Nel 2024 il Pil calabrese è ancora ai livelli del 1996-1997 e la regione ha perso oltre 200mila abitanti dal 1951. Il docente dell’Unical indica le cure per invertire la rotta: scuola, imprese più forti e ricerca collegata alla produzione. Ma la finestra per cambiare rotta è ancora aperta
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Una Calabria che nel 2024 produce quanto produceva a metà degli anni Novanta. Una regione che dal 1951 ha perso oltre duecentomila abitanti e continua a veder partire i suoi giovani migliori. Sono i numeri dell'ultima ricostruzione Istat, e sarebbe facile leggerli come una sentenza. Francesco Aiello, economista dell'Università della Calabria, li legge invece come una diagnosi: severa, a tratti spietata, ma una diagnosi è il punto da cui comincia ogni cura.
Il professore non usa giri di parole. Parla di un sistema «quasi in fin di vita», di una «falsa terziarizzazione» che ci fa somigliare alle economie avanzate solo in apparenza, di uno Stato che spende molto ma costruisce poco. Eppure, in ogni risposta, torna la stessa convinzione: il declino della Calabria «non è un destino inevitabile». La finestra per invertire la rotta esiste ancora, a patto di avere il coraggio di smettere di difendere l'esistente e cominciare a trasformarlo.
È questo il cuore della sua proposta: una scuola migliore come investimento sul futuro, imprese che crescono e fanno rete, università che dialogano davvero con chi produce. E soprattutto una responsabilità che non può essere delegata solo a Roma o alla Regione, ma chiama in causa imprenditori, sindacati, atenei e classe dirigente. Perché, come ricorda Aiello, il problema dei problemi è un'economia che non riesce a creare abbastanza futuro per chi ci vive. E il futuro, in Calabria, va costruito adesso, prima che a costruirlo altrove siano i nostri figli.
Professore Aiello, lei parla di un sistema «quasi in fin di vita». Quale dato tra quelli pubblicati di recente dall'Istat la preoccupa di più e perché?
Il dato che preoccupa di più è quello relativo al PIL. Nel 2024 l'economia calabrese produce ancora circa il 12% in meno rispetto al 2007. Ma c'è un aspetto ancora più significativo: il livello del PIL regionale è sostanzialmente quello del 1996-1997. Significa che, dopo quasi trent'anni, il volume complessivo della produzione regionale è rimasto sostanzialmente invariato.
Questo dato racconta molto più di una lunga crisi economica. Ci dice che la Calabria non è riuscita a costruire una capacità di crescita sufficientemente solida e duratura. Le recessioni hanno certamente inciso, ma il problema è che, quando le condizioni macroeconomiche migliorano, l'economia regionale fatica a recuperare quanto ha perduto.
La preoccupazione riguarda soprattutto la persistenza della struttura produttiva. Continuiamo ad avere un'economia caratterizzata da una base industriale molto debole, da imprese prevalentemente piccole e da attività spesso rivolte alla domanda locale. È un sistema che fatica a generare nuove attività, accrescere la produttività e creare opportunità di lavoro qualificato.
Senza una trasformazione del sistema produttivo, anche le fasi di crescita rischiano di rimanere episodiche, senza tradursi in un percorso di sviluppo duraturo.
Cosa intende per «falsa terziarizzazione»? In che modo il peso dei servizi in Calabria si differenzia da quello di un'economia moderna?
La nuova ricostruzione Istat mette in evidenza un fenomeno molto interessante. Nel 2024 la quota degli occupati nei servizi in Calabria è ormai sostanzialmente allineata a quella nazionale. Ma questa somiglianza nasconde strutture produttive profondamente differenti. In Calabria l'industria occupa poco più del 15% dei lavoratori, quasi dieci punti percentuali meno della media italiana. Se consideriamo soltanto il settore manifatturiero, la distanza risulta ancora più marcata.
Il punto è che non tutte le economie terziarizzate sono uguali. Nelle economie avanzate, una parte importante dei servizi è costituita da attività ad alta produttività e intensità di conoscenza: informatica, ricerca, progettazione, consulenza tecnologica, servizi avanzati alle imprese. Sono attività che spesso crescono insieme all'industria, ne sostengono l'innovazione e competono sui mercati internazionali.
In Calabria, invece, la composizione del terziario riflette anche la debolezza della base industriale. È questo che intendo per falsa terziarizzazione: abbiamo raggiunto una composizione dell'occupazione e del valore aggiunto apparentemente simile a quella delle economie più sviluppate, senza averne costruito la stessa capacità produttiva.
