Cinema

L’abisso del Bifurto: il regista Frammartino porta la Calabria al festival di Venezia

VIDEO | L’autore presenta oggi in Laguna “Il Buco” girato nelle grotte ai piedi del Pollino: «In quel posto hai a che fare con le ragioni della montagna, con la sua oscurità e anche con la tua»

 

 

di Alessia Principe
4 settembre 2021
14:16

Venezia nel suo quarto giorno del festival, apre al sotterraneo profondissimo, un viaggio tra le ossa del pianeta, in una cassa toracica che stringe lo spazio-tempo in un buco nero che sa di zolfo, in cui i viaggiatori diventano cosmonauti, sospesi senza giorno e senza notte. Michelangelo Frammartino, dopo "Le Quattro volte" torna al cinema con “Il Buco”, un’opera silenziosa, senza dialoghi né musica, ambientata in un altrove inaspettato, che comincia con la casualità di una scoperta, di una frattura, ai piedi del Pollino, un gorgo annunciato dal fiorire delle rocce calcaree che sembrano precipitarvi dentro, risucchiate da una forza antica, come astri intorno ai grandi mostri dell’universo, un tempo stelle anche loro.

Il film del regista calabrese, è uno dei cinque italiani in concorso alla 78esima Mostra del cinema di Venezia, e dopo due anni dall’ultimo ciak, è approdato, attesissimo, in Laguna. «Devo dire un grazie di cuore a chi c’è stato accanto: al comune di Cerchiara, a quello di San Lorenzo Bellizzi, al Parco nazionale del Pollino, alla Calabria Film Commission che ci ha supportato. Il modo migliore per ricambiare è promettere che presto tornerò lì per una proiezione speciale».


Frammartino, dal buio della grotta alle luci di Venezia, com’è stato l’impatto?
«Accecante. Mi sento tranquillo, forse un po’ preoccupato».

Cosa la turba?
«Vede, io ho fatto un film sotterraneo perché appartengono a un cinema “carsico”, diciamo pure così. E anche io sono così, un fiume carsico, che a volte emerge in superficie e per qualche chilometro scorre alla luce del sole prima reimmergersi sotto. Ecco, adesso sono fuori, ma presto tornerò giù a continuare il mio lavoro di ricerca».

Mi racconta il primo incontro con l’Abisso del Bifurto.
«Fino al 2007 non ero mai stato sul Pollino, poi girai lì un episodio del mio film “Le Quattro volte”. Il sindaco di Alessandria Del Carretto, Nino Larocca, uno tra i migliori speleologi italiani, mi prese da parte e mi disse: “Non puoi andartene prima di vedere una cosa”. E mi portò lì, alla bocca della grotta. Da principio non mi resi conto di quello che avevo davanti, c’era questa spaccatura davanti e noi e io continuavo a fissare Nino e a dire: cosa c’è? Poi lui ha preso un sassolino e ce l’ha buttato dentro. Per quattro secondi niente, nessun rumore. Allora è scattato qualcosa dentro di me. Qualche anno dopo l’ho richiamato e gli ho detto: voglio fare un film lì».

Avete girato in condizioni estreme, ha mai avuto paura?
«I primi tempi sì, sempre, ma ero deciso a fare un film che raccontasse da vicino cos’era davvero l’Abisso. Il mio è un modo di fare cinema a corpo a corpo con la realtà, non potevo fingere, ricostruire, dovevo calarmi dentro, volevo dei veri speleologi, dei veri pastori, volevo il vero Pollino. Io credo che quando qualcosa ti fa paura ma hai lo stesso voglia di farla, significa che c’è l’urgenza giusta per proseguire».

Non deve essere stato facile.
«Affatto, ho sempre avuto problemi con la verticalità. Pensi che da bambino, per cercare un’emozione forte, salivo fino all’ottavo piano e guardavo di sotto per pochi secondi. C’è voluto del tempo per spostare il mio limite interiore e acquistare la giusta serenità. La prima volta che mi sono calato nel primo pozzo, a 35 metri di profondità, a Serra del Gufo, con tutta l’imbracatura addosso, stavo letteralmente aggrappato con le unghie alla fune. Poi Nino mi ha detto: “Che fai? Ti devi fidare”».

