Il costo del carburante non è soltanto quello indicato sul display del distributore. Tra consumi, assicurazione, manutenzione e ammortamento, spostarsi in automobile può assorbire una quota significativa del reddito di chi ha uno stipendio medio-basso
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C’è un momento esatto, mentre la pistola dell’erogatore scatta e sul display del benzinaio compaiono numeri da capogiro, in cui si consuma il più grande incantesimo del capitalismo contemporaneo. La benzina fluttua sopra 1,990 euro al litro, il gasolio viaggia oltre 2,190 euro eppure, nell’aria, non si sente puzza di rivolta. Si sente solo il sollievo sommesso di chi si convince che, in fondo, poteva andare peggio. Ci hanno addestrati a pensare che questi prezzi siano un regalo, una sorta di atto di benevolenza concesso dai colossi energetici al popolino per permettergli di continuare a muoversi.
La realtà dei fatti, se spogliata dalla narrazione anestetizzante dei mercati, racconta una verità ben diversa. Un’analisi matematica elementare, ma brutalmente reale, rivela quanto il sistema abbia distorto il rapporto tra il valore del tempo e il costo dell’esistenza.
Facciamo i conti in tasca alla quotidianità. Per percorrere circa 60 chilometri nell’arco di un’ora, un’automobile di media cilindrata consuma oltre quattro litri di carburante. Al prezzo attuale, significa che una sola ora di viaggio “vivo” costa all’automobilista circa 8 euro di puro carburante, senza contare ammortamento, assicurazione, manutenzione e l’imprevisto sempre in agguato.
Se confrontiamo questa cifra con il mercato del lavoro italiano, la distorsione diventa lampante. Secondo i dati ISTAT sulla struttura delle retribuzioni, una fetta consistente dei lavoratori dipendenti, in particolare nel settore dei servizi, della cooperazione o dei contratti a termine, percepisce una paga netta oraria che oscilla proprio tra gli 8 e i 9 euro. Significa che un lavoratore con uno stipendio medio-basso, attorno ai 1.400 euro al mese, lavora un’intera ora di vita al solo scopo di pagarsi l’ora di viaggio che gli serve per andare a lavorare.
È il perfetto moto perpetuo dell’assurdo: lavoriamo per pagare la benzina che ci permette di andare a lavorare. Non si tratta di una fatalità storica, ma dell’esito di una strategia di condizionamento culturale iniziata nei decenni passati.
Negli anni Settanta ci fu raccontato che il petrolio era alle battute finali e che le domeniche a piedi erano un sacrificio inevitabile per la patria; ma, non appena fu chiaro che gli italiani avevano riscoperto il piacere di camminare e pedalare, le forniture tornarono miracolosamente ad abbondare, accompagnate però dal raddoppio delle quotazioni.
Poi è arrivata la demonizzazione e la successiva riabilitazione del diesel, i superbolli sulle motorizzazioni economiche e, infine, il paradosso industriale odierno: la benzina, che storicamente scontava processi di raffinazione più complessi, oggi ha un costo industriale inferiore al gasolio, spinta dalle dinamiche di domanda e offerta di un parco auto riconvertito a forza.
Oggi la trappola è perfetta. Quando le compagnie petrolifere ritoccano le quotazioni all’ingiù di 10 centesimi per un fine settimana, scatta la risposta condizionata: la corsa al distributore con il sorriso sulle labbra, appagati dall’illusione di aver fatto l’affare del mese.
Il sistema liberale basato sul miraggio della ricchezza ha ottenuto il massimo risultato possibile: convincere gli sfruttati a celebrare le proprie catene.
Non c’è schiavo più fedele di quello che, convinto di essere un uomo libero perché può permettersi il pieno per la gita fuori porta, ringrazia il padrone quando questi allenta la presa di un solo millimetro.
Finché continueremo a scambiare una minima concessione tattica per un atto di generosità, la ruota continuerà a girare. Sempre nella stessa direzione e sempre a spese di chi guida.
*Documentarista

