Da settimane vive per strada, a Rende. Ha trentatré anni, cerca un lavoro e chiede soltanto la possibilità di tornare a condurre un'esistenza che abbia almeno i contorni della normalità. Ha bussato a diverse porte, ha cercato un'occupazione, ha provato a ricostruire, con gli strumenti che ancora possiede, una vita già profondamente incrinata. Persino la ricerca di un lavoro, però, sembra essersi trasformata in un ulteriore ostacolo: dichiarare la propria condizione significa esporsi al pregiudizio, mentre nasconderla equivale a cominciare un eventuale rapporto di lavoro sotto il peso di una verità taciuta. Alle spalle rimane una famiglia con la quale i rapporti si sono deteriorati al punto da rendere quella porta, pur geograficamente vicina, estranea alla possibilità del ritorno.

È questa circostanza, più ancora della precarietà materiale, a lasciare una ferita difficile da ricomporre. Perdere una casa può essere la conseguenza di una crisi economica, di un lavoro venuto meno, di una serie di circostanze sfavorevoli che si concatenano fino a produrre una condizione dalla quale diventa arduo risollevarsi. Perdere, nello stesso tempo, il luogo umano nel quale poter tornare, quando tutto il resto viene meno, significa invece precipitare in una dimensione assai più profonda, nella quale la povertà diventa una forma di estraneità dal mondo.

È questo il pensiero che una storia simile dovrebbe lasciare in chi la legge attraverso le pagine dei giornali: la consapevolezza che dietro l'immagine di un giovane costretto a trascorrere la notte per strada può celarsi una questione molto più vasta, che riguarda una generazione intera e la progressiva dissoluzione dei suoi punti di riferimento.

La domanda, allora, diventa inevitabile: che cosa rimane a un ragazzo quando vengono meno le persone, i luoghi e le certezze attraverso i quali aveva imparato a riconoscersi?

La nostra epoca ha ampliato smisuratamente gli spazi della libertà individuale, mentre le coordinate attraverso le quali quella libertà poteva essere esercitata si sono fatte sempre più incerte. Ai giovani viene domandata autonomia in un contesto nel quale l'indipendenza economica appare spesso rinviata indefinitamente; viene richiesta capacità di affermazione personale mentre il lavoro si fa precario, l'abitazione proibitiva, il futuro difficilmente programmabile; viene imposta una continua esposizione di sé in una società nella quale il confronto con gli altri ha assunto proporzioni quasi ossessive.

Si è così prodotto un paradosso doloroso: una generazione continuamente connessa e, nello stesso tempo, frequentemente incapace di trovare un luogo nel quale sentirsi veramente accolta.

La solitudine contemporanea raramente ha l'aspetto spettacolare che immaginiamo. Può abitare una stanza, un appartamento condiviso, una casa piena di persone. Può nascondersi dietro una giornata di lavoro, dietro un esame universitario, dietro una relazione sentimentale, dietro una fotografia sorridente pubblicata sui social network. Può convivere con una rubrica telefonica piena di nomi e con centinaia di persone pronte a reagire a una fotografia. Eppure, quando arriva la notte, può accadere che non esista nessuno da chiamare. Questa è forse la forma più radicale della solitudine: sapere di poter raggiungere moltissime persone e non sapere a chi affidare la parte più fragile di se stessi.

I giovani stanno crescendo dentro questa contraddizione. Sono stati educati all'autonomia, alla competizione, alla realizzazione individuale, alla necessità di costruire un'identità riconoscibile e spendibile; assai meno frequentemente hanno ricevuto gli strumenti interiori per affrontare il fallimento, la perdita, l'incertezza, l'umiliazione, la sensazione di essere rimasti indietro rispetto agli altri. Esattamente come proponeva Pasolini: insegnare ai giovani la sconfitta.

La società contemporanea ha costruito una vera e propria pedagogia del successo. Il fallimento, invece, è rimasto senza linguaggio. Eppure ogni esistenza conosce il fallimento. Prima o poi, nella vita, si cade, inevitabilmente. Ogni vita, prima o poi, incontra una stagione nella quale le cose non procedono secondo il disegno immaginato. Si perde un lavoro, si interrompe un rapporto, si abbandona un progetto, si accumulano debiti, ci si accorge di avere sbagliato strada. La differenza, spesso decisiva, consiste nella possibilità di attraversare quella stagione sapendo che qualcuno sarà ancora lì. È precisamente qui che torna la famiglia.

