Tra crisi idrica, rischio desertificazione e vulnerabilità dell’Aspromonte, il territorio reggino è chiamato a ripensare il rapporto con le proprie risorse naturali. La sfida non riguarda soltanto acquedotti e sorgenti, ma il modello di sviluppo dei prossimi decenni
Tutti gli articoli di Ambiente
PHOTO
La siccità che sta interessando la Calabria e, in particolare, la provincia di Reggio Calabria non rappresenta più un fenomeno episodico legato alle stagioni più calde. Gli studi scientifici e le analisi climatiche condotte negli ultimi anni delineano uno scenario strutturale, nel quale il cambiamento climatico sta modificando profondamente il funzionamento degli ecosistemi, la disponibilità delle risorse idriche e gli equilibri ambientali del territorio.
L'aumento delle temperature medie, la diminuzione delle precipitazioni e la loro crescente irregolarità stanno producendo effetti sempre più evidenti. Alle tradizionali stagioni piovose si alternano lunghi periodi di siccità, interrotti da eventi meteorologici intensi e concentrati in poche ore, incapaci però di garantire una reale ricarica delle falde e dei bacini idrici.
Non si tratta soltanto di una percezione legata alle ultime estati particolarmente calde. Gli studi condotti dall'Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR evidenziano come la Calabria sia tra le regioni meridionali maggiormente esposte agli effetti combinati di siccità, desertificazione e cambiamenti climatici. Le analisi sugli andamenti pluviometrici mostrano una progressiva diminuzione delle precipitazioni e un aumento della frequenza degli eventi siccitosi, con conseguenze dirette sulla disponibilità delle risorse idriche e sulla stabilità degli ecosistemi regionali.
Meno acqua nelle falde e nelle sorgenti
Nell'area metropolitana di Reggio Calabria i cambiamenti climatici stanno incidendo direttamente sul bilancio idrico del territorio. Il confronto tra i dati della seconda metà del Novecento e quelli degli ultimi vent'anni mostra una diminuzione degli apporti destinati alla ricarica degli acquiferi.
A incidere sono sia la riduzione delle piogge sia l'aumento dell'evapotraspirazione dovuto alle temperature più elevate. Il risultato è una progressiva diminuzione delle portate delle sorgenti e una crescente instabilità nella disponibilità di acqua destinata agli usi civili e agricoli.
Si tratta di una condizione che rende più fragile il sistema di approvvigionamento idrico e che rischia di amplificare le criticità nei mesi estivi, quando la domanda aumenta sensibilmente.
La crescente pressione sulla risorsa idrica ha spinto le istituzioni ad avviare un monitoraggio sempre più capillare del patrimonio idrico regionale. L'Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Meridionale, con il supporto di Sorical, ha completato il censimento di 496 sorgenti già captate e il monitoraggio di ulteriori 50 sorgenti, oltre alla ricognizione di 403 pozzi già captati presenti sul territorio regionale. Un'attività che fotografa la centralità della questione acqua nella pianificazione dei prossimi anni.
Calabria tra le regioni più esposte allo stress idrico
La combinazione tra minori disponibilità d'acqua, temperature più elevate e consumi spesso poco efficienti colloca la Calabria tra le regioni italiane maggiormente esposte allo stress idrico.
In diverse aree del territorio regionale il rapporto tra acqua disponibile e acqua prelevata si avvicina infatti alle soglie considerate critiche dagli organismi internazionali. Una situazione che alimenta anche il rischio di desertificazione, fenomeno che non riguarda esclusivamente i territori aridi ma indica il progressivo degrado del suolo causato dall'interazione tra cambiamenti climatici e attività umane.
Le zone più vulnerabili risultano quelle costiere e collinari, in particolare lungo il versante ionico, ma anche ampie porzioni del territorio reggino mostrano segnali di crescente sensibilità. Gli studi del CNR sulla Calabria ionica hanno evidenziato come la combinazione di riduzione delle piogge, caratteristiche dei suoli e perdita di copertura vegetale aumenti la suscettibilità alla desertificazione.
Desertificazione, erosione e dissesto
Le metodologie utilizzate dal Ministero dell'Ambiente per valutare le aree sensibili alla desertificazione evidenziano come la Calabria presenti numerosi fattori di rischio: clima sempre più arido, suoli fragili, perdita di copertura vegetale e pratiche di utilizzo del territorio non sempre sostenibili.
Nel Reggino, dove convivono forti dislivelli altimetrici, versanti ripidi e aree agricole intensamente sfruttate, questi elementi si combinano aumentando la vulnerabilità del territorio.
