Dai roghi dolosi alla prevenzione mancata, il racconto di un’emergenza diventata sistemica: dietro il fumo delle estati calabresi si intrecciano criminalità, incuria e fallimenti strutturali
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Il fumo a Sant’Eufemia non ha il sapore della legna. Puzza di plastica bruciata, di pneumatici vecchi, di spazzatura lasciata marcire lungo i cigli delle provinciali. Chi vive a ridosso dell’aeroporto di Lamezia Terme lo sa bene. Quando il vento gira, l’aria diventa un veleno denso che ti entra nei polmoni prima ancora che tu possa chiudere le finestre. E mentre la collina prende fuoco e la macchia si trasformi in una lingua rossa che corre verso le case, la risposta dello Stato assume la forma provvisoria di una canna dell’acqua per innaffiare i gerani. Un Carabiniere in divisa estiva e un residente in maniche di camicia, spalla a spalla, che tirano secchiate contro un muro di fuoco alto tre metri. È l’istantanea precisa della Calabria d’estate. Un paradosso grottesco dove l’emergenza è la norma e la risposta istituzionale si riduce all’eroismo improvvisato di chi non ha altro modo per salvare la propria pelle.
Ogni anno la medesima liturgia. Le stazioni meteorologiche segnano quarantatré gradi, il termometro della propaganda sale di pari passo e la colpa viene regolarmente scaricata sul cielo. Il riscaldamento globale. Il Caronte di turno. La fatalità atmosferica. Una narrazione comoda, anestetizzata, che serve a coprire le vergogne di una regione che ogni dodici mesi finge di scoprirsi vulnerabile. Ma il clima è soltanto un fattore moltiplicatore, un complice passivo. La verità è assai più sporca e risiede interamente sulla terraferma.
In Calabria il fuoco non cade dall’alto. Nasce da mani precise, mosse da logiche spietate o da una stoltezza criminale che ha saturato il territorio. Chi perlustra i boschi del Vibonese dopo il passaggio delle fiamme non trova soltanto ceppi anneriti e cenere ancora calda. Trova la prova provata di una regia. Bottiglie di plastica trasformate in dispositivi incendiari rudimentali. Inneschi ritardati costruiti con candele e fiammiferi, congegnati per entrare in azione dopo quattro o cinque ore, quando chi li ha piazzati è già lontano, magari seduto al bar a godersi lo spettacolo. E poi c’è l’orrore puro, quello che supera persino la categoria della piromania per sconfinare nella ferocia metodica: animali cosparsi di carburante e dati alle fiamme, usati come micce deambulanti per spingere il fuoco dentro i canneti e nelle gole più impervie, dove nemmeno i soccorsi di terra riescono ad arrivare.
Questo non è folclore estivo. Non è la follia isolata del pazzo del paese. Questa è una guerra a bassa intensità contro il territorio, una strategia strisciante di controllo e di devastazione. I focolai che si accendono in contemporanea tra le coste del Tirreno e le dorsali dello Ionio non sono una coincidenza statistica. Rispondono a geometrie di interesse precise: il pascolo abusivo, la speculazione fondiaria, la pressione ricattatoria sulle aziende agricole, il racket, o più semplicemente la riaffermata sovranità di poteri criminali che attraverso la cenere ricordano a tutti chi comanda davvero su quelle colline.
A questo quadro già tetro si sovrappone immancabilmente la narrazione politica di Roma. Quando la premier Giorgia Meloni evoca la tesi del complotto politico o delle "regie destabilizzanti" dietro i roghi del Sud, l'analisi rischia di scivolare nell'alibi perfetto. Ridurre la distruzione sistemica delle campagne calabresi a una trama eversiva ordita nei palazzi del potere serve a spostare l'asse dell'attenzione: dal fallimento della prevenzione locale alla grande macchinazione nazionale. Se c’è una regia, ed è indubbio che vi sia una mano organizzata dietro la simultaneità degli inneschi, essa risponde alla logica spicciola e feroce dei poteri criminali del territorio, non certo a sottili trame di geopolitica romana. Evocare lo spettro del complotto è la scorciatoia retorica per trasformare un’incapacità gestionale e amministrativa in una presunta aggressione al Governo.
Nel frattempo, la politica regionale recita il suo copione consueto. Annunci roboanti, droni sperimentali fatti sfrecciare nei video promozionali, promesse di monitoraggi satellitari e cabine di regia aperte h24. Ma quando la terra brucia davvero, dai fiumi del Pollino alle scogliere di Copanello, la tecnologia da fiera lascia il posto alla realtà nuda. I comuni si ritrovano dissanguati. I sindaci dei centri interni, da Morano Calabro a Drapia, sono lasciati soli a firmare ordinanze d’emergenza con le casse vuote e poche unità di personale, costretti ad attivare i centri operativi comunali per fare quello che le strutture regionali non riescono a garantire.
Si continua a gestire la catastrofe come un evento eccezionale, stanziando milioni di euro per mantenere in volo le flotte dei Canadair. Risorse enormi inghiottite dalle ore di volo dei mezzi aerei, mentre la prevenzione vera, quella che si fa a bocce ferme durante i mesi invernali, resta un concetto astratto, un capitolo di spesa mai pervenuto. La pulizia dei cigli stradali non viene fatta. La manutenzione delle fasce frangifuoco nei boschi è una chimera. Gli enti preposti al patrimonio forestale restano carrozzoni burocratici appesantiti da decenni di gestione clientelare, incapaci di trasformarsi in presidi operativi di tutela attiva del suolo.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque decida di percorrere la statale 106 o l’A2 mentre le colline vanno a fuoco. Intere vallate mandate al macero nell’arco di una serata. Il fumo denso che invade i villaggi turistici della costa, spaventando i bagnanti che guardano il rogo direttamente dal bagnasciuga. La viabilità bloccata, i treni fermi, la rete idrica che va in tilt perché le pompe d'aspirazione restano senza energia elettrica. La Calabria si scopre ogni volta fragile, spezzata in due, incapace di proteggere perfino i suoi santuari secolari o i parchi nazionali che dovrebbero rappresentare la sua ricchezza più grande.
L’equivoco fondamentale sta nel considerare l’incendio boschivo come un problema di ordine pubblico estivo o di protezione civile. Finché si tratterà la distruzione dell’ecosistema come un guaio stagionale da risolvere con un’autobotte in più o con qualche frecciatina politica sulla destabilizzazione del Paese, la battaglia sarà persa in partenza. Serve una presa di coscienza diversa, quasi giudiziaria. Ogni ettaro di macchia mediterranea divorato dal fuoco deve essere considerato il luogo di un reato grave, una scena del crimine su cui far convergere inchieste della magistratura antimafia e forze dell’ordine specializzate. Bisogna seguire la traccia dei soldi, degli interessi sul suolo, delle concessioni, delle contese tra pascoli e riserve.
Altrimenti, ci ritroveremo qui anche la prossima estate. Stessi titoli, stesse foto di repertorio, stessi proclami sconsolati sulla solita presunta “trama nascosta”. Con l’unica differenza che ci sarà qualche albero in meno e molta più cenere a coprire le responsabilità di chi doveva evitare che la terra bruciasse. Il fuoco prima o poi si spegne, per esaustione del combustibile o per il cambio del vento. Quello che resta sotto, invece, è il deposito sedimentato di una rassegnazione antica. Una terra che continua a bruciare da sola, nell’indifferenza di chi pensa che, in fondo, sia soltanto la solita storia.
*Documentarista

