciàtu come tutti a sedici anni e tenuto in un cassetto come ultima eventualità, e prendere anch’egli la via del mare, come la maggior parte dei suoi amici d’infanzia e conoscenti. Saluta la moglie, incinta di quattro mesi, ed i figli e, soprattutto, saluta Luisella alla quale fa promettere, anzi giurare, di scrivergli lettere di passione, in modo che il periodo di lontananza possa trascorrere per lui il più velocemente possibile. E Luisella non manca di fargli giungere innamorate lettere, cariche di ardore, rendendogli così il distacco meno doloroso. 

 

Per Gaetano quella corrispondenza è la cosa che più lo gratifica, facendogli superare ogni discussione, diverbio e malumore che la vita di bordo procura, specie ad uno come lui, con il suo temperamento, che non è propriamente quel che si dice un lupo di mare o, meglio, un topo di nave, come egli indica quegli uomini che, assuefatti sin dai sedici anni a quella realtà, contagiati dalla cosiddetta malattia del ferro, si trovano a proprio agio più a bordo di un mercantile che a terra nelle proprie case tra i familiari. E quelle lettere, Gaetano, che legge e rilegge di continuo, le custodisce gelosamente, tenute assieme da una fettuccia di colore rosso a formare un pacchetto, in un angolo della valigia che tiene sotto la propria branda nella cuccetta che occupa insieme ad altri tre. Otto mesi sono passati, un’eternità, e finalmente anche per lui arriva il tanto sospirato momento di sbarcare. Arrivato a casa trova la famiglia cresciuta: Annina nel frattempo ha messo al mondo un’altra bambina che ha già tre mesi.

 

Economicamente le cose le ha messe a posto, i debiti sono stati tutti saldati. La paga da marittimo è almeno il doppio di quella di un operaio a terra, per cui da quel lato per un po’ può stare sereno. Passati i primi giorni, e con essi l’entusiasmo per il ritorno a casa dopo il lungo periodo di lontananza, le giornate che trascorre in famiglia diventano sempre le stesse e per di più un pensiero in testa incomincia a rodergli il cervello: ancora non gli è stato possibile riprendere i contatti interrotti con Luisella, in quanto il marito, che si è fratturato una gamba cadendo da una scala a bordo, si trova a terra sotto infortunio. Gerardo, prolungando oltre misura la convalescenza, con il benestare del medico della cassa marittima, al quale ogni volta che gli scadono i giorni di convalescenza porge una busta con dentro una banconota da cinquemila lire e questi, deponendola con finto disinteresse in un cassetto della scrivania, puntualmente glieli rinnova, gli ha confidato che ha intenzione di prolungare la permanenza a casa sino a Pasqua, che da quando si è sposato non l’ha mai passata con la famiglia. 

 

Per Annina e Gaetano i litigi riprendono quando questi le rivela la volontà di riaprire l’officina, quando lei, contando sulla paga da imbarcato del marito, aveva meditato di andare ad abitare in una casa più comoda e più adatta ad una famiglia quale la loro. Ma i desideri di Gaetano non sono dettati dalle esigenze della famiglia, bensì dal crearsi l’opportunità di riprendere la relazione con l’amante. Gaetano trascorre le sue giornate da sfaccendato, andando a trovare gli amici di un tempo rimasti in quel tratto di strada a mandare avanti le loro botteghe. Ma ciò è solo un pretesto per bazzicare la zona. È Luisella che vuole incontrare, scorgerla anche di sfuggita affacciata al balcone, sentire la sua voce, che non riesce a dimenticare e che non gli dà pace. Uno di questi pomeriggi in cui si trova sul corso a discorrere con i suoi amici putighàri, i bambini giocano in casa con una palla. La palla calciata da un piedino innocente va a finire sopra la credenza dove urta il vaso smaltato lucido dalle tinte giallo-rossicce con i manici intrecciati, che cadendo a terra va in mille pezzi. E cosa spunta tra quei frantumi? Un pacchettino allacciato con una fettuccia di colore rosso.

