Esce dall'ospedale che sembra un barbone, la denuncia del figlio: «È questa la nostra sanità?»

L'anziano dimesso dallo Jazzolino di Vibo. È stato quindici giorni in Malattie infettive per l'infezione da Covid e altri quindici in Medicina per altre patologie. Lasciate le corsie i suoi cari stentavano a riconoscerlo

di Pietro Comito
22 dicembre 2020
15:48

«Sembrava un barbone, faceva male il cuore. Non solo perché è mio padre. Poteva esserci chiunque al suo posto, non autosufficiente, incapace di curarsi, ostaggio della malattia e della senilità, ma anche dell’inadeguatezza della sanità». Chiede di restare anonimo per tutelare la privacy dei suoi cari: noi lo chiameremo Marco. Oggi Marco può finalmente riabbracciare il padre, ricoverato al vecchio Jazzolino di Vibo per un mese: quindici giorni in Malattie infettive, a causa dell’infezione da Covid 19; altri quindici in Medicina, perché il virus ha ulteriormente fiaccato il suo fisico già malandato per l’età avanzata e altre patologie, che da anni ormai lo avevano allettato. Poi le dimissioni. Il calvario di questo nuovo povero Cristo ha inizio a novembre: «Mio fratello aveva contratto il virus, ma era asintomatico – racconta Marco –. Vive con mio padre e se ne prende cura meglio che può. Ignorava di essersi infettato e così il contagio è stato inevitabile. Solo quando mio padre ha iniziato ad avvertire i primi sintomi, ci siamo allarmati. All’esito del tampone abbiamo capito che il virus era arrivato anche da noi».

L’anziano si aggrava, ha serie difficoltà a respirare e finisce in ospedale. Quando entra ha i capelli cortissimi e il viso rasato. Le cure in Malattie infettive funzionano e fermano una evoluzione che invece ha portato altri pazienti al trasferimento a Catanzaro, in Terapia intensiva, e talvolta alla morte. Poi, guarito dall’infezione da Covid, il trasferimento nell’altro reparto. «Non potevamo vederlo, avevamo poche notizie su come stava. Alla fine – spiega il figlio – ho dovuto insistere e forzare, finché l’ho visto. È stato all’epilogo delle dimissioni, prima di portarlo a casa. Non riesco a descrivere in che condizioni fosse…». Sporco, deperito. «Un barbone, sembrava un barbone. Non aveva più con sé alcuni oggetti personali a cui era molto legato. Sono andati smarriti i suoi occhiali e non c’erano le cartelle cliniche». I figli si prodigano a lavarlo. Ha anche una escoriazione vasta sotto un braccio. «Non sappiamo come se l’è procurata, forse è caduto. Ma ciò che più ci ha impressionato sono state le condizioni igieniche nelle quali si trovava. I medici fanno i medici e gli infermieri gli infermieri, ho capito… Ma non ci sono operatori socio-sanitari? E medici e infermieri non si rendevano conto di quali fossero le sue condizioni?».


C’è Lello vicino. È barbiere della vecchia guardia. Un tempo, in regime di convenzione con l’Asp, si prodigava a tagliare barba e capelli ai pazienti dello Jazzolino, soprattutto ai lungodegenti. Oggi quel servizio non esiste più: «Se lo dico, sembra che abbia un interesse personale – spiega Lello – ma non è così. Posso assicurarvi che un paziente inabile, costretto a stare settimane e mesi in ospedale, senza che possa fare uno shampoo o radersi a volte finisce col pensare di aver perso la dignità. Si sente diverso, non si riconosce più da ciò che era prima. Sapete quanti ne ho visti? Tanti, ma proprio tanti. A volte mi chiamavano e trovavo anziani che sembravano davvero dei senza tetto e quando finivo di tagliare i capelli o raderli si sentivano rinati, meglio di una medicina». Era necessario restituire la sua immagine a questo anziano. Lello si presta andare a casa: ci vuole una buona dose di sano spirito. Indossa i dispositivi di protezione individuale. «Era in condizioni pietose, c’è voluto un po’ per farlo tornare ad una condizione di decoro». «Non può accadere questo», chiude Marco. «Penso a chi non è autosufficiente. Dopo un mese in ospedale è così che si riduce? Penso a chi non ha nessuno, a casa? Non è giusto, è questa la nostra sanità?».  

Giornalista
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