La tecnologia può diventare uno strumento straordinario di trasparenza democratica, ma anche di opacità criminale. La differenza dipenderà dalla governance, dalle regole e dalla capacità delle istituzioni di comprendere anticipatamente ciò che accade
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*a cura della dott.ssa Francesca Levato, ispettore del lavoro in organico all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, attualmente in comando presso la presidenza del Consiglio dei Ministri.Il presente contributo non implica posizioni dell’amministrazione di appartenenza e quella di servizio, ed è stato redatto a titolo personale
1. Il filo della responsabilità
Questo testo analizza la criminalità organizzata nell'era dei big data, mettendo in relazione le intuizioni profetiche di don Tonino Bello, il sacrificio di Antonino Scopelliti e le recenti parole del Santo Padre.
Esiste un filo conduttore che unisce il discorso pronunciato da Papa Leone XIV al Meeting di Rimini il 22 agosto, le sue riflessioni contenute nella Magnifica Humanitas, la più recente relazione del 2025 della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e l'eredità di figure coraggiose come don Tonino Bello e Antonino Scopelliti, il giudice solitario che fu requirente in Cassazione per importanti processi come il caso Moro, la strage di Piazza Fontana e quella del Rapido 904.
La responsabilità davanti al potere è il vero leitmotiv. Non è in ballo solo la religione e non è soltanto un tema giudiziario: quello che in questo contributo si vuol fare emergere è una questione profondamente civile e democratica. La riflessione attiene al modo nel quale una società decide di organizzarsi e di perseguire il proprio sviluppo, di difendere il lavoro e la sua dignità, di proteggere la libertà e di impedire che le relazioni economiche diventino strumenti di dominio.
2. La trasformazione della 'ndrangheta
Le parole di Leone XIV a Rimini hanno indicato una direzione precisa e significativa: il Papa ha invitato tutti a «smascherare i rapporti di potere ingiusti», a liberare il lavoro dall'«idolatria del profitto» e a «disarmare lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo».
La sua intenzione non è stata di condannare la tecnologia, ma di richiamare alla responsabilità chi la progetta, la possiede e la utilizza. Lo sviluppo, auspicato dal Papa, non riguarda soltanto l'efficienza, ma la misura della libertà e della dignità che contiene.
Queste parole fanno da colonna sonora alla fotografia che la DIA ha fatto nel 2025 sull'attività svolta nel 2024. I numeri raccontano di una criminalità organizzata in continua trasformazione e che non può più essere ridotta alla violenza degli attentati, al controllo del territorio o alle estorsioni.
La 'ndrangheta mantiene le proprie radici in Calabria, ma ha sviluppato una forte capacità di proiezione internazionale e di delocalizzazione delle attività, mantenendo collegamenti con i centri decisionali originari ed espandendo la propria influenza attraverso una trama di relazioni economiche e finanziarie.
La dimensione economica di questa trasformazione è evidente: «Nel corso del 2024 la DIA ha effettuato accessi in 200 cantieri, controllando 4.364 persone, 1.157 imprese e 2.345 mezzi d'opera. Le interdittive antimafia sono state 764, contro le 675 dell'anno precedente, con un incremento del 13,19 per cento».
Sono numeri che mostrano la crescente intensità del sistema di prevenzione dello Stato, ma dicono anche che il terreno dell'economia legale e il mercato del lavoro continuano a essere uno dei principali campi di confronto tra le organizzazioni mafiose e le istituzioni.
La grande metamorfosi sta proprio qui: la criminalità contemporanea non ha bisogno di occupare fisicamente ogni spazio nel quale vuole esercitare influenza. Può entrare nelle imprese, nei mercati, negli appalti, nei servizi, nei circuiti finanziari e nelle relazioni professionali. Può utilizzare persone, società e competenze altamente professionali che appartengono formalmente all'economia legale. Il suo scopo non è distruggere l'economia, ma appropriarsene, condizionare, sfruttare le opportunità e orientare i flussi a proprio favore.
3. Il nuovo valore del dato
La tecnologia ha un ruolo ulteriore in questo scenario. Un'impresa contemporanea non produce soltanto beni, servizi e profitti, ma è foriera di una quantità enorme di informazioni.
