C’è un telaio invisibile che decide ciò che siamo disposti ad accettare e ciò che ci farebbe scendere in piazza con le torce. Si chiama finestra di Overton. Rappresenta la scatola delle idee politicamente ammissibili in un dato momento. Tutto ciò che sta dentro è normale, tutto ciò che sta fuori è follia. Ma la finestra non è fissa, scorre. Si muove lungo un binario preciso che parte dall’inconcepibile, passa per il radicale, sfiora l’accettabile, si fa sensata, diventa diffusa e alla fine si trasforma in politica ufficiale. Non serve una rivoluzione per spostarla, ma basta spingerla con garbo, uno spiffero alla volta.
Accendete il quadro a un distributore di Lamezia Terme o alla periferia di Roma nord. Nessuno in fila, solo il ronzio sordo dell’asfalto e quel display che macina cifre come un contatore geiger in una zona contaminata: 2,357 euro al litro. Il gestore, al sicuro nel gabbiotto di vetro macchiato, non alza neppure gli occhi dal telefono. Ha smesso di dare spiegazioni tre anni fa. L'automobilista infila la carta, mastica una bestemmia, o più di una, e guarda i numeri scorrere. Si piega. Paga. Riparte.
Ecco la finestra che si incastra sul fondo del binario.

In principio c’era l’inconcepibile: ovvero la soglia dei due euro al litro. Quando fu infranta per la prima volta durante le fiammate energetiche del passato, parve la fine del mondo produttivo, una scossa sismica sulla spesa delle famiglie e sulle flotte dell'autotrasporto. I comizi dell'epoca si nutrivano di quella rabbia. Ci furono video di Giorgia Meloni girati dentro le utilitarie, promesse farlocche di Matteo Salvini scritte col pennarello su lavagne televisive, impegni solenni di abbattere le accise fin dal primo consiglio dei ministri. L'eliminazione dei balzelli, della guerra d'Abissinia, di balzelli vecchi di settant'anni.
Poi la politica è entrata nei palazzi della decisione e il pallottoliere della realtà ha fatto il resto.
Invece di cancellare le accise, il potere ha iniziato a giocarci a dadi. Un balletto di decreti, proroghe mensili, sconti provvisori da poche decine di centesimi concessi come una mancia al popolo per evitare la rivolta, per poi essere riassorbiti non appena le acque si calmavano. I dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy fotografano una traiettoria senza deviazioni. Il riordino fiscale, avviato con la scusa di allineare gradualmente le aliquote del gasolio a quelle della benzina in nome della transizione ecologica, ha trasformato la rimodulazione delle accise in un bancomat di Stato a gettito sicuro. L'aliquota sul diesel sale, lo sconto fiscale scende, la benzina resta ancorata a vertici stellari.
La metamorfosi si è compiuta. L'inconcepibile si è fatto regola. Oggi le notizie sugli ulteriori rincari del carburante o sulle rimodulazioni al rialzo del prelievo fiscale non fanno più notizia in prima pagina, ma galleggiano indisturbate nei brevi di cronaca economica, affogate tra un bollettino sul meteo e le schermaglie sui sondaggi elettorali. Ci siamo abituati alla rapina a goccia. I 2,20 euro al litro, che pochi anni fa avrebbero fatto tremare qualsiasi esecutivo, sono diventati la norma tranquilla con cui si calcola il costo del weekend.

Il capolavoro di ambiguità di questo governo non sta nell'aver aumentato la pressione o ridotto i sostegni, ma sta nel racconto che ne fa. Si adotta la tattica della "moral suasion" con le compagnie energetiche, festeggiando come una vittoria epocale l'introduzione di un “price cap” aziendale a tempo da parte del colosso di Stato. Un tetto di favore fissato a 2,19 euro per il diesel e 1,99 per la verde. È il paradosso perfetto: Palazzo Chigi spaccia per una misura di protezione sociale il blocco temporaneo di un prezzo che fino a poco prima sarebbe stato considerato da usura. Ti vendono la gabbia e ti chiedono di ringraziare perché le sbarre sono state dipinte di fresco.
L'automobilista ingoia la pillola perché la dose è stata somministrata con chirurgica lentezza. Se da un giorno all'altro la benzina fosse passata da un euro e cinquanta a oltre due euro e venti, le piazze si sarebbero riempite di torce e forconi. Invece, la finestra si è aperta uno spiffero alla volta: una crisi geopolitica ad hoc, la fluttuazione del barile, la necessità di fare cassa per la manovra, la retorica del sacrificio necessario, la rimodulazione ambientale. Un micro-aumento questa settimana, una proroga mancata quella successiva.
La verità, spogliata dal maquillage della propaganda, resta scritta sui tabelloni a led che illuminano la notte delle nostre statali. Le casse pubbliche incassano miliardi dal prelievo fisso dell'IVA e delle accise ogni volta che il prezzo industriale sale, mentre le opposizioni - le stesse che quando erano al governo facevano esattamente i medesimi calcoli di bilancio - oggi gridano allo scandalo a favor di camera, pronte a dimenticarsi tutto al prossimo giro di giostra.
La macchina statale ha scoperto un giacimento inesauribile che è la rassegnazione del guidatore italiano. Quel pendolare che ogni mattina deve fare cinquanta chilometri per andare a lavoro e non ha un'alternativa su rotaia, non ha un'auto elettrica da quarantamila euro nel box, non ha la possibilità di scegliere. Deve riempire il serbatoio. Lo sa lui col suo portafogli e lo sa anche chi scrive le norme a Roma.
Mentre l'impugnatura della pistola erogatrice scatta segnalando il pieno, la vera domanda non è quanto pagheremo il gasolio tra sei mesi. La vera domanda è a quale cifra saremo disposti ad assuefarci domani, mentre qualcuno, da una stanza del ministero, fa scorrere ancora un po' il telaio della finestra senza fare rumore.

*Documentarista