Un foglio protocollato. Una firma in calce inchiostrata male. Una nota a margine che rimanda a un altro ufficio, tre piani più sopra, dove la porta resta chiusa dalle dodici e mezza.

A Cosenza la morte di un ragazzo di venticinque anni non fa rumore. Prima di lui c’era stato Fakir, un altro nome che nei registri di questura scivola via tra i faldoni della burocrazia ordinaria. Poi è toccato a questo ragazzo tunisino. Venticinque anni. Un’età in cui, altrove, si progettano viaggi o si discute la tesi. Qui si muore nel cono d’ombra della città, mentre una madre consuma la moquette degli atri comunali e degli uffici di igiene mentale chiedendo aiuto a vuoto. Le istituzioni rispondevano con il silenzio sordo delle stanze in cui le pratiche accumulate diventano polvere.

Non è un difetto del sistema. È il suo funzionamento a regime.

La pigrizia strutturale e l’indifferenza burocratica

Chi si occupa di antropologia del margine lo sa da un pezzo. Quando l’obiettivo della macchina fotografica o la cinepresa d’osservazione si poggiano sulle crepe delle nostre province, non trovi mai la cattiveria deliberata dei criminali da film. Trovi la pigrizia strutturale. Trovi la noia dei passacarte. Trovi quell'indifferenza burocratica che Ernesto de Martino o Pasolini avrebbero riconosciuto subito come la vera forma moderna dell’orrore. La povertà non è una colpa, ci ripetiamo nelle tavole rotonde sulle politiche d'integrazione. Però la trattiamo come un'infezione. Se poi alla povertà si aggiungono una pronuncia straniera e un disturbo della sfera psichica, il quadro è completo. Diventi radioattivo. Nessuno vuole toccare la pratica per paura che gli esploda tra le mani.

La madre di questo ragazzo ha parlato davanti alle telecamere delle emittenti locali. Con quella dignità feroce che spesso hanno le madri del Mediterraneo quando la disperazione supera la vergogna. Ha detto di aver bussato a ogni porta. Ha detto che le risposte erano sempre le stesse: ripassi giovedì, non è di nostra competenza, servono i documenti dell’altro servizio. È un balletto grottesco che chi fa ricerca sul campo conosce fin troppo bene. Si chiama scaricabarile istituzionale. Una spinta gentile verso l'uscita, eseguita con il tono di chi ti sta facendo un favore a indicarti il portone.

A chi importa? La domanda è ridicola nella sua semplicità, eppure brucia.

A nessuno, se misuriamo l'interesse con il metro della convenienza politica o del ritorno d'immagine. Un ragazzo tunisino senza soldi non vota. Non produce PIL. Non appartiene a quella classe media che quando subisce un torto chiama l'avvocato di famiglia o fa il post indignato che accumula diecimila condivisioni. La sua esistenza si consuma in uno spazio invisibile, quello che gli antropologi chiamano zona di abbandono sociale. Un perimetro invisibile che circonda i nostri quartieri bene, le nostre piazze con i tavolini per l'aperitivo, i nostri centri storici tirati a lucido con i fondi europei.

Il rumore dei timbri e quello dei passi

Guardare questi fatti con l'occhio del documentarista d'osservazione significa eliminare la voce fuori campo. Significa spegnere la musica di sottofondo che nei telegiornali sottolinea il patetismo a buon mercato. Bisogna lasciare solo i suoni reali. Il rumore dei timbri. Il rumore dei passi della madre che scende le scale dopo l'ennesimo rifiuto. Il brusio della città che continua a muoversi come se niente fosse, a pochi metri da un corpo che si sta spegnendo.

C’è un'ipocrisia di fondo che rende queste vicende ancora più insopportabili. È la narrazione consolatoria della tragedia inevitabile. Ci diciamo che era “una situazione complessa", che "gli interventi erano difficili", che "il soggetto rifiutava le cure". Sono frasi fatte. Servono a lavarsi la coscienza prima della pausa caffè. La verità è che quando un ragazzo di venticinque anni muore in questo modo, la responsabilità non è del destino cinico e baro. È di una catena di omissioni piccolissime, quotidiane, quasi impercettibili. È l'impiegato che non fa la telefonata di sollecito. È il dirigente che non firma la delibera di spesa per l'assistenza domiciliare. È il quartiere che gira la testa dall'altra parte perché quel ragazzo, in fondo, creava disturbo.

L'aspetto umano delle cose non è una categoria poetica. È una questione di pelle, di carne, di sguardi. Quando lo si espunge dalla gestione della cosa pubblica, quello che resta è un guscio vuoto che chiamiamo Stato ma che assomiglia sempre di più a un'impresa di pulizie etiche e sociali. Si spazza la polvere sotto il tappeto, si spera che il vento non la sollevi prima del termine della consiliatura.

Fakir prima, questo ragazzo dopo

Fakir prima, questo ragazzo dopo. La lista si allunga senza che la pagina cambi mai colore. Cosenza, come metà dei capoluoghi dell'Italia meridionale e non solo, vive questo paradosso lacerante: una retorica perenne sull'accoglienza e sulla solidarietà paesana che si infrange puntualmente sulla prima emergenza reale. La solidarietà funziona fino a quando è folkloristica, fino a quando si limita alla festa di piazza o al piatto di minestra distribuito a Natale sotto le telecamere. Quando diventa presa in carico sistematica, quando richiede risorse, tempo e soprattutto una disponibilità all'ascolto che rompa i turni di servizio, la macchina si grippa.

Non ci sono eroi in questa storia. E non ci sono nemmeno mostri con il mantello nero. Ci siamo noi, immersi in questo torpore che ci fa accettare come inevitabile ciò che invece è soltanto il risultato di una scelta precisa: la scelta di considerare alcune vite più sacrificabili di altre.

Restano le interviste a quella madre. Restano le parole dette con un italiano incerto ma preciso come una lama. Resta l'immagine di un ragazzo di venticinque anni che ha finito i suoi giorni in un posto dove la vita vale meno del pezzo di carta su cui è scritta la sua richiesta di aiuto. Tra qualche giorno la notizia uscirà dai feed dei giornali online. Gli algoritmi proporranno altro. Un nuovo scandalo, un nuovo video virale, una nuova polemica politica costruita a tavolino per distrarre le masse. E quel foglio protocollato, con la firma in calce inchiostrata male, finirà finalmente in fondo al cassetto. Dove nessuno dovrà più prendersi la briga di leggerlo.
*Documentarista Unical