Un cartellone autostradale, le spiagge intasate a Ferragosto e un microfono pronto a catturare l’entusiasmo di maniera. Basta questo per confezionare l’ennesima favola d’agosto. La solita litografia di una terra baciata dal sole, travolta da un boom turistico che esiste, puntuale come l’afa, soltanto nei comunicati stampa delle istituzioni. Poi le luci dei lidi si spengono, la folla si sgonfia e la realtà torna a bussare. A freddo.


L’economista Michele Mercuri, che leggo spesso nelle sue rigorose analisi di settore, ha fatto una cosa semplice, quasi sovversiva nell’epoca degli slogan ad alzo zero. Ha preso i numeri vera materia prima della realtà e li ha messi accanto alle dichiarazioni trionfali della politica. Il risultato non è un saggio di statistica, ma è la radiografia di un’illusione ottica. Perché la verità, quella che si finge di non vedere mentre si stappa lo spumante a favore di camera, è che scambiare due settimane di pienone per un sistema turistico maturo equivale a confondere una febbre passeggera con uno stato di grazia.

Un boom, se è davvero tale, lascia tracce misurabili. Non si misura a sensazione, sporgendosi dal balcone di un albergo o contando gli ombrelloni dal finestrino dell’auto. Si misura a bocce ferme, a consuntivo, incrociando i dati ufficiali dell’Istat con quelli del resto del Paese. E qui il castello di carte crolla con un soffio. Se la Calabria cresce dello zero virgola qualcosa mentre il resto d’Italia corre a velocità doppia o tripla, e regioni vicine macinano record veri, non siamo di fronte a un trionfo. Siamo di fronte a una perdita netta di terreno. A una lenta marginalizzazione travestita da festa di piazza.
Guardare le cose da vicino, con l'occhio di chi osserva i fatti senza il filtro degli uffici stampa, significa scoperchiare tre contraddizioni giganti. La prima è una stagione ridotta al lumicino. L’ottantacinque percento quasi intero delle presenze si concentra in una manciata di settimane estive, con un picco grottesco concentrato tutto nei trenta giorni di agosto. Un’economia che vive d’aria per undici mesi e poi cerca di ingozzarsi in trenta giorni non produce ricchezza strutturale. Produce affanno. Genera lavoro precario, servizi al limite del collasso e infrastrutture che scoppiano per tre settimane per poi restare cattedrali nel deserto per il resto dell'anno.
La seconda contraddizione riguarda la geografia di questa narrazione. Più del novanta percento dei flussi si ammassa lungo la striscia di sabbia costiera. Oltre duecento comuni dell’interno, custodi di una cultura millenaria, di paesaggi intatti e di un patrimonio che a parole tutti dicono di voler valorizzare, restano completamente tagliati fuori. Non registrano una presenza. Zero. Il racconto sui borghi e sul turismo esperienziale si rivela per quello che è: una bella storiella da inserire nei bandi europei, smentita nei fatti da un modello economico che continua a masticare e sputare soltanto sabbia e ombrelloni.

C’è poi il nodo delle grandi strutture ricettive, quei villaggi all-inclusive che assorbono la fetta più grossa della capacità di accoglienza. Funzionano come enclave chiuse. Il turista entra, consuma il suo pacchetto preconfezionato mangia, dorme, balla sulla battigia e se ne va senza aver mai davvero incontrato il territorio. Senatrici della vacanza blindata che lasciano alle comunità locali le briciole e la spazzatura da smaltire, trattenendo al proprio interno l’intera filiera della spesa.
Tutto si riassume in una cifra che fa tremare le vene ai polsi: un tasso di occupazione media dei posti letto che supera di poco l'undici percento su base annua. L’equivalente di un mese e mezzo di lavoro a pieno regime in trecentosessantacinque giorni. Immaginate una fabbrica che tiene i macchinari accesi per quarantatré giorni all'anno e pretenda di chiamarsi eccellenza industriale. Venirebbe derisa da qualunque analista. Nel dibattito pubblico sul turismo, invece, quell'undici percento diventa il pretesto per pagatissimi spot, testimonial caricaturali e pacche sulle spalle.

Archiviare i comunicati trionfalistici e aspettare i dati certi non è un esercizio da guastafeste. È l'unico modo per piantare i piedi per terra. Continuare a raccontarsi che va tutto bene, che la Calabria è presa d'assalto e che il modello funziona, è il veleno più pericoloso. Impedisce di affrontare i problemi veri: la mancanza di infrastrutture minime, la totale incapacità di attrarre flussi internazionali nei mesi della mezza stagione, la desertificazione dei centri interni.
I dati certi arriveranno, come ogni anno, quando i riflettori saranno ormai spenti e le spiagge tornate desolate. Se i numeri smentiranno i dubbi e confermeranno il miracolo, saremo i primi ad rallegrarcene. Ma se, come accade puntualmente, dimostreranno che il "boom" era solo l'ennesimo petardo estivo, allora bisognerà avere il coraggio di chiedere conto di questo continuo teatro delle illusioni. Perché a furia di celebrare record immaginari, il rischio vero non è solo quello di restare fermi. È quello di abituarsi a credere alle proprie stesse bugie.

*Documentarista