 

Al fracasso causato dalla caduta del vaso, sopraggiunge la mamma. Il piccolo che ha calciato la palla, raccattato il pacchetto, lo porge alla mamma, dicendo: «Chistu no’ si ruppìu»! Apriti cielo! Il pacchetto no, non si è rotto, ma qualcosa di molto più importante è irrimediabilmente andato in frantumi. Annina, aperte alcune di quelle lettere, là per là rimane confusa, quasi stordita, poi si sente mancare, le viene meno il respiro, si sente soffocare; si mette a piangere e piange per tre giorni di seguito, un pianto muto. Gaetano non sa come scolparsi, l’evidenza è troppa per potere negare. Annina caccia Gaetano di casa che viene temporaneamente ospitato da una sorella. La notizia trapela per il paese. Anche Gerardo manda via di casa Luisella e anch’ella trova ospitalità presso una sorella sposata nella vicina Francavilla. Gerardo vuole affrontare Gaetano e menarlo di brutto. Si mettono di mezzo parenti ed amici da entrambi le parti e riescono in qualche modo a far sì che non accadano fatti di una certa gravità.

 

A casa di Gaetano ed Annina piombano i parenti dell'uno e dell'altra con il proposito di mettere pace tra i due, cercando di ridimensionare l’accaduto, quasi discolpando u màsculu perché si sa, l’omu è cacciatùri, è ‘a fìmmana c’havi u si guarda! Annina però non patteggia, è troppa l’umiliazione alla quale è stata sottoposta, dopo avergli donato quattro figli; dopo avere speso la propria giovinezza nelle ristrettezze, solo e solamente per amore. Già, per amore aveva seguito in un paese che non era il suo quel ragazzo arrivato nella sua vita a cavallo di una motoretta e che l’aveva fatta innamorare perdutamente quando ancora era poco più che un’adolescente. Le parole scritte in quelle lettere l’hanno fatta diventare di pietra, gli occhi di fuoco, i muscoli del viso contratti ed i pugni serrati: si sente tradita nel più profondo dell’anima, con il cuore schiacciato sotto un orrendo macigno che le provoca fitte e spasmi e niente e nessuno la farà soprassedere tanto facilmente su quell’inganno così sporco.  

 

«I bambini, non hanno colpe ...e non è giusto che patiscano per i peccati commessi da un genitore senza cervello e senza alcun pudore. Annina, non lasciare che degli innocenti crescano senza una guida paterna. Quantunque sia stato un degenerato e tu ti senta a buon diritto profondamente offesa, donagli la possibilità di assolvere ai suoi dovere di padre. Se proprio lo vuoi punire, fallo pure, trova tu la maniera che ritieni più consona, i figli, però, debbono crescere accanto ad entrambi i genitori!». Con queste parole il padre del vicino convento di San Francesco di Paola parla ad Annina, la quale, dopo un momento di riluttanza, si lascia persuadere, acconsentendo solo per quelle anime nocenti al rientro di Gaetano in casa. Nel frattempo, anche Luisella ritorna a casa, perdonata dal marito che attribuisce a se stesso gran parte della responsabilità di quanto accaduto, per avere lasciato la giovane moglie sola e senza alcun calore umano. Addossando, di contro, la restante parte di colpa interamente a l’altro, …che approfittava dell’amicizia concessagli dal marito per circuire, nella momentanea fragilità, una donna sola, ingenua, semplice e sincera. E per farsi perdonare - vuci di pòpulu - le regala pure la stanza da letto nuova.