In Italia la famiglia viene invocata continuamente come una delle fondamenta della società. La parola attraversa i discorsi politici con una frequenza quasi rituale, viene utilizzata come simbolo, come categoria identitaria, come elemento della propaganda e della rappresentazione pubblica. Si parla di famiglia con grande solennità; assai meno frequentemente ci si interroga su ciò che dovrebbe accadere, concretamente, dentro una famiglia quando un figlio smette di corrispondere alle aspettative.

Perché la famiglia reale è infinitamente più complessa di quella evocata nei discorsi pubblici. È fatta di affetti, certamente, ma anche di incomprensioni, aspettative, conflitti, silenzi, paure, ricatti emotivi, sacrifici, rinunce e - talvolta - ferite che gli anni, anziché guarire, hanno reso più profonde. Proprio per questo motivo dovrebbe essere considerata nella sua funzione più alta. Una famiglia necessita d'essere il primo luogo nel quale una persona dovrebbe poter fallire senza sentirsi definitivamente perduta.

Un figlio dovrebbe poter attraversare la propria esistenza con la certezza che l'amore dei genitori non è subordinato alla sua riuscita. Dovrebbe poter tornare a casa dopo avere sbagliato. Dovrebbe poter ammettere di avere perso. Dovrebbe poter pronunciare la frase più difficile per qualsiasi essere umano — «ho bisogno di aiuto» — senza temere che quella confessione venga trasformata in un'accusa. Questa dovrebbe essere la famiglia.

Un cerchio stretto intorno ai propri figli, capace di raccogliere ciò che fuori viene disperso. Talvolta, proprio la famiglia può diventare il luogo nel quale quel cerchio si trasforma in una barriera. È uno dei paradossi più dolorosi dell'educazione contemporanea. Nel tentativo di proteggere i figli dalle difficoltà della vita, alcuni genitori finiscono per sottrarre loro la possibilità di diventare realmente se stessi. Le scelte vengono orientate fino a diventare prescrizioni; le aspettative assumono la forma di obblighi morali; la paura che il figlio possa soffrire si trasforma nella pretesa di stabilirne il percorso.

Si arriva così a una concezione dell'amore nella quale il figlio viene accolto finché rimane dentro il perimetro previsto. Quando se ne allontana, il rapporto si incrina. È un errore profondo. Un figlio non è il custode dei desideri dei propri genitori. Non è il risarcimento delle loro occasioni perdute. Non è il prolungamento della loro biografia. Non è chiamato a vivere affinché qualcun altro possa riconoscersi nella sua vita.

La genitorialità autentica possiede una forma assai più difficile: consiste nel preparare qualcuno alla libertà sapendo che quella libertà, prima o poi, potrà condurlo lontano da noi. Per questo la famiglia dovrebbe avere radici profonde e porte larghe. Dovrebbe consentire al figlio di partire senza trasformare la partenza in un abbandono e dovrebbe permettergli di tornare senza trasformare il ritorno in una sconfitta. È questa la sottile differenza fra proteggere e possedere. E proprio quando questa differenza viene smarrita, la famiglia può diventare uno degli ostacoli più dolorosi alla crescita dei figli. La nostra società, del resto, ha un rapporto singolare con l'età adulta. Ai giovani viene chiesto di essere responsabili molto prima che siano messi nelle condizioni di esserlo davvero. Devono essere economicamente indipendenti in un'economia nella quale il lavoro stabile è sempre meno garantito. Devono costruire una casa, mentre il costo dell'abitare rende spesso proibitivo il progetto di autonomia. Devono mostrarsi sicuri di sé in un'epoca che sottopone ogni individuo a un confronto permanente con gli altri.

