Un manifesto patinato su fondo rosso fuoco. La figura solida, il passo deciso, il titolo che promette vigore: “L’energia di Giorgia”. Poi si spegne lo schermo dello smartphone, si alza lo sguardo dal caffè e ci si ritrova in coda al distributore automatico di carburante. Il display della pompa scatta, i numeri corrono veloci, il portafoglio si svuota. È tutta qui la frattura. In quel corto circuito sordo tra la rappresentazione scenica del potere e il costo materiale del sopravvivere.

L'energia della propaganda non scalda una sola stanza nelle case degli italiani. Non accende i fornelli, non paga le scadenze a fine mese, non riempie i carrelli della spesa nei supermercati di periferia. Eppure, la narrazione ufficiale viaggia a pieno regime, del tutto sganciata dalla gravità terrestre. Ci raccontano di grandi strategie aziendali, di presunti primati internazionali, di accordi sul nucleare siglati in Repubblica Ceca che dovrebbero salvarci. Soluzioni futuristiche. Peccato che, con i tempi della fisica e della burocrazia europea, quelle centrali non produrranno neanche kilowatt per la rete italiana prima di quindici o vent’anni. Spacciare la fantascienza energetica per un rimedio immediato alle bollette di oggi non è visione politica, ma è un'altra forma di illusionismo.
Nel frattempo, la realtà lavora d'ascia. L’inflazione reale ha addentato il potere d’acquisto delle famiglie con una precisione chirurgica. Chi vive di stipendio o di pensione non ha margini per fare finanza creativa. Fa i conti con i numeri veri, quelli scritti in nero su bianco sugli scontrini. E di fronte a questa stangata quotidiana, la risposta della politica si riduce quasi sempre al solito canovaccio, la mancetta da cinquanta euro, il bonus con scadenza a termine, il micro-sussidio erogato rigorosamente a debito. Elemosine. Palliativi gettati al popolo per comprare qualche mese di tregenda elettorale, scaricando il conto finale sulle spalle delle generazioni che verranno.

Il vero dramma del Paese sta esattamente in questo vizio di forma. Un'incoerenza strutturale spinta dalla mancanza di coraggio. La classe dirigente attuale, e gran parte di quella che l'ha preceduta, soffre di una grave forma di miopia cronica. Vive nell'ansia da prestazione del prossimo sondaggio, nell'incubo del prossimo passaggio televisivo, nella caccia al consenso facile da incassare entro la domenica successiva. Nessuno ha la forza di guardare gli italiani negli occhi e pronunciare parole di verità. Nessuno spiega che per uscire davvero da una crisi complessa serve tempo, serve rigore e servono scelte impopolari ma decisive.


L'Italia non ha più alcun bisogno di politicanti da piccolo cabotaggio, maestri nel galleggiare tra una tornata elettorale e l'altra. Serve la postura austera e inflessibile degli statisti. Serve il metodo. Bisogna smetterla di considerare l'evasione fiscale come un male inevitabile o, peggio, come una forma di autodifesa sociale da strizzare l'occhio nei comizi. L'evasione è un furto con scasso ai danni del bene comune. Recuperare quelle risorse con una lotta spietata, senza sconti o sanatorie mascherate, è l'unico modo serio per abbattere la pressione fiscale su chi le tasse le ha sempre pagate fino all'ultimo centesimo. Soltanto restituendo respiro al lavoro pulito si crea futuro. Il resto è fumo.
Continuare a vendere sogni a buon mercato è una scelta comoda. Funziona benissimo nei talk show, riempie i cartelloni pubblicitari e fa incetta di "mi piace" sui social network. Ma la realtà ha la testa dura. Quando le luci dei riflettori si spengono e i manifesti cominciano a staccarsi dai muri sotto la pioggia dell'autunno, la gente resta sola di fronte alle proprie fatture. E lì, tra un conto che non torna e una spesa rinviata, l'energia della propaganda rivela tutta la sua natura: una luce abbagliante che non illumina niente e non produce alcun calore.
 


*Documentarista