 

Al contrario, per Gaetano, rientrato in famiglia, le cose vanno alquanto diversamente. L’aria che si respira è a dire poco gelida. Annina non gli rivolge mai la parola né lo guarda mai in viso. Lei fa tutto ciò che deve fare: lava, stira, cucina e quant’altro per tutti, come ha sempre fatto e come se nulla fosse successo, ma nei riguardi del marito si comporta come se questi non esistesse. “Il tempo cancellerà ogni cosa e sarà la cura ad ogni male”. Pensa e spera Gaetano. Intanto, lui non ha più il coraggio di mettere il naso fuori di casa, né può andare a trovare i suoi vecchi amici putighàri, se non vuole dare credito ai pettegolezzi dei paesani, e poi, quella storia l’ha lasciato privo di ogni energia. Sull’officina, dopo quanto accaduto, e per non contrariare ulteriormente Annina che già lo vede come fumo negli occhi, ovviamente il discorso non viene preso più neanche lontanamente in considerazione. Imbarcare sulle mercantili ritiene che non è vita che faccia per lui.

 

Il tempo passa e Gaetano ogni giorno sempre di più si arrovella il cervello in cerca di una soluzione. Fin quanto la giusta dritta non gliela fornisce il marito di una sorella. Un giorno che si trovano a discutere, questi gli propone di emigrare con tutta la famiglia in Lombardia, dove già un’altra sua sorella si è stabilita da oltre un decennio. A parere di tutti, questa è la soluzione più consona per ristabilire ogni cosa. I parenti, da entrambe le parti, concordano che un cambiamento radicale è quello che ci vuole perché ritorni il sereno nell’animo di ognuno. Dalla Lombardia immediatamente si trovano d'accordo sul fatto che questa sia la giusta risoluzione e fanno sapere che da subito si daranno da fare per trovare loro una casa ed una bottega per Gaetano «… lui è un bravo artigiano ed in quella cittadina vi sono più biciclette che persone». Per cominciare sarebbe bastato anche un buco, poi, pian piano, avrebbe trovato di meglio.

 

Anche per Annina, volendo, si sarebbero potute creare delle opportunità di lavoro e pure per i figli, crescendo, le possibilità d’impiego sarebbero state maggiori: il consiglio di famiglia aveva deliberato, “si chjùdi ‘na porta e si apri ‘nu partuni!”. Lasciarono così la Calabria. La famiglia partì in treno, mentre i pochi mobili, suppellettili vari e gli arnesi da lavoro di Gaetano furono inviati con un camioncino. In quel paesotto lombardo andarono ad abitare in una vecchia cascina grande più del doppio della casa che avevano lasciato a Pizzo. Di contro, però, era un po’ in periferia e contornata dalle ciminiere delle fabbriche, tanto che, quando non c’era nebbia, a Gaetano sembrava di essere in un recinto e, per di più, del mare non si conosceva neanche la direzione. La bottega, invece, era più vicina al centro, solo che era veramente un buco e l’affitto non propriamente a buon mercato. Si lavorava sì, però si pagava tutto, puru ‘nu filu i petrusìnu, manu manu puru l’aria che si respirava, sporca e puzzolente. 


Anche tra marito e moglie, con il tempo, pian piano, le cose si sarebbero dovute aggiustare. Macché! Per Annina, il tempo si era fermato a quel fatale momento in cui quel vaso urtato da una palla si era frantumato a terra. «Si fa tutto pe’ fighj», ripeteva alla sorella di Gaetano quando di tanto in tanto si incontravano e questa, con la speranza che le cose fossero mutate, le chiedeva notizie sulla faccenda. Gaetano, da parte sua, cercava in ogni modo di dissuaderla. Per rompere quel muro impenetrabile la colmava di attenzioni, cercando di avvicinarla con dolcezza. Quando rientrava dal lavoro badava ai bambini ed in casa era diventato persino servizievole. Ma Annina, niente! Era ferma sulle sue posizioni e nulla la faceva smuovere.