Le conseguenze non riguardano soltanto il settore agricolo. L'impoverimento dei suoli e la perdita di vegetazione favoriscono infatti fenomeni erosivi, instabilità dei versanti e dissesto idrogeologico, rendendo il territorio più esposto sia alla siccità sia agli eventi meteorologici estremi.
L'Aspromonte osservato speciale
Tra gli ecosistemi più sensibili agli effetti del cambiamento climatico c'è sicuramente l'Aspromonte, uno dei principali hotspot di biodiversità del Mediterraneo.
Le montagne aspromontane svolgono una funzione fondamentale per l'intera provincia di Reggio Calabria: regolano il ciclo dell'acqua, alimentano le falde, proteggono il territorio dall'erosione e contribuiscono all'assorbimento di anidride carbonica.
Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato segnali di vulnerabilità sempre più evidenti. Si osservano modificazioni nella distribuzione delle specie vegetali, spostamenti delle fasce altitudinali della vegetazione e una crescente instabilità dei processi geomorfologici.
L'irregolarità delle precipitazioni rappresenta uno degli aspetti più critici. Le piogge tendono infatti a concentrarsi in episodi brevi ma molto intensi, che sui versanti ripidi dell'Aspromonte aumentano il rischio di erosione e frane senza contribuire in maniera significativa alla ricarica delle risorse idriche.
Un problema che riguarda anche la biodiversità
Gli effetti della crisi climatica non si limitano alla disponibilità d'acqua. L'aumento delle temperature e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno modificando gli equilibri ecologici degli ecosistemi terrestri e acquatici.
Le foreste risultano maggiormente esposte allo stress idrico, agli incendi e alla diffusione di parassiti e patogeni. I corsi d'acqua registrano invece una riduzione delle portate e un aumento delle temperature, con ripercussioni sulla qualità ambientale e sulla biodiversità.
Anche i rapporti tra le specie vengono alterati. Cambiano i tempi di fioritura delle piante, si modificano le dinamiche degli impollinatori e aumentano le difficoltà di adattamento per molte specie animali e vegetali.
Dall'emergenza alla pianificazione
La consapevolezza che la crisi idrica sia ormai un fenomeno strutturale sta entrando progressivamente anche nelle politiche pubbliche. Regione Calabria, Autorità di Bacino e comunità scientifica convergono sulla necessità di superare la logica dell'emergenza per costruire strategie di adattamento di lungo periodo.
Riparare guasti, affrontare razionamenti o ricorrere a soluzioni temporanee durante l'estate non basta più. Occorre una strategia che tenga conto degli scenari climatici futuri e che integri le politiche dell'acqua con quelle urbanistiche, agricole e ambientali.
In questa prospettiva assumono particolare rilevanza il contenimento del consumo di suolo, la tutela delle aree di ricarica delle falde, il recupero delle acque piovane, il riuso delle acque depurate e la riduzione delle perdite delle reti idriche.
Gli stessi esperti sottolineano come gli interventi straordinari per fronteggiare le emergenze abbiano spesso costi superiori rispetto a quelli necessari per una programmazione strutturale finalizzata alla modernizzazione degli impianti e delle infrastrutture.
L'acqua come tema di governo del territorio
Le iniziative avviate negli ultimi anni, dal censimento delle sorgenti alla definizione del deflusso ecologico fino ai programmi di adattamento climatico, rappresentano segnali importanti di una nuova attenzione verso il tema.
La vera sfida, tuttavia, sarà trasformare questi strumenti in una pianificazione capace di incidere concretamente sulle scelte territoriali. Significa progettare città più verdi e resilienti, ridurre gli sprechi, migliorare l'efficienza delle reti e valorizzare il ruolo delle aree naturali.
In questo scenario l'Aspromonte non può essere considerato soltanto un patrimonio paesaggistico o turistico. È una vera e propria infrastruttura ecologica che garantisce servizi essenziali alle comunità che vivono a valle, dalla regolazione del ciclo dell'acqua alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
La sfida per la provincia di Reggio Calabria sarà dunque passare definitivamente dalla gestione dell'emergenza alla costruzione di una strategia permanente di adattamento. Perché il problema non riguarda più soltanto le settimane più calde dell'anno, ma la capacità del territorio di garantire acqua, sicurezza ambientale e qualità della vita in uno scenario climatico che gli enti scientifici descrivono già oggi come profondamente diverso rispetto a quello del secolo scorso.
L'Aspromonte, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto un parco da tutelare. È il grande serbatoio ecologico della provincia di Reggio Calabria. Dalla capacità delle sue foreste di trattenere acqua, proteggere i suoli e regolare i deflussi dipende una parte importante della sicurezza idrica delle comunità costiere. In un clima sempre più caldo e instabile, la tutela della montagna diventa quindi una delle principali politiche di adattamento per il futuro del territorio.