Da un punto di vista tecnico, com’è stato girare in quelle condizioni ambientali?
«Faticosissimo, abbiamo girato fino a meno quattrocento metri. Per fortuna avevamo al nostro fianco i più preparati speleologi del mondo che si occupavano della sicurezza. Per dare la visuale al direttore della fotografia, Renato Berta, uno dei grandi occhi del Novecento, e che non poteva calarsi come me e la sceneggiatrice Giovanna Giuliani, abbiamo fatto scendere nella grotta centinaia e centinaia di metri di fibra ottica. Il lavoro preparatorio è stato così lungo che, a volte, scendevamo solo per girare un quarto d’ora».

Nietzsche diceva: “Quando guardi l’abisso, l’abisso guarda te”, cos’ha trovato lì dentro?
«È difficile rispondere a questa domanda. Posso dirle che a lungo, a Milano, mi è capitato di svegliarmi e credere di essere ancora lì sotto. Quando scendi a quelle profondità il buio diventa assoluto. Il ritmo circadiano si rompe, non sai e è notte o giorno, la temperatura è sempre costante in grotta e quindi non hai più punti di riferimento, il tempo assume una forma diversa».

Una prova di resistenza anche mentale.
«Succede qualcosa di strano nella tua testa. Dopo molte ore a quelle profondità, mi sono venuti in mente pensieri, ricordi, mi trovavo a canticchiare canzoni della mia infanzia che avevo dimenticato. Lì hai a che fare con le ragioni della montagna, con la sua oscurità e anche con la tua».

È diventato un po’ come un astronauta, sospeso nel vuoto di un ventre terrestre anziché cosmico.
«È proprio così. Pensi che gli astronauti dell’Esa si preparano nelle grotte della Sardegna. Quello spazio è un altrove, una frontiera. Non ci sono luoghi della superficie che non siano stati mappati, ma sotto, sotto la terra, c’è un mondo diverso, nuovo. Anche a me, che sono uno speleologo scadente, è capitato di mettere il piede su un pozzo che non era mai stato toccato dall’uomo, laggiù il confine tra mondo e mondo si sposta di continuo».

Il suo rapporto con la natura calabrese, con il suo spirito ancestrale, è estremamente reale, strettissimo e poetico, anche se lei è cresciuto lontano, a Milano.
«Io sono e mi sento calabrese. I miei genitori sono partiti da Caulonia negli anni Sessanta. Questo film ha a che fare anche con questo, racconta il momento in cui qualcosa viene scavato e poi accade, così come è avvenuto nell’animo di mio padre che in quegli anni ha deciso di partire, lasciare la Calabria. È vero, sono cresciuto a Milano ma il mio spirito è assolutamente calabrese, lo ripeto sempre, a casa mia si parlava sempre il dialetto, io l’ho assorbito, è parte del mio linguaggio».

Un legame con questa terra che poi è esploso e continua a esplodere nel suo mondo creativo.
«Quando ho pensato a un progetto non sono riuscito mai a immaginarlo in un luogo che non fosse la Calabria. Lì c’è uno spazio particolare dove i confini si rompono, la natura è implicata nella dimensione umana a volte in modo straordinario a volte in modo terribile».

Da “Le Quattro volte” sono trascorsi dieci anni, sceglie con molta pazienza le sue storie.
«L’intervallo tra il mio film precedente e questo è stato particolarmente lungo perché ho vissuto una sorta di “lutto creativo”, un progetto a cui tenevo molto, purtroppo, nel 2015 è saltato e così è nato questo film sotterraneo. Ma non voglio aspettare così a lungo per il prossimo film, ho già delle cose a cui sto pensando anche in modo sorprendente. Ma, lo dicevo prima, fidarsi per me è complicato. Prima di pensare che un’idea possa essere quella giusta ho necessità di incontrarla più volte sul mio cammino. Se accade, capisco che vale la pena prenderla con me. Ora sono in attesa all’incrocio, se la vedrò venirmi incontro allora saprò che è la mia storia».

Giornalista
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