Ospedali di Cosenza, gli operatori Coopservice trattati da lavoratori di serie B

Impegnati in prima linea tra i reparti dei nosocomi bruzi, devono procurarsi a proprie spese i dispositivi di protezione individuale e non essendo dipendenti dell'Azienda, non vengono sottoposti a tampone 

di Salvatore Bruno
6 aprile 2020
14:24
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In prima linea, nei reparti più esposti al rischio di contrarre il coronavirus ci sono anche loro, i lavoratori della Coopservice.

 

Dispositivi comprati a loro spese

Ma senza dispositivi di protezione individuale: l’Azienda ospedaliera di Cosenza li ha assegnati esclusivamente ai propri dipendenti mentre la ditta emiliana, appaltatrice dei servizi integrati ai pazienti, non è stata in grado di fornirli agli operatori che dunque, hanno dovuto provvedere in autonomia e di tasca propria. Per lo stesso motivo non sono neanche sottoposti a tampone.

 

La mancanza di alternative

Avrebbero potuto rifiutarsi e rimanere a casa: la legge lo consente. Ma a che prezzo? Quello di incamerare solo la paga base di un contratto ridotto a quattro ore giornaliere, ammontante a poche centinaia di euro. Di fronte a questa alternativa si è messi con le spalle al muro. Per cui nella realtà, la scelta da fare era soltanto una: quella di sacrificarsi per l’ennesima volta.

 

Destino beffardo

Quello del contingente Coopservice in servizio a Cosenza è davvero un destino beffardo. In altre zone come il Piemonte, in questo clima di emergenza, gli operatori socio sanitari li assumono anche se ancora non sono in possesso dell’attestato. Qui invece, per mantenere il posto hanno dovuto accettare un demansionamento, nonostante abbiano maturato oltre vent’anni di esperienza e conseguito la qualifica dopo un corso organizzato dalla Regione finalizzato alla loro stabilizzazione.

 

Concorso fermo

Il commissariamento della sanità calabrese ha spazzato via le loro ambizioni di inserimento in pianta stabile negli ospedali bruzi, mentre al loro posto continuano ad essere assunte persone scorrendo le graduatorie di concorsi espletati in altre province. Loro il concorso l’avrebbero anche fatto, ma l’unico bandito negli ultimi anni è rimasto congelato dopo la preselezione. E chissà se sarà portato a termine. Nel frattempo nei reparti sono proprio loro a formare le nuove leve, quelle con i titoli ma senza un briciolo di esperienza. Ultimo clamoroso paradosso della vicenda.

Giornalista
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