Il gip Fabiana Giacchetti ricostruisce il ruolo di Vincenzo Curia, indicato come intermediario in vista delle amministrative del giugno 2024. Al centro della contestazione le promesse di assunzioni e il sostegno elettorale al sindaco di Corigliano Rossano
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Un sostegno elettorale da assicurare con discrezione, senza esporsi pubblicamente, in cambio della promessa di una sistemazione lavorativa per sé e per i familiari. È il presunto accordo tra Annibale Matalone e Flavio Stasi, con la mediazione attribuita a Vincenzo Curia, ricostruito nel capo 7 dell’ordinanza cautelare del blitz antimafia nella Sibaritide. La contestazione è quella di scambio elettorale politico-mafioso e riguarda le amministrative del giugno 2024, concluse con la rielezione di Stasi a sindaco di Corigliano Rossano.
Secondo la ricostruzione accolta dal gip di Catanzaro Fabiana Giacchetti, Matalone si sarebbe impegnato a raccogliere consensi in favore del candidato in cambio della promessa di assunzioni presso il Comune, il cimitero o enti collegati all’amministrazione. A tenere i contatti sarebbe stato Curia, indicato come il tramite attraverso il quale sarebbero passate le richieste e le interlocuzioni. Il giudice ritiene che il materiale investigativo integri un quadro di gravità indiziaria a carico dei tre, le cui responsabilità dovranno essere accertate nel corso del procedimento penale.
Quando parte l’indagine
La ricostruzione prende le mosse da un pranzo del 6 maggio 2024. Manca circa un mese al voto quando Matalone, Curia e Antonio Mingrone discutono all’interno di un ristorante. È Curia, secondo quanto emerge dalla conversazione intercettata, a riferire dell’interesse di Stasi a contattare Matalone in vista delle elezioni. Quest’ultimo manifesta la propria disponibilità, accompagnandola però alla richiesta di una prospettiva lavorativa concreta: «Glieli raccogliamo parecchi voti e vediamo se si mette a disposizione, però deve essere sicuro».
Il primo riferimento è al cimitero, dove Curia prospetta la possibilità di nuove assunzioni. Matalone considera quella sistemazione particolarmente allettante per la stabilità che, a suo giudizio, potrebbe garantire e per la possibilità, da lui immaginata, di lasciare un domani il posto al figlio. Quando si dice disposto ad accontentarsi anche di un piccolo impiego, Curia richiama le relazioni con i marmoristi e con gli altri operatori della struttura. Un passaggio che il provvedimento interpreta come interesse anche per le attività economiche collegate al cimitero.
Durante lo stesso pranzo viene affrontato il tema dei rapporti con il sindaco. Curia racconta che Stasi conosceva Matalone e aveva il suo numero di telefono. Sostiene inoltre di averlo fermato mentre si accingeva a contattarlo per prendere un caffè, ritenendo rischioso utilizzare il telefono. Una cautela condivisa da Matalone. Si tratta, va precisato, di un episodio riferito da Curia agli interlocutori: nell’estratto dell’ordinanza non compare una registrazione diretta di quel dialogo con Stasi.
Matalone descrive invece rapporti limitati con il primo cittadino. Afferma di averlo già sostenuto elettoralmente e di avergli procurato alcuni voti, ma ricorda soprattutto un’interlocuzione per la realizzazione di un muretto destinato a deviare le acque piovane nei pressi della propria abitazione. Richiama poi l’amicizia con l’ex sindaco di Rossano Tonino Caracciolo, ipotizzando che possa essere stato lui a parlare di sé a Stasi. Anche questo riferimento resta una supposizione espressa da Matalone nel corso della conversazione.
Il presunto incontro con Stasi
La sera del 6 maggio Mingrone torna sull’argomento parlando con i familiari. Il suo racconto viene valorizzato nell’ordinanza come riscontro del colloquio avvenuto a pranzo. Riferisce della prospettiva di un incontro con Stasi e delle richieste lavorative che Matalone avrebbe voluto avanzare per il figlio e per lo stesso Mingrone. Nei discorsi compaiono possibili impieghi al cimitero e presso Ecoross, insieme all’aspettativa che una sistemazione possa arrivare prima delle elezioni.
Dieci giorni dopo, il 16 maggio, gli investigatori ricostruiscono un ulteriore contatto attraverso una telefonata e le immagini di videosorveglianza. Matalone chiama Curia, che gli indica di raggiungerlo vicino alla sede del comitato elettorale di Stasi, in via Telesio. Le telecamere documentano la presenza nella zona di Curia e del sindaco e, successivamente, un colloquio tra Curia e Matalone sul lato opposto della strada rispetto al comitato. Stasi viene ripreso mentre si allontana e saluta gli astanti.
Le immagini descritte nel provvedimento non documentano il contenuto di un accordo né un colloquio diretto tra Stasi e Matalone. Il gip le considera però un elemento di riscontro agli spostamenti e ai contatti emersi dalle intercettazioni, inserendole nella valutazione complessiva del presunto patto.
Le richieste a Stasi
Il sostegno elettorale viene rivendicato da Matalone il 21 maggio, durante una conversazione con altri interlocutori. Dice di aver raccolto una ventina di voti per Stasi e di essersi confrontato con lui su alcune questioni. Nello stesso dialogo mostra tuttavia consapevolezza dei limiti delle possibili assunzioni, interrogandosi su quali posti il sindaco potrebbe effettivamente offrire. L’aspettativa viene riassunta nella richiesta di «un occhio di riguardo», da tradurre in un’opportunità lavorativa qualora se ne presenti l’occasione.
Nelle settimane successive, secondo la lettura del giudice, arrivano ulteriori riscontri dell’attività di propaganda svolta da Matalone. Alla vigilia del voto, alcuni presenti in un salone di parrucchiere raccontano che aveva invitato a sostenere Stasi. Il 9 giugno viene invece intercettato mentre illustra a Vincenzo Arturi un facsimile di scheda elettorale, indicando il candidato sindaco e un aspirante consigliere della coalizione.
Il sospetto patto elettorale
L’ultimo passaggio richiamato risale all’11 giugno, quando le urne hanno già consegnato a Stasi il secondo mandato. Parlando con la moglie, Matalone rivendica di essersi impegnato in maniera riservata e torna sul fatto di essere stato mandato a chiamare. Per il gip, anche questa conversazione contribuisce a sostenere l’ipotesi che il procacciamento dei voti fosse collegato alle richieste di impiego.
È dunque dalla lettura congiunta delle intercettazioni, dei contatti e dell’attività elettorale che il giudice ricava i gravi indizi del presunto scambio elettorale politico-mafioso. Nei passaggi investigativi, tuttavia, non è stata documentata un’assunzione effettivamente ottenuta in esecuzione dell’accordo contestato dalla Dda di Catanzaro. Per chi ha giudicato dal punto di vista cautelare il nucleo dell’accusa rimane la promessa di utilità lavorative in cambio del sostegno elettorale, che il gip Giacchetti ritiene intervenuta attraverso la mediazione di Curia.