Non dobbiamo scegliere tra industria e servizi. Dobbiamo sviluppare un sistema nel quale manifattura, servizi avanzati, ricerca e innovazione si rafforzino reciprocamente. La modernizzazione dell'economia dipende dalla qualità e dai collegamenti tra le attività produttive, non semplicemente dalla quota di occupati nel terziario.
Lei critica «molto Stato che non fa quello che dovrebbe fare». Quali funzioni pubbliche andrebbero rafforzate e quali spese andrebbero invece tagliate o ripensate?
La questione non è soltanto quanto Stato abbiamo, ma che cosa fa lo Stato. Possiamo avere un intervento pubblico molto esteso nella distribuzione delle risorse e, contemporaneamente, insufficiente o inefficace nella costruzione dei fattori che rendono possibile lo sviluppo.
Una seria politica pubblica di sviluppo deve rafforzare la qualità dei beni e dei servizi pubblici fondamentali: istruzione, ricerca, infrastrutture, efficienza amministrativa e capacità delle istituzioni di programmare e valutare gli interventi. Sono queste le condizioni che consentono alle imprese di investire, innovare e crescere. Il settore pubblico deve contribuire a favorire lo sviluppo di competenze, conoscenze e condizioni produttive che le singole imprese non sono necessariamente in grado di generare autonomamente.
Quanto alla spesa da ridurre o ripensare, partirei sicuramente dagli sprechi e dalle inefficienze della pubblica amministrazione e dagli incentivi che si limitano a sostenere attività già esistenti senza modificarne le prospettive. Non tutti gli incentivi sono inutili, naturalmente. Ma dobbiamo verificare se producono investimenti aggiuntivi, innovazione, crescita dimensionale delle imprese e nuove opportunità produttive.
La differenza è fondamentale: una politica può distribuire risorse e preservare la ricchezza esistente senza contribuire significativamente alla creazione di nuove opportunità di crescita.
Non propongo quindi tagli indiscriminati, ma un cambiamento delle priorità, una revisione selettiva della spesa e dei criteri di valutazione. Il successo di una politica pubblica non dovrebbe essere misurato da quanto riesce a spendere, ma dai cambiamenti economici e sociali che riesce a produrre.
Lei invoca terapie d'urto «violente». In concreto, quali sarebbero le prime due o tre misure da adottare, e chi dovrebbe avere il coraggio politico di attuarle?
Quando parlo di terapie d'urto, intendo una discontinuità radicale nelle priorità, non interventi improvvisati. Il problema della Calabria è che da troppo tempo cerchiamo di correggere gli effetti di una struttura produttiva debole senza intervenire abbastanza sulle cause che la rendono persistente.
La prima priorità sarebbe una riforma profonda del sistema formativo, che rientra nelle competenze del Governo nazionale. La questione, del resto, non riguarda soltanto la Calabria: le difficoltà di crescita della nostra regione sono particolarmente gravi, ma si inseriscono in un quadro di debolezza economica che interessa l'intero Paese. Dobbiamo migliorare la qualità della scuola fin dai primi anni, rivedere i meccanismi di reclutamento degli insegnanti, valorizzarne il merito e prevedere retribuzioni più elevate, rafforzando al tempo stesso le competenze fondamentali degli studenti. Valuterei anche la possibilità di introdurre un primo biennio comune nella scuola secondaria superiore, per consolidare le competenze trasversali e rinviare parte della specializzazione al triennio successivo. In Calabria come nel resto d'Italia, una scuola migliore non è soltanto una politica sociale: è un investimento nella produttività futura dell'economia.
Parliamo della seconda priorità.
Riguarda la struttura produttiva. Occorre favorire la crescita delle imprese, l'innovazione e la formazione di nuove filiere. Non basta finanziare un investimento isolato: dobbiamo creare le condizioni perché quell'investimento ne generi altri, attivi nuovi fornitori, richieda competenze qualificate e rafforzi i collegamenti tra settori. L'agroindustria calabrese offre un esempio concreto delle opportunità di crescita delle imprese e di sviluppo di nuove filiere produttive.
La terza priorità?