Oggi vengono registrati percorsi professionali, assunzioni, presenze e assenze, competenze, prestazioni, rapporti con i fornitori, relazioni commerciali, contratti, appalti, pagamenti e connessioni tra società. Il dato è diventato una parte del patrimonio dell'impresa e quando grandi quantità di questi dati possono essere collegate tra loro, la tecnologia trasforma informazioni frammentarie in conoscenza utile.
L'intelligenza artificiale rende questo processo ancora più rapido, individuando correlazioni che l'occhio umano difficilmente riuscirebbe a cogliere con la stessa velocità.
È qui che occorre prestare attenzione. Non esistono, allo stato delle informazioni pubbliche disponibili, elementi sufficienti per affermare che la 'ndrangheta abbia già sviluppato sistemi di intelligenza artificiale destinati a profilare sistematicamente i lavoratori o a governare le imprese attraverso algoritmi. Sarebbe però imprudente ignorare i sintomi di questa trasformazione.
Le mafie nel tempo hanno dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. È quindi ragionevole interrogarsi, in termini preventivi, su cosa potrebbe accadere quando l'adattamento diventa elaborazione organica dei dati.
Il vero salto è culturale. Il potere mafioso tradizionale ha usato la forza per imporre una decisione; la 'ndrangheta ha occupato territori per condizionarli. Un potere criminale attuale potrebbe avere sempre meno bisogno di mostrare la propria forza. Potrebbe conoscere prima le vulnerabilità di un'impresa, le difficoltà economiche di un soggetto, i rapporti tra società, i movimenti di un settore, le opportunità di un appalto o le fragilità di una determinata organizzazione.
La forza intimidatoria non scomparirebbe: potrebbe semplicemente essere preceduta da qualcosa di più insidioso, la conoscenza.
4. Dal "follow the money" al "follow the data"
Ed è proprio questo il punto nel quale la Magnifica Humanitas offre una chiave di lettura preziosa.
Leone XIV colloca l'intelligenza artificiale dentro una riflessione più ampia sul potere, sulla persona, sul lavoro e sulla responsabilità. La questione non riguarda quindi soltanto l'eventuale uso criminale dell'intelligenza artificiale, ma il modo nel quale la società decide di distribuire la nuova capacità di conoscere.
Chi possiede i dati possiede conoscenza, chi possiede conoscenza possiede capacità di previsione: è una partita nella quale chi conosce prima degli altri parte con un vantaggio decisivo ed ha più potere.
Ed è qui che torna centrale il lavoro. Il lavoratore non è soltanto una risorsa aziendale, è una persona che entra nell'impresa con la propria storia, le proprie capacità, le proprie vulnerabilità, le proprie relazioni e il proprio bisogno di libertà.
Quando la tecnologia registra e analizza una parte crescente della sua esperienza professionale, diventa necessario stabilire un limite preciso oltre il quale rischia di trasformarsi in controllo.
Un algoritmo può aiutare a organizzare un turno, a individuare una carenza formativa, a migliorare la sicurezza o a riconoscere un'anomalia, ma non può diventare il sostituto della responsabilità umana.
Un'organizzazione mafiosa potrebbe essere interessata ai dati relativi alle persone, ai rapporti tra società, alle catene di fornitura, ai processi decisionali e alle relazioni professionali. Per questo, accanto al tradizionale follow the money, di falconiana memoria, potrebbe diventare sempre più importante un altro principio attuale: follow the data.
Non è necessario sostituire l'indagine patrimoniale con quella digitale, ma affiancare alla ricerca dei flussi finanziari l'aggregazione e comprensione dei flussi informativi è fondamentale ai fini investigativi.
La prevenzione potrebbe così orientarsi verso la governance dei dati, guardare ai soggetti che amministrano i sistemi informatici, agli accessi alle informazioni sensibili, ai fornitori tecnologici, alle società di consulenza, ai processi automatizzati e alle modificazioni improvvise nelle strutture organizzative.
Non ogni anomalia però è mafia, non ogni rapporto professionale è collusione e non ogni algoritmo nasconde un potere oscuro.
5. Don Tonino Bello e la cultura dell'antimafia
Ma una democrazia consapevole non aspetta che una vulnerabilità diventi un reato per cominciare a studiare, come ben sosteneva don Tonino Bello.
