Da Buggerru all’autunno caldo fino alla mobilitazione al Circo Massimo del 2002: un viaggio nella storia delle lotte sociali italiane, tra conquiste del lavoro, nuove forme di precarietà e un disagio crescente
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L’odore dell’asfalto umido alle sette del mattino di un giorno d’autunno, a Piazza della Repubblica o lungo i viali delle grandi periferie industriali, non cambia mai. Cambiano le giacche, le facce, i loghi sulle pettorine. Ma l’aria ha sempre quella densità fitta, carica di caffè inghiottito in fretta e fumo di sigarette spente sui marciapiedi prima di mettersi in marcia. C’era un fischietto stonato che provava a dare il tempo a un gruppo di ragazzi, mentre poco più in là un delegato sindacale con la barba grigia si sistemava la cinghia del megafono sulla spalla, come una vecchia bisaccia da lavoro. L’Italia delle mobilitazioni comincia sempre così, da un dettaglio minimo, da una presenza vigile prima che la folla diventi massa, prima che la cronaca da talk show la riduca a mero dato di colore o a un ingorgo del traffico cittadino.
C’è modo e modo di guardare la piazza. C’è lo sguardo predatore dei teleobiettivi a caccia della provocazione, dello scontro visivo, del dettaglio pittoresco da sparare in prima pagina. E poi c’è l’ascolto profondo, quello che cerca di azzerare la distanza accademica senza svendere il rigore del metodo. Lì, sul ciglio della strada, capisci subito che uno sciopero non è una rappresentazione formale, una farsa a beneficio delle telecamere o un pigro rituale d'autunno. È una strategia di sopravvivenza pragmatica. È un’architettura mentale necessaria a ricomporre la frattura tra l’uomo e l’abisso. Quella crepa profonda che ogni giorno separa chi lavora dalla possibilità vera di incidere sul proprio tempo, di rivendicare ciò che Ernesto de Martino chiamava “l’esserci nel mondo”.
La storia di queste fratture non è nata nelle stanze condizionate delle segreterie politiche, ma è nata nella polvere e nel sangue dei minatori di Buggerru, in Sardegna, nel settembre del 1904. La “Societé des mines Malfidano” aveva deciso di tagliare unilateralmente la pausa pranzo. L'esercito regio rispose alle proteste sparando ad altezza d'uomo, provocando quattro morti e decine di feriti. La reazione operaia fu fulminea. Dal 16 al 21 settembre di quell'anno, l'Italia intera si fermò in un sussulto di solidarietà di classe senza precedenti, spegnendo le luci a gas e inchiodando i tram sui binari per dire che la violenza dello Stato non poteva passare sotto silenzio.
Quarant'anni dopo, nel marzo del 1944, con l'Italia settentrionale sottomessa all'occupazione nazifascista, lo sciopero cambiò di segno e divenne un'arma da combattimento coperto. Nonostante la minaccia della deportazione nei campi di sterminio o della fucilazione immediata dietro i capannoni, oltre un milione di operai di Torino, Milano, Genova e Sesto San Giovanni incrociarono le braccia. Fu una prova di forza straordinaria che paralizzò la macchina bellica tedesca. Non si discuteva di aumenti salariali, ma si contestava la guerra e si preparava il terreno politico e morale per la Liberazione.
Il dopoguerra ha poi codificato il rito, levigandone gli spigoli ma senza riuscire a domarlo. L’autunno caldo del 1969 portò nelle strade la carne viva dei braccianti e degli edili, il suono dei piedi che marciavano sui sampietrini di Roma e Milano per spezzare il ricatto della catena di montaggio. Da quel terremoto sociale, da quella presenza fisica che rifiutava la trappola delle astrazioni teoriche, nacque nel 1970 lo Statuto dei Lavoratori, la Legge 300. Una conquista strappata con i denti e difesa nelle assemblee permanenti fuori dai cancelli, non una concessione caduta dall'alto.
Eppure, il momento in cui la storia repubblicana ha trattenuto il fiato più a lungo resta il 23 marzo 2002. Il governo guidato da Silvio Berlusconi, forte della sua maggioranza parlamentare, puntava a scardinare l'architettura dei diritti intervenendo sull'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la norma che garantiva il reintegro in caso di licenziamento illegittimo. La risposta orchestrata dalla CGIL guidata da Sergio Cofferati fu una chiamata alle armi civile che travolse ogni previsione. Roma fu letteralmente sommersa da un'ondata umana senza precedenti. Circa tre milioni di persone invasero la capitale, un fiume rosso e sterminato che intasò ogni arteria e straripò dentro e fuori la spianata del Circo Massimo, arrivando fino ai Fori Imperiali e a Piazza Venezia. Ricordo la polvere sollevata da quel passaggio imponente, lo sguardo fermo di una comunità intera che fermava il tempo per ribadire un confine invalicabile, costringendo l'esecutivo a fare marcia indietro.
Guardare la piazza di oggi, tuttavia, significa fare i conti con un paesaggio del tutto mutato, dove la frammentazione ha preso il posto della compatta solidarietà fordista. Accanto al delegato storico sfila il rider con il cassone termico agganciato sulle spalle, costretto a calcolare il valore della propria giornata al centesimo, e il professore precario che da dieci anni cambia cattedra ogni settembre con un contratto a termine. E poi gli studenti dei collettivi, i lavoratori dei servizi, gli impiegati della logistica, i volti segnati dai turni di notte nei magazzini delle periferie metropolitane.
Il malessere che attraversa l'Italia di oggi è un malessere sordo, profondo, un disagio privo delle grandi sovrastrutture ideologiche del Novecento. È l'erosione silenziosa del potere d'acquisto, la sensazione netta che il salario non sia più uno strumento di emancipazione ma un puro alibi per vivacchiare ai margini. La gente non incrocia le braccia per un riflesso condizionato o per nostalgia dell'antiquariato sindacale. Scende in strada perché la vita di tutti i giorni è diventata una corsa ad ostacoli tra affitti insostenibili, sanità pubblica smantellata e contratti d'affitto brevi che espellono le persone dai centri urbani. C'è una frattura insanabile tra la narrazione patinata di un Paese che corre verso una modernizzazione astratta e la realtà concreta delle case di gesso, dei cantieri precari, dei giovani costretti a raccogliere i cocci di un patto sociale del tutto frantumato.
Le risposte delle istituzioni, intanto, continuano a seguire il solito copione sordo. Di fronte alla protesta sociale si risponde con la moltiplicazione dei decreti sicurezza, con la tecnocrazia della precettazione, con la derisione mediatica di chi prova a inceppare il meccanismo. È la scorciatoia di una classe dirigente che non sa più ascoltare e preferisce imbalsamare la realtà dentro norme repressive, trattando il disagio come un problema di ordine pubblico anziché come un dramma sociale.
A metà pomeriggio il corteo si è dissolto. Restano sui marciapiedi i cartoni piegati, qualche lattina schiacciata, le impronte delle scarpe infangate sulla pavimentazione stradale. I megafoni si spengono, la città riprende il suo flusso cieco e rumoroso. Ma chi ha speso la giornata a registrare le voci senza travestimenti borghesi sa che la partita non si chiude con il rientro delle bandiere nei depositi. Dietro ogni formula gridata a mezza bocca da un ragazzo di vent'anni o da un operaio prossimo alla pensione non c’è mai una recita da deridere, ma il grido pragmatico di chi non ha trovato altro modo per farsi ascoltare. La piazza si è svuotata, certo. Resta da capire quanto a lungo un Paese possa fare finta di non sentire il peso di quel silenzio che torna a coprire le strade.
*documentarista