L'età adulta, per molti, è diventata una soglia continuamente rinviata. E nel frattempo si resta sospesi. Sospesi fra ciò che la famiglia si aspetta e ciò che la società consente. Sospesi fra il desiderio di partire e l'impossibilità economica di farlo. Sospesi fra la necessità di chiedere aiuto e la vergogna di ammettere di averne bisogno. È in questa sospensione che la solitudine può diventare devastante. Perché un giovane che non possiede riferimenti rischia di cercarne ovunque. Nel gruppo sbagliato, nell'illusione del successo facile, nella dipendenza dall'approvazione altrui, in relazioni che promettono appartenenza e finiscono per esercitare controllo. Quando manca una comunità capace di offrire senso, qualunque comunità può apparire come una risposta.

Per questo la solitudine giovanile non è una faccenda privata. È una questione civile. Riguarda la famiglia, certamente, ma anche la scuola, il lavoro, la politica, le istituzioni, il quartiere, la città. Riguarda la capacità complessiva di una società di riconoscere la vulnerabilità prima che essa si trasformi in marginalità.

La vicenda di Rende è dolorosa proprio perché palesa, visibilmente, ciò che di solito rimane invisibile. Un uomo giovane può trascorrere settimane ai margini della città, mentre la città continua la propria vita. Le persone attraversano le strade, i negozi aprono, le automobili passano, gli uffici lavorano, le giornate si susseguono secondo il loro ritmo consueto. Nel frattempo, qualcuno cerca semplicemente un luogo nel quale dormire e un'occasione che gli permetta di ricominciare. "Ricominciare". Ricominciare dovrebbe essere un diritto di tutti.

La marginalità, spesso, comincia così: attraverso una progressiva sottrazione alla vista degli altri. Prima si perde la sicurezza. Poi la stabilità. Poi la fiducia. Infine, la percezione di appartenere ancora alla comunità. E quando una persona arriva a quel punto, l'intervento deve essere necessariamente molto più complesso, perché occorre restituirle contemporaneamente una condizione materiale e una collocazione umana.

È questo che rende il lavoro tanto importante nella storia di quel giovane. Un'occupazione non rappresenterebbe soltanto una fonte di reddito. Sarebbe il primo mattone di una ricostruzione personale. Significherebbe tornare a sentirsi utili, necessari, riconoscibili; poter immaginare una stanza, un affitto, una quotidianità, una prospettiva. Significherebbe soprattutto interrompere quella spirale nella quale la perdita della casa impedisce di trovare lavoro e la mancanza di lavoro impedisce di recuperare una casa.

Una società degna di questo nome dovrebbe possedere gli strumenti per spezzare questa spirale prima che diventi irreversibile. Ma accanto alle risposte istituzionali esiste una responsabilità più intima, che riguarda il modo nel quale guardiamo i giovani. Dovremmo smettere di considerarli adulti soltanto quando chiediamo loro di sopportare le conseguenze delle proprie difficoltà. Dovremmo riconoscere che la maturità non coincide con l'invulnerabilità e che la capacità di chiedere aiuto può rappresentare, al contrario, una delle forme più autentiche di consapevolezza. Soprattutto, dovremmo restituire dignità al concetto di dipendenza affettiva reciproca.

Abbiamo esaltato per decenni l'individuo autosufficiente, capace di costruire da solo il proprio destino, quasi che il bisogno degli altri costituisse una diminuzione. Eppure nessuna esistenza è realmente autosufficiente. Tutti attraversiamo stagioni nelle quali abbiamo bisogno di qualcuno che ci sostenga. La civiltà consiste anche nel costruire relazioni nelle quali questa vulnerabilità possa essere accolta.

La storia del giovane di Rende dovrebbe, dunque, interrogarci molto più profondamente della semplice solidarietà che, inevitabilmente, suscita. Dovrebbe indurci a domandarci quanti ragazzi, prima di arrivare sulla strada, abbiano già attraversato una lunga stagione di solitudine. Quanti abbiano smesso di parlare perché nessuno ascoltava davvero. È forse questo il pensiero più amaro che quella vicenda consegna alla nostra coscienza. Quanti giovani stanno crescendo con la sensazione di non avere più un posto nel quale tornare? È questa la domanda alla quale dovremmo rispondere prima che la loro solitudine diventi visibile soltanto quando li incontriamo per strada.