Il Veneto scrive una pagina destinata a lasciare il segno nella storia delle istituzioni italiane. Il Consiglio regionale ha approvato la legge che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito: 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. È la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ma soprattutto è la prima governata dal centrodestra ad approvare una normativa sul tema. Un risultato politicamente significativo perché maturato attraverso un voto trasversale, con una parte della maggioranza di centrodestra e le opposizioni a convergere su una questione che attraversa coscienze, convinzioni etiche e appartenenze politiche.

Al centro della vicenda c’è Luca Zaia, per molti anni presidente della giunta regionale, oggi presidente del Consiglio regionale veneto, che da anni sostiene la necessità di dare una risposta a chi vive condizioni di sofferenza estrema. La proposta era già stata bocciata nel gennaio 2024 per un solo voto. Oggi è diventata legge. «Il Parlamento dei Veneti ha scelto di non voltarsi dall’altra parte», ha detto Zaia, definendo il voto un atto di responsabilità e sottolineando come il confronto abbia saputo mettere le persone davanti alle appartenenze politiche.

La legge, va precisato, non introduce un nuovo diritto al suicidio medicalmente assistito, ma organizza procedure e tempi nell’ambito delineato dalla Corte costituzionale. Il testo prevede anche un rafforzamento del ruolo delle cure palliative e della valutazione bioetica.

Ed è proprio qui che la vicenda veneta diventa una domanda politica anche per la Calabria. A porla è Domenico Bevacqua, già capogruppo del Pd in Consiglio regionale, ricordando che la Calabria avrebbe potuto essere tra le prime Regioni a intervenire: nel 2022 il gruppo dem aveva presentato una proposta di legge sul fine vita.

«Basterebbe recuperarla», sostiene Bevacqua, denunciando il continuo rinvio di una discussione che riguarda diritti, dignità e sofferenza delle persone. Il confronto, dunque, è riaperto. Il Veneto dimostra che su una materia tanto delicata destra e sinistra possono trovare un terreno comune, senza rinunciare alle proprie convinzioni. Non è una battaglia di partito. È una questione di responsabilità istituzionale. E forse la lezione più importante è proprio questa: quando la politica riesce a mettere la persona prima dello steccato ideologico, può ancora dimostrare di essere una cosa bella.