 

Finanche il parroco della chiesa che frequentavano si era messo di mezzo: «Annina, tuo marito ha sbagliato, ma adesso è un altro uomo, ha capito l’errore e ti ha chiesto perdono. Ti vuole bene, è il padre dei tuoi figli… non è neanche giusto che lo tratti in questa maniera. È anche un dovere per una moglie, sai?... Prima o poi, vi dovrete riappacificare! Perché indugiare ancora? Prova a metterci una pietra sopra ed unitevi in grazia di Dio». Ma, Annina, era più dura del granito e inamovibile a qualsiasi sollecitazione. Gaetano, non sapeva più cosa fare per farle cambiare idea. Aveva provato in tutte le maniere, con le buone e finanche con le cattive. Un giorno le disse che avrebbe mollato baracca e burattini e se ne sarebbe ritornato a Pizzo, abbandonando tutti al proprio destino, se non mutava il suo atteggiamento.

 

Anche la signora della casa dove aveva trovato a fare dei servizi per qualche ora un paio di volte la settimana, era intervenuta: «Annina, perdonalo, ormai è trascorso tanto tempo. Non vedi che tuo marito sta male? Pover’uomo, è il viso della sofferenza. Non hai pena? Ricordati, il perdono è la cosa più grande per un cristiano. Come ti puoi avvicinare al Signore se non ti sottometti alla sua volontà?». Lei era imperturbabile, assolveva ai suoi doveri di madre e di donna di casa provvedendo a tutto ciò di cui la famiglia necessitasse, per il resto, nei confronti dello sposo, era una lastra di marmo, fredda, impassibile. Nella stanza matrimoniale le due reti, divise e addossate alle pareti, una di fronte all’altra, raccontavano il dramma che la coppia viveva. Qualora accadeva che Gaetano si avvicinasse a lei più del consentito, lei si irrigidiva e tremava tutta, sbiancava in viso, tanto che l’infelice desisteva subito da ogni proposito, ritirandosi sulle sue più affranto e prostrato che mai. 


Il tempo trascorreva e nulla cambiava. Per Gaetano quella situazione era insostenibile, senza contare che pativa molto la lontananza dal suo amato paese. Là, nel paesotto lombardo, c’erano tanti immigrati provenienti da altre regioni del meridione e quando incontrava qualche corregionale col quale poter parlare il calabrese, lo trattava come se fosse un parente stretto, uno di famiglia. La nostalgia per gli amici, per il paese, i ricordi delle cose passate lo fecero cadere in depressione. Nella piccola bottega, aveva riempito tutta una parete di cartoline illustrate di Pizzo che gli amici putighàri del Corso gli inviavano: la chiesetta di Piedigrotta lambita dal mare; la scogliera dei Prangi; il tramonto visto dallo Spuntone con il castello ed il sole che si corica dietro lo Stromboli; la piazza d’estate con la gente seduta ai tavolini a gustare il tartufo gelato e le granite, erano per Gaetano nostalgici ricordi e stilettate che gli trafiggevano il cuore. 

 

Nei confronti della moglie oramai si era rassegnato. Con il tempo era subentrata l’abitudine. Hanno dormito nella stessa camera per ragioni di spazio, fin quanto i figli non crebbero ed andarono via, Quando, poi, non vi fu più la necessità, ella si spostò in un’altra stanza. Annina non lo ha mai perdonato dell’offesa subita. Il suggerimento datole dal frate dell’Ordine dei Minimi, nell’immediatezza dei fatti accaduti, di trovare lei il castigo ritenuto più consono, Annina l’aveva trovato e l’aveva applicato con ferma determinazione. Gaetano, oramai avanti negli anni, confidandosi con chi racconta, ebbe a pronunziare queste parole: «Non ho mai incontrato o sentito dell’esistenza di una persona più dura e testarda di mia moglie Annina! Che mi abbia amato, mi ha amato tanto, di ciò ne sono certo, come del resto l’ho amata tanto anch’io, e proprio per questo che non mi ha mai voluto e saputo perdonare: l’amore tradito non perdona!».

Giornalista
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