Dati Covid non comunicati a Roma, per Spirlì e Longo tutto regolare ma non convincono

Regione e commissario in una nota replicano ai servizi di LaC News24 sulla mancata comunicazione dei positivi senza però chiarire i dubbi emersi: intanto il monitoraggio dei dati continua a balbettare

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di Francesco Rende
12 maggio 2021
16:38
Guido Longo e Nino Spirlì
Guido Longo e Nino Spirlì

Fidatevi, i dati Covid sono corretti e non c’è bisogno di generare allarmismo: parola di Nino Spirlì e Guido Longo.
Dopo l’ingresso in zona gialla e con l’attenuamento della pressione del virus sul territorio, arriva la risposta della Regione Calabria firmata dal presidente facente funzioni e dal commissario alla sanità. Una lunga replica che si concentra sulla modalità di trasmissione dei dati, sul doppio binario di raccolta e sulla necessità di non “alimentare allarmismi” senza però chiarire dove siano i circa 8500 positivi non comunicati a Roma o dare maggiori dettagli circa una discrepanza che secondo la Regione è normale ma che non viene riscontrata nelle altre regioni.

Il chiarimento di Spirlì e Longo

La nota firmata da Spirlì e Longo si concentra sulla spiegazione del sistema di raccolta dei dati sui nuovi positivi. Un doppio flusso di trasmissione, come abbiamo ampliamente spiegato in questi mesi: da un lato il bollettino giornalierio che viene redatto dalla Protezione Civile e che aggrega semplicemente il valore numerico dei nuovi positivi, mentre per quanto riguarda l’Istituto Superiore della Sanità i nuovi positivi riscontrati vengono caricati su una piattaforma specifica che raccoglie informazioni più puntuali, come la presenza di sintomi o meno, i dati epidemiologici e demografici ed altri dettagli che servono ad avere un quadro decisamente più chiaro.
Queste spiegazioni, già fornite in più articoli ed approfondimenti della nostra testata, sono tra l’altro già pubbliche e accessibili a tutti: è lo stesso Istituto Superiore della Sanità a fornirli nella piattaforma EpiCentro, che si occupa della pubblicazione delle linee guida, delle metodologie nella raccolta, gli studi clinici ed epidemiologici sul Covid-19. “Nessuna omissione di dati – ci tiene quindi a precisare la Regione – ma solo ed esclusivamente un disallineamento tra database diversi”: il problema, però, è che questi dati non sono semplicemente disallineati ma difformi.


Il confronto con il resto d’Italia

Se il sistema di monitoraggio e raccolta funziona nello stesso modo, si dovrebbero ritrovare le stesse incongruenze nelle altre regioni. Eppure, andando ad analizzare i dati, la situazione è completamente diversa: nella settimana di monitoraggio da 19 al 25 aprile, proprio quella utilizzata da Spirlì e Longo per ribadire le loro tesi, la differenza tra i dati comunicati a Roma e quelli raccolti e comunicati giornalmente è di 520 casi: sono circa il 20% rispetto al totale dei dati comunicati dalla Regione, ovvero 2.595, circa un caso su quattro. Questo stesso disallineamento è presente anche nelle altre regioni? Assolutamente no, in realtà.
Come si evince chiaramente dalla tabella, ci sono regioni che hanno scostamenti minimi sia dal punto di vista delle percentuali che dal punto di vista del numero dei dati caricati. Nella stessa settimana presa in esempio da Spirlì e Longo l’Abruzzo lo scostamento è di soli 15 positivi, di 28 nelle Marche e di 353 in Campania, ma con il triplo circa dei positivi riscontrati rispetto alla Calabria.

Tutte le falle del tracciamento in Calabria

Secondo la tesi di Longo e Spirlì, secondo la quale questi scostamenti sono fisiologici e “corretti”, restano però degli interrogativi: perché nelle altre regioni non succede questa stessa cosa? Resta infatti da capire dove si crea questo scostamento importante dal punto di vista numerico e percentuale, visto che si tratta comunque di 8500 casi in circa sei mesi. La cosa sembra ancora più paradossale poiché l’Iss analizza i dati con una differenza di circa dieci giorni, quindi vi sarebbe tutto il tempo per poterli processare: è possibile che la Regione Calabria non riesca a smaltire un carico sostanzialmente esiguo di dati, anche visto ciò che succede nelle altre regioni?
Qui si torna al punto di partenza, ovvero alla capacità di risposta del sistema calabrese all’emergenza Covid: in questi mesi si è assistito impotenti alle immagini delle ambulanze in attesa davanti agli ospedali, ai sanitari stremati, agli ospedali pieni ed alle terapie intensive in sofferenza. Perché in questi mesi, nei quali hanno proliferato tavoli istituzionali, task force, progettazione di studios cinematografici, non si è pensato di rafforzare il sistema di monitoraggio e controllo dei dati Covid sul territorio? Perché si è deciso di affrontare l’epidemia a mani nude, affidando la risoluzione dell’emergenza ai sanitari in prima linea negli ospedali piuttosto che rafforzare il contact tracing, la capacità di processare i tamponi e mettere un freno ai focolai senza ritardare l’analisi dei tracciamenti, con risultati che arrivano anche dopo 15 giorni dai tamponi?
È su questo che i calabresi, che hanno rispettato le regole, chiuso le loro attività, messo a rischio la stabilità familiare, meritano risposte. E siccome il presidente facente funzioni, come detto in un’intervista televisiva, potrebbe arrogarsi il diritto di essere ignorante in materia, quelle stesse risposte potrà darle il commissario Longo. D’altronde, se in una nota a sua firma ci dice che è tutto apposto, saprà certamente di cosa si sta parlando e potrà chiarire con precisione il motivo della differenza nei numeri tra la Regione Calabria e le altre regioni.

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