È rafforzare il rapporto tra ricerca e sistema produttivo. Nonostante i tanti proclami, il trasferimento tecnologico dalle università e dai centri di ricerca alle imprese calabresi è ancora in una fase embrionale. Il problema riguarda entrambi i versanti: la ricerca produce spesso conoscenze complesse, non immediatamente traducibili in applicazioni economiche, mentre molte imprese non dispongono delle competenze e delle risorse necessarie per assorbirle e utilizzarle. Il trasferimento tecnologico non si realizza semplicemente mettendo in contatto università e imprese: richiede investimenti, competenze specialistiche e una collaborazione continuativa tra chi produce conoscenza e chi può trasformarla in innovazione.
Chi dovrebbe attivare tutto ciò?
Il Governo nazionale, per le riforme della scuola e le politiche generali della ricerca; la Regione, per attivare politiche di sviluppo complementari a quelle centrali e per contribuire al coordinamento degli interventi; ma anche le imprese, i sindacati, le università e le altre istituzioni intermedie. Il punto decisivo è che questi soggetti condividano una strategia di sviluppo di medio-lungo periodo, con priorità chiare, responsabilità definite e obiettivi verificabili. Senza questa visione comune, gli interventi continueranno a essere frammentati e prevalentemente orientati a fronteggiare le emergenze, anziché a modificare le condizioni strutturali che le producono.
Su quest'ultimo punto è importante essere chiari.
Le organizzazioni economiche e sociali non possono limitarsi a chiedere finanziamenti, difendere attività esistenti o gestire le conseguenze delle crisi. Devono assumere un ruolo attivo nell'individuazione delle priorità di sviluppo e impegnarsi concretamente nella loro realizzazione, superando una logica prevalentemente difensiva e di breve periodo.
La vera terapia d'urto consiste, quindi, nel passare dalla salvaguardia del sistema produttivo esistente a un'azione capace di trasformarlo in profondità.
Inverno demografico e fuga dei giovani: esiste ancora una finestra di tempo per invertire la tendenza, o il calo della popolazione rischia di diventare irreversibile?
I nuovi dati dell'Istat mostrano che la Calabria aveva oltre due milioni di residenti nel 1951, mentre nel 2024 ne conta poco più di 1,8 milioni. È una perdita di popolazione che affonda le radici nei persistenti flussi migratori in uscita, alimentati anche dalla difficoltà dell'economia regionale di offrire opportunità di lavoro e prospettive di vita adeguate.
Oggi lo spopolamento assume caratteristiche ancora più preoccupanti. L'emigrazione, soprattutto quella giovanile, non determina soltanto una perdita immediata di popolazione, ma contribuisce anche alla riduzione delle nascite e all'invecchiamento demografico. Allo stesso tempo, la partenza dei giovani impoverisce il territorio di competenze e capitale umano, indebolendo ulteriormente le possibilità di crescita dell'economia regionale.
Esiste ancora una finestra per intervenire?
Sì, ma bisogna essere realistici. Ridurre l'emigrazione giovanile avrebbe effetti positivi non soltanto sulla popolazione residente, ma anche sulle nascite e sulle prospettive economiche della regione. Tuttavia, dopo decenni di spopolamento e invecchiamento, un'inversione della tendenza demografica richiederebbe tempo. Per questo, la priorità è creare opportunità di lavoro e prospettive di vita che inducano i giovani a restare, favoriscano il ritorno di chi è partito e attraggano nuovi residenti.
C'è un'altra dimensione da considerare: l'immigrazione dall'estero. L'arrivo di persone provenienti da altri Paesi può contribuire a contrastare lo spopolamento, ma occorre distinguere tra accoglienza e integrazione. L'accoglienza è il primo passo; l'integrazione richiede che le persone possano lavorare, accedere ai servizi, costruire relazioni sociali e progettare stabilmente il proprio futuro nel territorio.
Non basta, quindi, che nuovi residenti arrivino in Calabria.
Devono trovare ragioni concrete per restarvi. Senza un sistema produttivo capace di offrire opportunità di lavoro e reddito, anche l'immigrazione rischia di diventare un fenomeno di passaggio, anziché contribuire stabilmente alla vita economica e sociale della regione.
C'è un circolo vizioso che dobbiamo interrompere: la debolezza produttiva alimenta l'emigrazione, che sottrae al territorio competenze e capacità di sviluppo. Non è un destino inevitabile, ma neppure un processo che possiamo contrastare con misure occasionali.
Senza una radicale trasformazione del sistema produttivo, la Calabria continuerà a perdere giovani, competenze e opportunità di sviluppo. Perché il problema dei problemi è un'economia che non riesce a creare abbastanza futuro per chi ci vive.