Don Tonino non pensava all'antimafia soltanto come a una battaglia contro i mafiosi. La sua riflessione andava più in profondità; denunciava le condizioni culturali, economiche e sociali che permettevano alla mentalità mafiosa di attecchire.
Nel suo intervento sulla lotta alla mafia a Cosenza, nel 1992, parlò della necessità di una «cultura della vita» e di una mobilitazione delle coscienze, indicando nella «non violenza attiva e nella partecipazione» della comunità una forma concreta di resistenza alle intimidazioni e alla cultura delinquenziale.
La sua è una lezione che conserva una sorprendente attualità anche nell'epoca digitale.
La risposta alla criminalità non può essere soltanto giudiziaria, così come non può essere soltanto tecnologica. La legalità di uno Stato si misura con una società capace di riconoscere il valore della dignità, del lavoro, della responsabilità e della libertà.
Don Tonino aveva intuito che la criminalità si combatte anche togliendole terreno culturale, educando le generazioni e divulgando la parola.
Laddove mancano lavoro e speranza, la criminalità può offrire una falsa forma di protezione; laddove mancano opportunità, può offrire una falsa forma di appartenenza; laddove prevale la paura, può presentarsi come una falsa forma di ordine.
Per questo la vera antimafia comincia anche dalla capacità di costruire alternative:
- lavoro dignitoso;
- imprese sane;
- scuole capaci di educare alla libertà;
- istituzioni credibili;
- comunità che non lasciano soli coloro che denunciano;
- tecnologie trasparenti.
È un'antimafia che non si limita a togliere spazio al crimine, ma costruisce spazio per la libertà.
6. Antonino Scopelliti e il potere invisibile
In tale contesto la memoria corre ad Antonino Scopelliti, magistrato calabrese assassinato il 9 agosto 1991.
Il Paese lo ricorda come un magistrato che faceva il proprio lavoro senza abbassare la testa, difendendo libertà e dignità. La sua vicenda ci ha dimostrato ancora una volta che il potere criminale, quando si sente minacciato, non colpisce soltanto chi materialmente combatte la mafia, ma minaccia l'idea stessa di autonomia e capacità delle istituzioni.
Ed è questo il punto di contatto con la nuova stagione tecnologica. I poteri del futuro saranno tanto più difficili da contrastare quanto più riusciranno a rendersi invisibili.
Il potere di Scopelliti era visibile nella minaccia contro un magistrato che esercita la propria funzione, ma il potere che può emergere nell'era degli algoritmi rischia invece di essere più difficile da individuare, perché può nascondersi dentro procedure apparentemente neutrali, sistemi informatici, decisioni automatizzate e relazioni economiche formalmente corrette.
La tecnologia può diventare uno strumento straordinario di trasparenza democratica, ma anche di opacità criminale. La differenza dipenderà dalla governance, dalle regole e dalla capacità delle istituzioni di comprendere anticipatamente ciò che accade.
Il sacrificio di Scopelliti non appartiene soltanto alla memoria del passato: è una lezione sul presente e un investimento per il futuro delle nuove generazioni.
La libertà delle istituzioni dipenderà dalla libertà delle persone che le rappresentano e dalla capacità di non trasformare la responsabilità in una funzione puramente formale.
Lo stesso vale per l'impresa: un amministratore dovrà valutare sempre il fattore umano nelle proprie decisioni. Un dirigente non può trasferire la responsabilità a un algoritmo. Un'organizzazione non può nascondersi dietro la complessità tecnologica per evitare di spiegare come vengono prese decisioni che incidono sulla vita delle persone.
È qui che la tecnologia deve incontrare l'etica.
7. La responsabilità umana
E qui la riflessione di don Tonino Bello torna ad avere una forza particolare: la risposta al potere non è necessariamente un altro potere. È la costruzione di relazioni, responsabilità e comunità capaci di sottrarre terreno alla cultura della sopraffazione.
Le strutture investigative dello Stato dovranno sviluppare competenze tecnologiche sempre più avanzate, ma senza mai affidare alla macchina la valutazione finale dei fenomeni criminali.
L'intelligenza artificiale può essere utile per individuare anomalie e connessioni; la responsabilità dell'interpretazione deve però restare umana.
