Un sessantenne arrivato dalla Toscana racconta in una lettera l'emergenza vissuta in terapia intensiva. Elogia competenza e umanità di medici, infermieri e OSS
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Arrivava dalla Toscana e non immaginava che un'emergenza lo avrebbe trattenuto per due mesi in un letto di terapia intensiva, lontano da casa. Oggi F.C., sessantenne, è stato dimesso. Prima di lasciare Cosenza ha voluto salutare chi lo ha accompagnato nel periodo più difficile della sua vita: il personale del reparto di Rianimazione dell'ospedale cittadino.
Lo ha fatto con una lettera che è insieme un ringraziamento e il racconto di un reparto visto dall'interno. Parla della competenza e della rapidità degli interventi. Parla anche di un clima di squadra in cui, scrive, ogni figura professionale cerca di imparare da quella accanto. Non nasconde i momenti di difficoltà, come i primi giorni in una stanza isolata e qualche incomprensione, perché «non è facile farsi sentire quando si è in difficoltà». La chiude con ironia e affetto, scusandosi per il «sonaglio» che per settimane ha preso il posto della sua voce.
Ecco la lettera
In un momento infelice della mia vita, ho avuto l'opportunità di conoscere una realtà che non immaginavo: il reparto di rianimazione dell'ospedale di Cosenza.
A vederlo dall'esterno è come una famiglia di professionisti dedita alla soluzione di problemi seri, che sconfinano tra la vita e la morte.
Ho visto tanto entusiasmo, competenza e senso di responsabilità nell'affrontare le complesse problematiche che si prospettavano di volta in volta. Una velocità incredibile nel realizzare le soluzioni, unita a tanta umanità.
Unico al mondo il fatto che ogni settore era interessato al settore limitrofo, gli OSS all'infermieristica, gli infermieri al settore medico, veramente una sete di sapere.
Da ringraziare il Prof. Bruni per una impostazione così moderna.
Mi trovavo inizialmente in una stanza isolata, da qui è partito qualche screzio perché non è facile farsi sentire quando si è in difficoltà.
Poi sono passato nello stanzone e ho ricevuto l'apprezzamento di tutti, sono quasi diventato la loro mascotte.
Resta un fondo di nostalgia ora che vado via dopo due mesi. Ho conosciuto alcune belle persone, dalle quali ho imparato tanto. Spero di rivederle presto in un contesto più... piacevole.
Comunque sia tutti si sono dedicati alla mia guarigione con una grande professionalità.
Mi scuso per il sonaglio che ha sostituito la mia voce.
Vi voglio bene tutti, a presto.
F.C.
La sanità calabrese finisce spesso in cronaca per carenze, attese e fughe verso le strutture del Nord. Quella di F.C. è una storia al contrario: un paziente arrivato dal Centro-Nord che in Calabria ha trovato cure efficaci e un'accoglienza umana. Lo dice senza retorica, ammettendo anche le fatiche.
Il passaggio più significativo riguarda forse l'organizzazione. F.C. ha visto un reparto dove la collaborazione tra operatori socio-sanitari, infermieri e medici diventa scambio continuo di competenze. Il merito di questa «impostazione moderna» viene attribuito esplicitamente al Prof. Bruni, alla guida della struttura.
Resta poi l'immagine del «sonaglio». Per chi non può parlare in terapia intensiva, un piccolo segnale sonoro diventa l'unico modo per chiamare aiuto e farsi capire. Scusarsene, a guarigione avvenuta, è il segno di un rapporto che è andato oltre la cura. «Sono quasi diventato la loro mascotte», scrive. E saluta tutti con un arrivederci, sperando che la prossima volta sia per un caffè e non per una corsia d'ospedale