Le imprese dovranno considerare la sicurezza dei dati non soltanto come una questione informatica, ma come una componente della legalità. Dovranno sapere chi può accedere alle informazioni, perché può accedervi e come vengono utilizzate.
La pubblica amministrazione dovrà continuare a rafforzare il controllo sugli appalti e sulle filiere, soprattutto nei grandi progetti infrastrutturali.
Il mondo del lavoro dovrà essere coinvolto nella costruzione delle regole sull'intelligenza artificiale e il diritto del lavoro deve correre in un'era che è già avanti.
La formazione dovrà cambiare: non basterà insegnare a usare l'intelligenza artificiale, bisognerà insegnare a comprenderla, a verificarla e a contestarne gli errori.
Una persona che conosce soltanto il risultato prodotto da un algoritmo è vulnerabile; una persona che comprende come quel risultato viene prodotto è più libera.
È qui che l'antimafia incontra l'educazione.
8. La nuova frontiera
La lezione di don Tonino Bello, la sua idea di una comunità che non delega ad altri la responsabilità della trasformazione sociale, può essere tradotta oggi in una nuova cittadinanza digitale: una cittadinanza nella quale nessuno considera la tecnologia una materia riservata agli specialisti e nessuno accetta che la complessità tecnica diventi una giustificazione per rinunciare alla propria responsabilità.
Papa Leone XIV ha avuto questa sensibilità quando a Rimini ha invitato a rendere credibile una conversione che non rimanga astratta e a partire dalle organizzazioni nelle quali operiamo per riconoscere e correggere rapporti di potere ingiusti.
Il Papa parla di una responsabilità che riguarda concretamente il lavoro, la tecnologia, la finanza e le istituzioni.
La lotta alla 'ndrangheta, in questa prospettiva, non può essere confinata alla repressione del reato, ma deve avere cura della qualità della società nella quale il reato cerca spazio.
Una società con lavoro dignitoso è più resistente al ricatto, un'impresa trasparente è più difficile da infiltrare e una pubblica amministrazione competente è più difficile da condizionare.
Un lavoratore consapevole dei propri diritti è meno vulnerabile, una comunità che non lascia soli gli imprenditori e i cittadini è più difficile da intimidire. Un sistema digitale trasparente è più difficile da trasformare in una zona d'ombra.
La vera sfida, quindi, non è costruire una tecnologia capace di combattere la mafia, ma costruire una società nella quale la tecnologia non possa essere facilmente trasformata in uno strumento di dominio.
La DIA ci mostra una 'ndrangheta capace di adattarsi all'economia, di attraversare i territori, di entrare nei circuiti legali e di cercare occasioni nelle grandi opere e negli appalti.
Don Tonino Bello ci ricorda che l'antimafia non vive soltanto di denuncia, ma di educazione, giustizia sociale, lavoro, pace e responsabilità collettiva.
Antonino Scopelliti ci ricorda invece il prezzo che può pagare chi difende fino in fondo la propria funzione e la propria libertà davanti a un potere criminale che non accetta ostacoli.
Leone XIV, da Rimini, propone una sintesi a tutto questo: il lavoro non può essere subordinato all'idolatria del profitto, la tecnologia non può essere lasciata senza governo e i rapporti di potere devono essere resi visibili quando producono ingiustizia.
È probabilmente questa la vera frontiera.
Per questo il nuovo contrasto alla criminalità organizzata dovrà continuare a seguire il denaro, ma imparare anche a leggere le informazioni. Dovrà controllare gli appalti, ma comprendere sempre meglio le infrastrutture digitali che li sostengono; dovrà proteggere le imprese, ma anche i dati che le imprese producono.
Dovrà difendere il lavoro, perché il lavoro resta uno dei luoghi fondamentali nei quali una persona costruisce la propria autonomia e soprattutto dovrà ricordare che nessun algoritmo può sostituire la responsabilità di un uomo.
Il potere può cambiare forma, può diventare economico, finanziario, criminale, tecnologico, può diventare persino invisibile, ma la dignità della persona non cambia.
E proprio per questo il nuovo potere passa anche dal lavoro, dai dati e dagli algoritmi, ma la risposta continua a passare dalla libertà, dalla responsabilità e dalla capacità di una comunità di non lasciare che nessuno trasformi la conoscenza dell'uomo in potere sull'uomo.

